2026-04-10
Dimmi La Verità | Alessandro Rico: «Tensione inaudita tra amministrazione Trump e Vaticano»
Ecco #DimmiLaVerità del 10 aprile 2026. Il nostro Alessandro Rico ci parla della inaudita tensione tra amministrazione Trump e Vaticano.
Ecco #DimmiLaVerità del 10 aprile 2026. Il nostro Alessandro Rico ci parla della inaudita tensione tra amministrazione Trump e Vaticano.
«Ricordatevi di Avignone». Se già non aveva precedenti la convocazione di un Nunzio apostolico al Pentagono, inaudita è stata la minaccia che i funzionari dell’amministrazione Usa hanno indirizzato al rappresentante del Vaticano, durante un incontro avvenuto al Dipartimento della Difesa a gennaio, in cui avevano sollecitato la Chiesa a schierarsi al fianco dell’America, poiché dotata della potenza militare per fare ciò che vuole nel mondo. Magari, anche occupare il Palazzo Apostolico?
La notizia del tesissimo vertice l’ha data, su The Free Press, il giornalista italiano Mattia Ferraresi. E il suo reportage, Oltreoceano, ha fatto molto rumore.
L’iniziativa di chiamare negli uffici ministeriali della Virginia l’allora ambasciatore di papa Leone negli Stati Uniti, l’ottantenne cardinale francese Christophe Pierre, al quale a marzo è subentrato l’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, è partita dal sottosegretario Elbridge Andrew Colby. Non uno della cerchia dei nazionalisti evangelici cui appartiene il suo principale, Pete Hegseth. Colby, anzi, è un cattolico in quota JD Vance, un fautore del contenimento delle ambizioni egemoniche della Cina sull’Asia, ma anche del disimpegno Usa dal teatro ucraino e della riduzione della presenza militare a stelle e strisce in Medio Oriente. Non ce lo si aspetterebbe a sponsorizzare una guerra temeraria contro l’Iran al fianco di Benjamin Netanyahu. Men che meno a intimidire la Santa Sede. Cosa è successo tre mesi fa, allora? È stato Hegseth a mandare avanti un fedele della Chiesa di Roma? Oppure Vance ha provato, per interposta persona, a reindirizzare le relazioni con il Vaticano, però la situazione alla fine è sfuggita di mano?
Si sa che la richiesta di un confronto era maturata in seguito al discorso agli ambasciatori, pronunciato da Robert Francis Prevost il 9 gennaio. Un passaggio aveva irritato i vertici del governo Usa: «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti», aveva detto il pontefice, «si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati». Queste frasi sono state interpretate come una critica alla «dottrina Donroe», messa nero su bianco appena un mese prima, con la quale Donald Trump rivendicava il predominio sull’emisfero occidentale ed esigeva che i partner si allineassero ai desiderata di Washington.
Colby, durante il faccia a faccia, ha espresso al cardinale Pierre le rimostranze dell’amministrazione, ma la conversazione non dev’essere andata come speravano al Pentagono. Qui, le ricostruzioni divergono: a tirare fuori la cattività avignonese, stando a The Catholic Herald, non sarebbe stato Colby, bensì un altro funzionario presente al colloquio. Il tono, comunque, è stato deprecabile, con l’allusione all’infelice periodo tra il 1309 e il 1377, allorché, per dissapori con la borghesia romana, specie la famiglia Colonna, e a causa della frattura che si era aperta tra Bonifacio VIII e il re di Francia Filippo il Bello, la sede del Papato fu spostata da Roma alla cittadina provenzale. Il capetingio aveva agitato lo spauracchio di uno scisma, oltre ad annunciare un processo postumo per eresia al defunto pontefice, Benedetto Caetani. È improbabile che Trump pensi di far tradurre Leone XIV in ceppi sulla East Coast, come è accaduto a Nicolás Maduro. Lo sgarbo, però, ha allarmato la diplomazia vaticana, anche se non è chiaro quanto abbia influito nella scelta di Prevost di fissare al prossimo 4 luglio la sua visita a Lampedusa, l’isola dei migranti, rispondendo picche all’invito di Vance: a maggio 2025, pochi giorni dopo la sua elezione, il vicepresidente gli aveva proposto di andare negli Usa per celebrare i 250 anni dalla Dichiarazione d’indipendenza. Sulla decisione avranno pensato l’opposizione dei vescovi americani alle politiche migratorie di The Donald e il desiderio di sottrarsi a eventuali strumentalizzazioni elettorali, giacché incombe il medio termine di novembre.
Quel che è certo è che i moniti del Papa sull’impiego spudorato della forza nelle relazioni internazionali sono diventati sempre più fragorosi. E dopo l’inizio della campagna in Iran, che la Santa Sede ha criticato duramente, Leone ha reagito all’inquietante folklore delle mani dei predicatori imposte su Trump e di Hegseth che implorava l’aiuto divino per vincere la crociata: Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra», ha tuonato il Papa yankee lo scorso 29 marzo. Va tuttavia notato che, la settimana scorsa, Prevost ha riferito di una telefonata con Trump, auspicando una tregua entro Pasqua. Il cessate il fuoco, sia pur fragile, è arrivato il martedì dopo Pasquetta. Nella serata di ieri, il Dipartimento della Difesa ha rilasciato un comunicato, nel quale definiva «grossolanamente distorti» i resoconti sull’incontro del 22 gennaio, che sarebbe stato invece una «discussione rispettosa e ragionevole»; e l’ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Brian Burch, ha assicurato di aver parlato con Pierre, il quale gli avrebbe confermato che la storia delle minacce è stata «inventata».
Il punto è che The Donald non può alienarsi la Chiesa: il voto cattolico, negli Usa, si è spostato a destra e costituisce una componente imprescindibile dell’elettorato conservatore. Quello protestante ed evangelico è già allineato e coperto. Se n’è accorta anche Reuters, che ha pubblicato un approfondimento sul ruolo delle sette riformate nel fomentare la svolta bellicosa dell’amministrazione. L’agenzia ha omesso di segnalare il risvolto della medaglia: lo schiacciamento dei «sionisti cristiani» sull’agenda di Netanyahu ha contribuito a impantanare Trump nel conflitto mediorientale, che il premier israeliano, come ha rivelato il New York Times, aveva provato a vendergli sfruttando informazioni di intelligence false. Dei collaboratori del presidente, solo Hegseth era un entusiasta sostenitore della missione; il cattolico Marco Rubio, benché timidamente, aveva espresso delle riserve, mentre Vance vi si era opposto in maniera risoluta.
Il vice del tycoon, in Ungheria, ha provato a dribblare le domande sullo scoop di The Free Press: «Non ho mai visto questo report. Vorrei parlare davvero col cardinale Christophe Pierre e, in modo franco, con i nostri, per capire cosa è successo davvero. Credo che sia sempre una cattiva idea quella di offrire un’opinione su vicende non confermate, per cui non lo farò».
Al Pentagono, comunque, l’esito deludente dei quaranta giorni di bombardamenti in Iran ha già approfondito la faglia teologico-politica tra le due anime religiose del trumpismo. E se Hegseth è riuscito a far saltare la testa del generale Randy George, amico di Vance, Daniel Driscoll, pure lui vicino al vicepresidente, ha messo in chiaro che non intende rinunciare all’incarico di segretario dell’Esercito.
Intanto, il Papa ha ricevuto proprio ieri il nuovo Nunzio negli Usa, monsignor Caccia. Meno attesa era l’udienza concessa a David M. Axelrod, membro del Partito democratico, stratega e consigliere di Barack Obama. Bisogna attribuirle un significato politico? Leone non rifiuterà di collaborare in buona fede con Trump. Solo, non alle condizioni dettate dai suoi ministri che giocano a fare i Templari. Lezione da imparare: le benedizioni non si estorcono a mano armata.
Via al processo di manutenzione del Giudizio Universale di Michelangelo all’interno della Cappella Sistina. «Ci siamo accorti che c’era uno stato sottilissimo bianco, che si è scoperto essere un sale – il lattato di calcio», ha spiegato Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani. «Lo toglieremo con acqua distillata e carta giapponese», ha spiegato il capo restauratore Paolo Violini.
Il 22 gennaio 1506 veniva istituita da Papa Giulio II la Guardia svizzera pontificia, oggi il più antico corpo militare in servizio. Decimata nel «Sacco di Roma» del 1527, sopravvisse a Carlo V e alle soppressioni di Napoleone e della Repubblica Romana. Oggi conta 135 effettivi a protezione di Leone XIV.
Il 22 gennaio 1506, centocinquanta mercenari svizzeri fecero ingresso a Roma e si misero al servizio di Giuliano della Rovere, Papa Giulio II. Negli stessi mesi la Penisola era flagellata dalle Guerre d’Italia, scatenate dalle grandi potenze dinastiche per il predominio in Europa e in Vaticano iniziava la costruzione della basilica di San Pietro. Già nel 1478 il pontefice Sisto IV aveva concluso accordi con la Confederazione Elvetica, patria storica di soldati mercenari, per l’impiego di soldati svizzeri da impiegare a fianco dell’esercito pontificio, che all’alba del secolo XVI rappresentava il braccio armato dello Stato della Chiesa impegnato in quegli anni in una forte politica di espansione territoriale in Italia. Nel 1503 Giulio II chiese alla Dieta svizzera la fornitura di 200 uomini a protezione del Papa e della Santa Sede. Nel settembre 1505 furono inviati a Roma i primi 150 uomini che costituiranno il primo nucleo della Guardia Svizzera Pontificia, comandati da Kaspar von Silenen, membro di una nobile famiglia del Cantone Uri di lunga tradizione militare. Al servizio di Giulio II, i soldati elvetici proteggono il pontefice e gli edifici papali in un periodo storico turbolento per Roma, caratterizzato dalle lotte intestine fra le famiglie nobili della Città eterna, che mettevano quotidianamente a rischio la vita del Papa oggetto di intrighi e congiure. Ma la minaccia più grande arrivava dall’esterno ed in particolare dalle armate di Carlo V, in guerra contro la Francia per il dominio sulla Penisola. Il 6 maggio 1527 i lanzichenecchi, mercenari tedeschi, assaltavano la città del Papa nel giorno passato alla storia come il «Sacco di Roma». La Guardia svizzera fu decisiva per la salvezza del pontefice Clemente VII, che fu trasferito attraverso il Passetto di Borgo nella residenza di Castel sant’Angelo dove il Papa rimase prigioniero per mesi. Gli svizzeri pagarono un altissimo tributo di sangue, con soltanto 42 superstiti su 189 effettivi. Dopo l’ingresso di Carlo V, la guardia pontificia fu sostituita da un corpo di spagnoli e lanzichenecchi. Fu sotto Paolo III che nel 1548 un nuovo contingente elvetico fu richiamato a difesa della Santa Sede, grazie all’intercessione del cardinale Ennio Filonardi, già Nunzio apostolico in Svizzera. Per i due secoli successivi la «Päpstliche Schweizergarde» smise definitivamente di essere impiegata in campagne militari e rimase unicamente a difesa del Pontefice e impiegata nei cerimoniali. Comandata prevalentemente da membri di nobili famiglie di Lucerna (in particolare quella degli Altishofen), la guardia venne sciolta una prima volta durante il dominio napoleonico e, dopo la ricostituzione nel 1814, nuovamente soppressa durante l’effimera Repubblica Romana del 1848. Nuovamente richiamata da Pio IX, la Guardia pontificia non combatté in occasione della Presa di Roma del 1870, in quanto la difesa della Capitale era stata affidata agli Zuavi.
All’inizio del XX secolo il Corpo fu oggetto di una profonda riforma ad opera del comandante Jules Repond, con la volontà di aumentare la disciplina, addestrare all’uso di armi moderne e limitare il reclutamento ai soli candidati svizzeri di nascita. Fu durante questo periodo che furono adottate le uniformi che ancora oggi sono adottate, ispirate a quelle del Cinquecento. Con la nascita dello Stato Vaticano dopo il Concordato del 1929, la Guardia svizzera divenne il corpo ufficiale di Stato e gli effettivi furono aumentati da Pio XII durante la Seconda guerra mondiale a 300.
Dal dopoguerra fu impiagata assieme alla Gendarmeria vaticana, mentre gli antichi corpi nobiliari rimasti furono soppressi nel 1970 da Paolo VI. Il 13 maggio 1981 la Guardia Svizzera Pontificia si trovò coinvolta nell’attentato a Giovanni Paolo II e svolse un ruolo cruciale nella protezione del Pontefice ferito dai colpi di Ali Agca. L’episodio portò alla necessità di modernizzare l’addestramento e l’armamento del Corpo, includendo la presenza delle guardie in borghese anche durante i viaggi all’estero del Papa. Attualmente l’organico è di 135 effettivi, aumentati di 25 unità nel 2019 sotto il pontificato di Jorge Mario Bergoglio.
La Guardia svizzera pontificia è il corpo militare più antico attualmente in servizio.
Pur non essendo credente, da sempre raccomando a colleghi ricercatori e studenti in economia e geopolitica economica di includere nei loro studi le religioni, perché mostrano una relazione forte con tali settori disciplinari. Nelle contingenze di questa epoca vedo una correlazione fortissima tra un’estensione degli Accordi di Abramo abbozzati da Emirati e Israele nel 2019 su pressione della prima amministrazione Trump che continua nella seconda.
In quell’anno fui tra i relatori (per un tema economico) in un mega-convegno negli Emirati, ad Abu Dhabi, a cui parteciparono tutti i Paesi islamici (eccetto gli sciiti iraniani) e parecchi tra i presenti mi chiesero quale sarebbe stata la posizione dei cristiani, perché nelle cene si ipotizzava la creazione di un sito abramitico dove fossero contigue per simbolismo di pace una moschea, una sinagoga e una chiesa cristiana. Non seppi rispondere, ma dissi che l’ingaggio dei cristiani sarebbe stato fondamentale per una «geoeconomia abramitica» che desse struttura a un mercato del Mediterraneo costiero e profondo, connesso con l’Indo-Pacifico e con l’Atlantico. Lo chiamai Ekumene.
Feci un balzo sulla sedia quando, a fine agosto 2023, in occasione del G20 a New Delhi, America, Arabia, Emirati, Francia, Germania, India, Italia e Regno Unito siglarono un accordo preliminare per creare la «Via del cotone» (Imec) tra India e Mediterraneo (con sbocco ad Haifa) via penisola arabica come percorso più breve tra Indo-Pacifico ed Atlantico settentrionale. La probabilità di Ekumene stava aumentando.
Oggi dalle cronache vedo che papa Leone XIV in visita in Turchia ha fatto annunciare dal Vaticano il progetto di un ampio summit (interreligioso?) a Gerusalemme nel 2033 con formato giubilare. Poiché la creazione di Ekumene richiede l’abbattimento del più che millenario Muro del Mediterraneo tra cristianità e mondo islamico, mi sono chiesto se la Chiesa cattolica, sempre aperta al dialogo interreligioso, si stia muovendo verso una specifica convergenza abramitica con concreti effetti geoeconomici e geopolitici.
Lo spero, e qui fornisco un motivo di «salvazione in terra» ai cultori della «salvazione in cielo». Lo scenario geoeconomico su cui sto lavorando da anni con miei ricercatori vede una regione economica centrata sul Mediterraneo costiero e profondo, connessa sia con il Pacifico sia con l’Atlantico, come luogo di maggiore moltiplicazione della ricchezza nel mondo e per tutte le nazioni partecipanti, anche perché stimolativo di uno sviluppo enorme dell’Africa. Non è che questo scenario possibile lo veda solo il mio gruppo di ricerca. La Cina lo interpreta come una riduzione della sua influenza sul Sud globale (in effetti strategia statunitense). L’Iran vedrebbe il pericolo di compressione ed esclusione. Così come la Russia che punta a creare una fascia orizzontale tra Mar Rosso e Atlantico di suo dominio sia in collaborazione sia (motivo più forte) in competizione con la penetrazione cinese.
Infatti, nel settembre 2023, un mese dopo l’accordo di New Delhi detto sopra, Hamas attaccò Israele su ordine iraniano (probabilmente le milizie semi-indipendenti e non il regime politico) forse stimolato riservatamente da Pechino per generare una reazione bellica di Israele stessa che poi impedisse ai sauditi e ad altri sunniti di procedere sia con l’Imec, dove Israele era il terminale mediterraneo, sia con gli Accordi di Abramo. Per inciso, la Cina aveva avviato una pressione diplomatica per far convergere Iran ed Arabia e ridurre l’influenza statunitense.
In sintesi, la macroregione economica indo-pacifica-mediterranea-africana-atlantica è vista come uno dei futuri centri economici (potenziali) del pianeta non solo da ricercatori, ma, soprattutto, dalle maggiori potenze del globo. Per la media potenza geopolitica italiana, basata su un modello di forte dipendenza dall’export e internazionalizzazione delle sue imprese, il vantaggio di una posizione centrale in una futura Ekumene estesa sarebbe enorme. Per tale motivo, penso, la presidenza del Consiglio ha voluto gestire direttamente sia il progetto Mattei per l’Africa (14 nazioni) e dintorni, sia la posizione italiana nell’Imec nonché la strategia dei parteniariati a livello globale. È ragionevole pensare che se il Vaticano aderisse agli Accordi di Abramo, Roma otterrebbe una centralità sia spirituale sia geoeconomica.
E per quella geopolitica? La Roma italiana deve necessariamente avvalersi sia della convergenza dell’Ue (per i soldi) sia degli Stati Uniti (per moltiplicare la forza geopolitica), ma se si aggiungesse quella con la Roma cattolica una centralità sarebbe meno difficile da raggiungere, anche tenendo conto che la politica estera italiana non cerca supremazie, ma intelligentemente e realisticamente collaborazioni paritarie. Penso che una chiacchierata in materia tra governo italiano e Vaticano sarebbe utile.
Il principio di separazione tra Stato e Chiesa, in realtà, ha confini spugnosi e rende importante il dialogo tra «salvazione minore» e «salvazione maggiore». Dove il punto è rendere la religione uno strumento di convergenza e non di guerra. Vedo due fasi per i cristiani e gli islamici:
1) riconvergenza tra le varianti delle due fedi in ciascuna area, cioè riconvergenza intra-sunnita tra Islam wahabita (Saudi) e Fratelli musulmani (Turchia, Qatar) e, per quanto possibile, tra sunniti e sciiti (Iran) e per l’area cristiana riconvergenza tra cattolici, ortodossi e protestanti. Non cercando rinunce dottrinali, ma convergenze per la «salvazione in terra»;
2) passo strutturante precursore di una solida convergenza abramitica: pax, shalom, salam.
Papa Leone sta effettuando il suo primo viaggio apostolico (dal 27 novembre al 2 dicembre) con prima tappa in Turchia per onorare la memoria del primo Concilio ecumenico della Chiesa, tenutosi nel 325 nell’antica città bizantina di Nicea e che corrisponde all’attuale Iznik, 130 chilometri a Sudest di Istanbul. Al celebre Concilio, indetto dall’imperatore Costantino per definire il dogma della divinità di Cristo, il pontefice ha dedicato un’articolata e profonda Lettera apostolica intitolata In unitate fidei. Proprio in questa Lettera, papa Prevost spiega lo scopo del viaggio apostolico in Turchia, che consiste nell’incoraggiare «tutta la Chiesa» a un «rinnovato slancio» nella «professione della fede». Quella fede biblica, professata in Oriente e in Occidente, che «da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani», la quale merita di essere «confessata e approfondita» in maniera «sempre nuova e attuale». Ieri, papa Leone ha visitato la Moschea Sultan Ahmed, detta la «Moschea blu», considerata «tra i luoghi più simbolici di Istanbul». Il pontefice è stato accompagnato nella visita dal ministro turco della Cultura, Mehmet Nuri Ersoy, dal mufti di Istanbul Emrullah Tuncel e dall’imam Kurra Hafiz Fatih Kaya. Tra i presenti alla visita, il cardinal Kurt Koch, prefetto del dicastero per la Promozione dell’unità dei cristiani e il cardinal George Koovakad, prefetto del dicastero per il Dialogo interreligioso e abituale organizzatore dei viaggi pontifici. Leone ha vissuto la visita al tempio sacro musulmano «in silenzio» e «in spirito di raccoglimento e di ascolto», dimostrando «profondo rispetto» del luogo e della fede «di quanti si raccolgono lì in preghiera». Non diversamente da come fecero i suoi predecessori Francesco, Benedetto e Giovanni Paolo, i quali visitarono moschee e sinagoghe prima di lui. Vatican news aggiunge che il muezzin Askin Musa Tunca presente alla visita papale ha dichiarato ai giornalisti che il pontefice avrebbe voluto «vedere di più» per «sentire l’atmosfera della Moschea». E in ogni caso papa Leone è parso al dignitario islamico «molto soddisfatto». Quello che però Vatican news omette di riportare, lo fa notare fin dal titolo il sito cattolico indipendente Silere non possum. Infatti, il muezzin Tunca, sempre nel colloquio coi giornalisti, ha dichiarato di aver detto al pontefice che «se voleva poteva pregare» (testuale) lì in moschea. Ma il Papa, a piedi scalzi, avrebbe replicato così: «No, osserverò in giro». E anche qui si vede lo spirito profondo e lungimirante di papa Leone. Non rinnegare nulla del vero «ecumenismo» e dell’autentico «dialogo interreligioso», sorto a seguito del Concilio Vaticano II. Inserendo però le «novità conciliari» all’interno di una teologia più sobria e dogmaticamente ordinata, che i cattolici chiamano la «sacra Tradizione». A margine del viaggio apostolico e dei suoi voli, è poi apparsa una notizia che sembra kafkiana, ma che pare fondata a proposito del caso Airbus. La celebre compagnia aerea infatti ha dovuto bloccare all’improvviso circa 6.000 velivoli per ragioni di «manutenzione straordinaria». E l’aereo A320 su cui vola il pontefice, e che oggi pomeriggio verso le 15 dovrebbe portarlo a Beirut e il 2 dicembre a Roma, potrebbe essere fermato per la «sostituzione di un componente». Senza però cambiare il programma ufficiale del pontefice riportato dai media vaticani.

