Il nuovo libro del Papa invoca la pace: «La corsa agli armamenti atterrisce»
Papa Leone XIV (Ansa)

Il Papa «torna» a parlare con un testo, disponibile da oggi, edito dalla Libreria Editrice Vaticana. Il titolo del volume, che raccoglie per l’intelligente curatela del giornalista Alessandro Banfi discorsi e testi di Robert Prevost sulla pace, è «Disarmata e disarmante», con evidente – quanto un po’ inflazionato – richiamo alle prime parole pronunciate dal neoeletto Leone XIV l’8 maggio 2025: «Anche io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la Terra.

La pace sia con voi. Questa è la pace di Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio».

Per evitare di confondersi: il titolo completo è «Disarmata e disarmante. La pace è un dono» (Lev, 192 pagine, 16 euro), che arriva dopo la biografia del pontefice americano scritta da Antonio Preziosi («Leone XIV. La via disarmata e disarmante», Edizioni San Paolo, 2025) e un altro testo dedicato alla vita del Papa firmato da Fabio Zavattaro («La pace disarmata e disarmante. Papa Leone XIV. La vita e le scelte», Il Pozzo di Giacobbe, 2025). La novità principale del nuovo volume, oltre alla giustapposizione ragionata di brani tratti dal magistero, dai discorsi, dalle lettere e dall’attività pubblica di Prevost, consiste nella introduzione che lo stesso pontefice ha voluto a guida delle sue stesse pagine.

Se nell’Enciclica «Magnifica humanitas» (spesso riproposta nel libro) il successore di Bergoglio citava Gandalf, in «Disarmata e disarmante» la finestra pop si apre su Bob Dylan, con un brano non notissimo (1963) di una sua composizione mai registrata (a rigore, più una poesia che una canzone: il manoscritto finì all’asta da Christie’s nel 2013), dal titolo «Go away you bomb». L’atomica di allora serve al Papa per porre forse la domanda più drammatica dell’introduzione: «La specie umana deve continuare ad abitare la Terra? La combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente tale questione». È una faccenda solo apparentemente paradossale: tanto il cardinale Pierbattista Pizzaballa quanto lo stesso Prevost hanno posto con forte inquietudine l’interrogativo sulle conseguenze belliche, ma soprattutto culturali e antropologiche, del combinato disposto tra Intelligenza artificiale e guerra, che creano un contesto in cui le scelte su obiettivi, bersagli e quindi vita e morte sono congelate in un algoritmo che «decide» in contesti drammatici.

Passo indietro: nella sua introduzione, il Santo Padre riparte dal Vangelo di Giovanni (20,19): al mattino Gesù, risorto, si è mostrato a Maria di Magdala. Poi, «la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”». Prevost nota subito che la promessa di Cristo non è a buon mercato: morte e Resurrezione si collocano nella storia, allora come ora. Il Dio incarnato deve passare dalla Croce per poter offrire questo dono al mondo. Leone XIV riprende la celebre profezia della «terza guerra mondiale a pezzi» di Francesco e la vede tristemente avverata nei 103 Stati a vario titolo coinvolti in eventi bellici.

Per il Papa la pace è associata a quattro parole ineludibili. La prima è responsabilità: pretendere l’assenza di guerra dai potenti della Terra è giusto, ma a condizione di aver presente che la pace inizia da ciascuno di noi. Il lamento per i tempi cattivi è cancellato dall’amato Sant’Agostino: «Sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi». (Discorso 311, per il Natale di Cipriano). La seconda parola è «verità»: qui Prevost torna a chiarire indirettamente la dottrina della guerra giusta, attualizzandola. Soprattutto nell’era atomica, dice, l’affermazione della verità deve farsi strada: non le armi atomiche generano la pace, ma il disarmo. Oggi questa verità è offuscata da una «corsa agli armamenti che oggi spaventa e atterrisce». Passaggio urticante per le cancellerie europee, e non solo.

Ma l’approccio del Papa non è politico: alla pace per come la intende più che dottrine servono testimoni (terza parola). Ne indica tre nell’alveo della Chiesa (il beato Floribert Bwana Chui, congolese ucciso nel 2007 e membro di Sant’Egidio, i servi di Dio Giorgio La Pira e Dorothy Day, giornalista cattolica americana). Poi ne propone un quarto a sorpresa: l’ufficiale sovietico Stanislav Petrov, che il il 26 settembre 1983 decise di non comunicare un apparente segnale di lancio di missili balistici americani giunto sui monitor dell’Urss. Era un errore, ma se Petrov avesse segnalato l’arrivo che le macchine indicavano, sarebbe potuta scoppiare la terza guerra mondiale, e non a pezzi.

La quarta parola di Prevost è la speranza: la pace ha senso se riflette una convenienza per l’umano. Si può guardare al domani con speranza in forza di Gesù, morto e risorto per comunicare nella storia che, come dice Leone XIV, «la carità, l’amore, il dare la vita per gli altri sconfiggono la morte, l’isolamento, la violenza». Il Papa chiude citando Pio XI, con la sua gratitudine per i tempi difficili in cui regnò, nei quali «a nessuno è permesso essere mediocre». I tempi oggi sono simili ad allora, il pontefice chiede a tutti, credenti e non, di unirsi per la pace come causa della vita di ciascuno.

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