Processione guidata da IA e cellulari. La trovata artistica che sa di blasfemia
Processione digitale (iStock)

Ci mancava solo la processione digitale fatta con l’Intelligenza artificiale, dove il santo è uno schermo che, a vederlo, sembra una radiografia di un rene, e i lumini sono smartphone accesi, il tutto guidato da remoto attraverso, appunto, l’Intelligenza artificiale che controlla gli smartphone stessi, i lumini del futuro.

Questa genialata si è svolta a Bosco, località di San Giovanni a Piro, in provincia di Salerno. Chi l’ha ideata ha chiamato questa pecionata Machina Sacra. È stata ideata da Max Magaldi e Matteo Mandelli sostenendo che è stata coinvolta «l’intera comunità in una riflessione sul sottile confine tra ciò che ci connette e ciò che ci separa», questo in continuità – dicono loro – con l’enciclica di papa Leone XIV Magnifica Humanitas sulla «custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale, inserendosi in una riflessione contemporanea sul rapporto tra spiritualità tecnologia e collettività».

Chi ha capito qualcosa alzi la mano. Salvo chi esagererà usando le mani per gesti scaramantici, le ipotesi sono due: o sono cretino io e tutti la alzeranno, oppure sono cretini loro e le mani non si leveranno verso il cielo.

I poveri cristi che hanno portato a spalla un grande schermo digitale e quegli altri che hanno portato in alto i loro telefonini, secondo i due ideatori artistici di questa processione, hanno sostenuto che quando usiamo il telefono pensando che quel momento «sia nostro, intimo, privato. Invece proprio in quel momento siamo parte di una nuova liturgia, collettiva e inconsapevole… Machina Sacra prende questa liturgia e la rende visibile. Perché la separazione non è un difetto del rito. È il rito. Separarci, tutti insieme». Qui siamo al delirio.

Non so neanche da dove cominciare talmente assurdo è tutto quanto è stato detto da questi due direttori artistici. Cominciamo dal rito. Che vuol dire «separarci, tutti insieme»? Il rito è l’esatto contrario, almeno nella liturgia cattolica, e cioè è «unirci rimanendo comunque individualmente separati nel rapporto con Dio». Con Dio, nella liturgia, si unisce la comunità, ma che è fatta di singoli credenti e ognuno ha il suo rapporto con Dio unico e irripetibile, esattamente come sono le persone delle quali, infatti, in questo mondo terreno, non ve ne sono una uguale all’altra.

Che fatica scrivere sul nulla, ma non perdiamoci d’animo e continuiamo.

La processione. Essa è un rito liturgico, è una pratica di devozione nella quale si è solitamente accompagnati dal trasporto di statue sacre conservate nella chiesa dalla quale parte la processione e alla quale ritorna. Nel caso della festività solenne del Corpus Domini è lo stesso Gesù Cristo, presente nell’ostia, che viene portato in questa liturgia itinerante che è una simbologia precisa di tutto questo e che non è quella folle espressione «separarci, tutti insieme», ma rappresenta il peregrinare della comunità cristiana, in segno di devozione e testimonianza, portando tra le strade della comunità civile i simboli del sacro fuori dalle chiese e dai luoghi di culto.

Naturalmente questa azione liturgica ha anche un significato di rispetto della tradizione cristiana cattolica perché è sfuggito a questi ideatori e a chi ha permesso questa processione che portare una statua, un’effige sacra, non è la stessa cosa che portare uno schermo digitale che non si capisce bene cosa mostri: sembra la mostra del mostro e non c’entra nulla con lo spirito della liturgia. Infatti, attraverso quelle statue conservate in chiesa e rappresentanti figure sacre, spesso il patrono del luogo stesso, significa portare in giro per le vie del mondo la propria fede in ciò che queste immagini significano e hanno significato per il popolo dei fedeli che ha frequentato quelle chiese.

Questo non è un particolare secondario, questo è il valore costitutivo di una processione, di una liturgia, che, come forse non è noto a chi ha ideato e a chi ha detto sì a questa forma spuria di liturgia, dicevo, la liturgia è «fonte e culmine della vita cristiana». Non è fonte e culmine di una inutile e dannosa esibizione di schermi digitali e smartphone.

Mettersi in movimento in una processione, lungo le strade del mondo, di un paese, di una città, insomma, dove quei fedeli che partecipano sono inseriti e dei quali fanno parte, vuol dire rispondere a un monito evangelico proferito da Gesù Cristo stesso: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). Questo è il senso di uscire dai luoghi di culto per mostrare queste immagini della fede al mondo.

Il Catechismo della Chiesa cattolica al numero 1161 ci dice che «procedendo sulla via regia, seguendo la dottrina divinamente ispirata dai nostri Santi Padri e la Tradizione della Chiesa cattolica riconosciamo infatti che lo spirito abita in essa… così le sante e venerande immagini, sia dipinte che in mosaico o qualsiasi altro materiale adatto, debbono essere esposte nelle sante chiese di Dio». Scriveva un padre della Chiesa, Giovanni Damasceno: «La bellezza e il colore delle immagini sono uno stimolo per la mia preghiera. È una festa per i miei occhi, così come lo spettacolo della campagna apre il mio cuore a rendere gloria a Dio».

Come si fa, con questa tradizione così spessa alle spalle, tradizione teologica e di pietà, di pensiero e di devozione, pensare di trasformare a casaccio il tutto in una manifestazione affidata all’Intelligenza artificiale? Altro che innovazione, altro che tradizione, questo è un tradimento della tradizione, non una sua prosecuzione ed evoluzione. Poveri fedeli, povera Chiesa.

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