Via al processo di manutenzione del Giudizio Universale di Michelangelo all’interno della Cappella Sistina. «Ci siamo accorti che c’era uno stato sottilissimo bianco, che si è scoperto essere un sale – il lattato di calcio», ha spiegato Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani. «Lo toglieremo con acqua distillata e carta giapponese», ha spiegato il capo restauratore Paolo Violini.
Papa Leone XIV con la Guardia svizzera pontificia (Ansa)
Il 22 gennaio 1506 veniva istituita da Papa Giulio II la Guardia svizzera pontificia, oggi il più antico corpo militare in servizio. Decimata nel «Sacco di Roma» del 1527, sopravvisse a Carlo V e alle soppressioni di Napoleone e della Repubblica Romana. Oggi conta 135 effettivi a protezione di Leone XIV.
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Il 22 gennaio 1506, centocinquanta mercenari svizzeri fecero ingresso a Roma e si misero al servizio di Giuliano della Rovere, Papa Giulio II. Negli stessi mesi la Penisola era flagellata dalle Guerre d’Italia, scatenate dalle grandi potenze dinastiche per il predominio in Europa e in Vaticano iniziava la costruzione della basilica di San Pietro. Già nel 1478 il pontefice Sisto IV aveva concluso accordi con la Confederazione Elvetica, patria storica di soldati mercenari, per l’impiego di soldati svizzeri da impiegare a fianco dell’esercito pontificio, che all’alba del secolo XVI rappresentava il braccio armato dello Stato della Chiesa impegnato in quegli anni in una forte politica di espansione territoriale in Italia. Nel 1503 Giulio II chiese alla Dieta svizzera la fornitura di 200 uomini a protezione del Papa e della Santa Sede. Nel settembre 1505 furono inviati a Roma i primi 150 uomini che costituiranno il primo nucleo della Guardia Svizzera Pontificia, comandati da Kaspar von Silenen, membro di una nobile famiglia del Cantone Uri di lunga tradizione militare. Al servizio di Giulio II, i soldati elvetici proteggono il pontefice e gli edifici papali in un periodo storico turbolento per Roma, caratterizzato dalle lotte intestine fra le famiglie nobili della Città eterna, che mettevano quotidianamente a rischio la vita del Papa oggetto di intrighi e congiure. Ma la minaccia più grande arrivava dall’esterno ed in particolare dalle armate di Carlo V, in guerra contro la Francia per il dominio sulla Penisola. Il 6 maggio 1527 i lanzichenecchi, mercenari tedeschi, assaltavano la città del Papa nel giorno passato alla storia come il «Sacco di Roma». La Guardia svizzera fu decisiva per la salvezza del pontefice Clemente VII, che fu trasferito attraverso il Passetto di Borgo nella residenza di Castel sant’Angelo dove il Papa rimase prigioniero per mesi. Gli svizzeri pagarono un altissimo tributo di sangue, con soltanto 42 superstiti su 189 effettivi. Dopo l’ingresso di Carlo V, la guardia pontificia fu sostituita da un corpo di spagnoli e lanzichenecchi. Fu sotto Paolo III che nel 1548 un nuovo contingente elvetico fu richiamato a difesa della Santa Sede, grazie all’intercessione del cardinale Ennio Filonardi, già Nunzio apostolico in Svizzera. Per i due secoli successivi la «Päpstliche Schweizergarde» smise definitivamente di essere impiegata in campagne militari e rimase unicamente a difesa del Pontefice e impiegata nei cerimoniali. Comandata prevalentemente da membri di nobili famiglie di Lucerna (in particolare quella degli Altishofen), la guardia venne sciolta una prima volta durante il dominio napoleonico e, dopo la ricostituzione nel 1814, nuovamente soppressa durante l’effimera Repubblica Romana del 1848. Nuovamente richiamata da Pio IX, la Guardia pontificia non combatté in occasione della Presa di Roma del 1870, in quanto la difesa della Capitale era stata affidata agli Zuavi.
All’inizio del XX secolo il Corpo fu oggetto di una profonda riforma ad opera del comandante Jules Repond, con la volontà di aumentare la disciplina, addestrare all’uso di armi moderne e limitare il reclutamento ai soli candidati svizzeri di nascita. Fu durante questo periodo che furono adottate le uniformi che ancora oggi sono adottate, ispirate a quelle del Cinquecento. Con la nascita dello Stato Vaticano dopo il Concordato del 1929, la Guardia svizzera divenne il corpo ufficiale di Stato e gli effettivi furono aumentati da Pio XII durante la Seconda guerra mondiale a 300.
Dal dopoguerra fu impiagata assieme alla Gendarmeria vaticana, mentre gli antichi corpi nobiliari rimasti furono soppressi nel 1970 da Paolo VI. Il 13 maggio 1981 la Guardia Svizzera Pontificia si trovò coinvolta nell’attentato a Giovanni Paolo II e svolse un ruolo cruciale nella protezione del Pontefice ferito dai colpi di Ali Agca. L’episodio portò alla necessità di modernizzare l’addestramento e l’armamento del Corpo, includendo la presenza delle guardie in borghese anche durante i viaggi all’estero del Papa. Attualmente l’organico è di 135 effettivi, aumentati di 25 unità nel 2019 sotto il pontificato di Jorge Mario Bergoglio.
La Guardia svizzera pontificia è il corpo militare più antico attualmente in servizio.
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Leone XIV (Ansa)
- La missione di Prevost in Turchia aiuta ad abbattere il «muro» del Mediterraneo tra cristianità e Islam. Considerando anche l’estensione degli Accordi di Abramo, c’è fiducia per una florida regione multireligiosa.
- Leone XIV visita il tempio musulmano di Istanbul ma si limita a togliere le scarpe. Oggi la partenza per il Libano con il rebus Airbus: pure il suo velivolo va aggiornato.
Lo speciale contiene due articoli.
Pur non essendo credente, da sempre raccomando a colleghi ricercatori e studenti in economia e geopolitica economica di includere nei loro studi le religioni, perché mostrano una relazione forte con tali settori disciplinari. Nelle contingenze di questa epoca vedo una correlazione fortissima tra un’estensione degli Accordi di Abramo abbozzati da Emirati e Israele nel 2019 su pressione della prima amministrazione Trump che continua nella seconda.
In quell’anno fui tra i relatori (per un tema economico) in un mega-convegno negli Emirati, ad Abu Dhabi, a cui parteciparono tutti i Paesi islamici (eccetto gli sciiti iraniani) e parecchi tra i presenti mi chiesero quale sarebbe stata la posizione dei cristiani, perché nelle cene si ipotizzava la creazione di un sito abramitico dove fossero contigue per simbolismo di pace una moschea, una sinagoga e una chiesa cristiana. Non seppi rispondere, ma dissi che l’ingaggio dei cristiani sarebbe stato fondamentale per una «geoeconomia abramitica» che desse struttura a un mercato del Mediterraneo costiero e profondo, connesso con l’Indo-Pacifico e con l’Atlantico. Lo chiamai Ekumene.
Feci un balzo sulla sedia quando, a fine agosto 2023, in occasione del G20 a New Delhi, America, Arabia, Emirati, Francia, Germania, India, Italia e Regno Unito siglarono un accordo preliminare per creare la «Via del cotone» (Imec) tra India e Mediterraneo (con sbocco ad Haifa) via penisola arabica come percorso più breve tra Indo-Pacifico ed Atlantico settentrionale. La probabilità di Ekumene stava aumentando.
Oggi dalle cronache vedo che papa Leone XIV in visita in Turchia ha fatto annunciare dal Vaticano il progetto di un ampio summit (interreligioso?) a Gerusalemme nel 2033 con formato giubilare. Poiché la creazione di Ekumene richiede l’abbattimento del più che millenario Muro del Mediterraneo tra cristianità e mondo islamico, mi sono chiesto se la Chiesa cattolica, sempre aperta al dialogo interreligioso, si stia muovendo verso una specifica convergenza abramitica con concreti effetti geoeconomici e geopolitici.
Lo spero, e qui fornisco un motivo di «salvazione in terra» ai cultori della «salvazione in cielo». Lo scenario geoeconomico su cui sto lavorando da anni con miei ricercatori vede una regione economica centrata sul Mediterraneo costiero e profondo, connessa sia con il Pacifico sia con l’Atlantico, come luogo di maggiore moltiplicazione della ricchezza nel mondo e per tutte le nazioni partecipanti, anche perché stimolativo di uno sviluppo enorme dell’Africa. Non è che questo scenario possibile lo veda solo il mio gruppo di ricerca. La Cina lo interpreta come una riduzione della sua influenza sul Sud globale (in effetti strategia statunitense). L’Iran vedrebbe il pericolo di compressione ed esclusione. Così come la Russia che punta a creare una fascia orizzontale tra Mar Rosso e Atlantico di suo dominio sia in collaborazione sia (motivo più forte) in competizione con la penetrazione cinese.
Infatti, nel settembre 2023, un mese dopo l’accordo di New Delhi detto sopra, Hamas attaccò Israele su ordine iraniano (probabilmente le milizie semi-indipendenti e non il regime politico) forse stimolato riservatamente da Pechino per generare una reazione bellica di Israele stessa che poi impedisse ai sauditi e ad altri sunniti di procedere sia con l’Imec, dove Israele era il terminale mediterraneo, sia con gli Accordi di Abramo. Per inciso, la Cina aveva avviato una pressione diplomatica per far convergere Iran ed Arabia e ridurre l’influenza statunitense.
In sintesi, la macroregione economica indo-pacifica-mediterranea-africana-atlantica è vista come uno dei futuri centri economici (potenziali) del pianeta non solo da ricercatori, ma, soprattutto, dalle maggiori potenze del globo. Per la media potenza geopolitica italiana, basata su un modello di forte dipendenza dall’export e internazionalizzazione delle sue imprese, il vantaggio di una posizione centrale in una futura Ekumene estesa sarebbe enorme. Per tale motivo, penso, la presidenza del Consiglio ha voluto gestire direttamente sia il progetto Mattei per l’Africa (14 nazioni) e dintorni, sia la posizione italiana nell’Imec nonché la strategia dei parteniariati a livello globale. È ragionevole pensare che se il Vaticano aderisse agli Accordi di Abramo, Roma otterrebbe una centralità sia spirituale sia geoeconomica.
E per quella geopolitica? La Roma italiana deve necessariamente avvalersi sia della convergenza dell’Ue (per i soldi) sia degli Stati Uniti (per moltiplicare la forza geopolitica), ma se si aggiungesse quella con la Roma cattolica una centralità sarebbe meno difficile da raggiungere, anche tenendo conto che la politica estera italiana non cerca supremazie, ma intelligentemente e realisticamente collaborazioni paritarie. Penso che una chiacchierata in materia tra governo italiano e Vaticano sarebbe utile.
Il principio di separazione tra Stato e Chiesa, in realtà, ha confini spugnosi e rende importante il dialogo tra «salvazione minore» e «salvazione maggiore». Dove il punto è rendere la religione uno strumento di convergenza e non di guerra. Vedo due fasi per i cristiani e gli islamici:
1) riconvergenza tra le varianti delle due fedi in ciascuna area, cioè riconvergenza intra-sunnita tra Islam wahabita (Saudi) e Fratelli musulmani (Turchia, Qatar) e, per quanto possibile, tra sunniti e sciiti (Iran) e per l’area cristiana riconvergenza tra cattolici, ortodossi e protestanti. Non cercando rinunce dottrinali, ma convergenze per la «salvazione in terra»;
2) passo strutturante precursore di una solida convergenza abramitica: pax, shalom, salam.
Il Papa in moschea. Senza pregare
Papa Leone sta effettuando il suo primo viaggio apostolico (dal 27 novembre al 2 dicembre) con prima tappa in Turchia per onorare la memoria del primo Concilio ecumenico della Chiesa, tenutosi nel 325 nell’antica città bizantina di Nicea e che corrisponde all’attuale Iznik, 130 chilometri a Sudest di Istanbul. Al celebre Concilio, indetto dall’imperatore Costantino per definire il dogma della divinità di Cristo, il pontefice ha dedicato un’articolata e profonda Lettera apostolica intitolata In unitate fidei. Proprio in questa Lettera, papa Prevost spiega lo scopo del viaggio apostolico in Turchia, che consiste nell’incoraggiare «tutta la Chiesa» a un «rinnovato slancio» nella «professione della fede». Quella fede biblica, professata in Oriente e in Occidente, che «da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani», la quale merita di essere «confessata e approfondita» in maniera «sempre nuova e attuale». Ieri, papa Leone ha visitato la Moschea Sultan Ahmed, detta la «Moschea blu», considerata «tra i luoghi più simbolici di Istanbul». Il pontefice è stato accompagnato nella visita dal ministro turco della Cultura, Mehmet Nuri Ersoy, dal mufti di Istanbul Emrullah Tuncel e dall’imam Kurra Hafiz Fatih Kaya. Tra i presenti alla visita, il cardinal Kurt Koch, prefetto del dicastero per la Promozione dell’unità dei cristiani e il cardinal George Koovakad, prefetto del dicastero per il Dialogo interreligioso e abituale organizzatore dei viaggi pontifici. Leone ha vissuto la visita al tempio sacro musulmano «in silenzio» e «in spirito di raccoglimento e di ascolto», dimostrando «profondo rispetto» del luogo e della fede «di quanti si raccolgono lì in preghiera». Non diversamente da come fecero i suoi predecessori Francesco, Benedetto e Giovanni Paolo, i quali visitarono moschee e sinagoghe prima di lui. Vatican news aggiunge che il muezzin Askin Musa Tunca presente alla visita papale ha dichiarato ai giornalisti che il pontefice avrebbe voluto «vedere di più» per «sentire l’atmosfera della Moschea». E in ogni caso papa Leone è parso al dignitario islamico «molto soddisfatto». Quello che però Vatican news omette di riportare, lo fa notare fin dal titolo il sito cattolico indipendente Silere non possum. Infatti, il muezzin Tunca, sempre nel colloquio coi giornalisti, ha dichiarato di aver detto al pontefice che «se voleva poteva pregare» (testuale) lì in moschea. Ma il Papa, a piedi scalzi, avrebbe replicato così: «No, osserverò in giro». E anche qui si vede lo spirito profondo e lungimirante di papa Leone. Non rinnegare nulla del vero «ecumenismo» e dell’autentico «dialogo interreligioso», sorto a seguito del Concilio Vaticano II. Inserendo però le «novità conciliari» all’interno di una teologia più sobria e dogmaticamente ordinata, che i cattolici chiamano la «sacra Tradizione». A margine del viaggio apostolico e dei suoi voli, è poi apparsa una notizia che sembra kafkiana, ma che pare fondata a proposito del caso Airbus. La celebre compagnia aerea infatti ha dovuto bloccare all’improvviso circa 6.000 velivoli per ragioni di «manutenzione straordinaria». E l’aereo A320 su cui vola il pontefice, e che oggi pomeriggio verso le 15 dovrebbe portarlo a Beirut e il 2 dicembre a Roma, potrebbe essere fermato per la «sostituzione di un componente». Senza però cambiare il programma ufficiale del pontefice riportato dai media vaticani.
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Marco Pannella alla manifestazione «No Vatican No Taliban» nel 2007 (Getty Images)
Marco Pannella, uno che il quadro attuale porta a rimpiangere, diceva che «da vecchi i compagni comunisti si scoprivano radicali». Forse Augusto Del Noce ne avrebbe sorriso; però il presente sembra piuttosto indicare che gli eredi culturali della sinistra assomigliano, ad ogni età, soprattutto a caricature di preti immanenti. Intesi come distributori di regole che rincorrono gli altrui vizi: quei soggetti insomma contro cui lo stesso leader radicale inneggiava l’immortale «No taliban no Vatican».
È la sinistra di oggi, intesa non come declinazioni partitiche ma come approccio pre-politico, a meritarsi quegli strali: perché è quel mondo che sta tentando di scaricare, in Italia e in Europa, una messe regolatoria in ambito socio-educativo-affettivo da suonare solo apparentemente paradossale negli eredi del ’68. Christopher Lasch, infatti, già nel 1979 aveva colto sottotraccia una tendenza che si sarebbe rivelata potentissima in certo progressismo: «La socializzazione della produzione», spiegava nel formidabile La cultura del narcisismo, «si rivelò il preludio della socializzazione della riproduzione stessa - la delega delle funzioni educative a genitori sostitutivi responsabili non davanti alla famiglia ma davanti allo Stato, all’industria privata o al proprio codice di etica professionale. Nell’avvicinare le masse alla cultura, l’industria pubblicitaria, i mass media, il servizio sanitario, l’assistenza sociale e le altre agenzie dell’istruzione di massa assunsero gran parte delle funzioni che appartenevano alla famiglia e assoggettarono le rimanenti alla direzione della scienza e della tecnologia moderne. È in questa prospettiva che va vista l’appropriazione da parte della scuola di molti dei compiti educativi che in passato spettavano alla famiglia, compreso l’addestramento manuale, le faccende domestiche, le norme di buona educazione e l’educazione sessuale».
Siamo all’oggi, con la proliferazione di norme sull’educazione affettiva, sulle varie forme di unione, contro i discorsi d’odio, fino al contestato ddl «bipartisan» sul «consenso», oggetto di una discussione che i fautori delle famose prerogative del Parlamento liquidano come cinico temporeggiamento sulla pelle delle donne. C’è molto di una religione senza metafisica in questa frenesia contemporanea del voler proteggere gli individui da sé stessi, nel codificare comportamenti, affetti, reati, consumi, in ambiti talmente delicati da rendere spesso comici tali tentativi, non producessero effetti molto meno divertenti sul piano del diritto e del buon senso. A ben vedere, non è una questione che riguardi solo i partiti della sinistra: proprio per questo appare fondamentale definire, lungo queste coordinate, un’offerta politica che sappia fare i conti con queste istanze e almeno identifichi alcune contraddizioni enormi. Come mai il progressismo, che nasce in rottura di convenzioni e tradizioni, si specializza in normativizzazione esasperata? Può una politica di alveo conservatore consegnare alla magistratura, in piena campagna referendaria contro le cosiddette «toghe politicizzate», uno strumento normativo prima e processuale poi che inverta l’onere della prova in modo da trasformare più o meno chiunque in potenziale indagato? Più in generale, può sposare una concezione della libertà (di espressione, di educazione dei figli, dei rapporti tra persone, attorno alla morte) come gentile concessione dello Stato?
Un altro grande pensatore, Byung Chul-Han, di recente ha scritto che «la crisi della libertà nella società contemporanea consiste nel doversi confrontare con una tecnica di potere che non nega o reprime la libertà, ma la sfrutta. La libera scelta viene annullata in favore di una libera selezione tra le offerte». È questo «menu» cui tende molta proliferazione normativa, forma sottile e totale di potere. La stessa che fa risaltare per contrasto l’idea di libertà che arriva dalla Chiesa: nella recente «Una caro» la Congregazione per la dottrina della fede esprime una concezione del sesso (tra coniugi) molto più laica e umana di tanta sinistra. In attesa un Pannella che lo faccia notare.
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Nel riquadro, Howard Thomas Brady (IStock)
Lo scienziato cattolico Howard Thomas Brady, ex sacerdote: «Con papa Francesco, ai ricercatori critici è stato vietato perfino di partecipare alle conferenze. La Chiesa non entri nel merito delle tesi: è lo stesso errore fatto con Galileo».
Australiano di Canberra, Howard Thomas Brady è stato un sacerdote missionario del Sacro Cuore che, oltre alle lauree in Filosofia e Teologia, ha anche un dottorato in Studi Antartici. Ha partecipato a 4 spedizioni in Antartide nelle quali, oltre che in veste di scienziato, serviva anche come cappellano cattolico della Marina degli Stati Uniti presso le stazioni McMurdo e Amundsen-Scott, al Polo Sud. Nel suo libro Letters from Hurrell street, esprime tutta la sua preoccupazione per il coinvolgimento della Chiesa cattolica nella scienza del clima.
Howard, sembra insolito essere un sacerdote scienziato…
«Beh, non proprio. Anzi, c’è una lunga tradizione di sacerdoti scienziati. Il mio primo parroco era un famoso botanico; e lo scienziato che suggerì che la calotta glaciale antartica fosse molto spessa, e non un sottile strato di ghiaccio, era un sismologo gesuita americano. Io ho lavorato come geologo in un programma di trivellazione nella Terra Vittoria, in Antartide. Il programma di trivellazione era entusiasmante: fummo i primi a perforare la piattaforma glaciale di Ross, la più grande dell’Antartide, e perforammo il ghiaccio fino a 400 metri con un lanciafiamme per raggiungere il fondale oceanico sottostante. Non è stato difficile rimanere affascinati dalla storia di questo incredibile continente».
So che lei non ha un’opinione positiva della Pontificia Accademia delle Scienze…
«Come scienziato, non sorprende che io sia scontento del fatto che, sotto papa Francesco, la Chiesa cattolica abbia canonizzato una teoria scientifica sul cambiamento climatico; una intrusione nella scienza del clima era al di fuori dello statuto del Papato. E, sì, sono molto deluso dai recenti sviluppi di questa Accademia. Fu fondata da papa Pio XI nel 1936 per fornire consulenza al Papa sul pensiero scientifico mondiale, con membri dal nome glorioso: Albert Einstein, Niels Bohr, Erwin Schrödinger, Ernest Rutherford. Negli ultimi anni l’Accademia ha nominato solo scienziati del clima che concordano con l’Ipcc (Comitato Onu sul clima, ndr), un pregiudizio che ha distorto la sua missione. Un cancelliere argentino dell’Accademia, il vescovo Marcelo Sanchez Sorondo, ha persino affermato che sulla scienza del clima “c’è un solo punto di vista”».
Come si è giunti a questo degrado?
«Prima di papa Francesco l’Accademia presentava opinioni diverse sul cambiamento climatico, anche se al suo interno c’erano climatologi concordi con l’Ipcc. Poi, con Francesco deciso a pubblicare un’enciclica sul clima, agli scienziati con opinioni diverse è stato vietato di partecipare alle riunioni dell’Accademia. Nel 2021 un autorevole scienziato francese, il professor Philippe de Larminat, nonostante fosse stato precedentemente invitato a intervenire ad una conferenza dell’Accademia, fu poi escluso quando emerse che egli sosteneva che fosse l’attività solare, piuttosto che i gas serra, a causare l’attuale riscaldamento globale».
Al momento, com’è la situazione in Accademia?
«Sostenuti dai cancellieri Marcelo Sanchez Sorondo (fino al 2024) e Peter Kwodo Turkson (dopo il 2024), oggi ci sono solo membri concordi con l’Ipcc. Il problema non sono le loro opinioni scientifiche, ma la loro forte opposizione nei confronti di chiunque abbia opinioni critiche. Al momento, l’Accademia non riflette più la diversità scientifica che esiste in climatologia e ha ignorato la fragilità intrinseca di qualsiasi teoria scientifica».
Cosa intende con «fragilità intrinseca di qualsiasi teoria scientifica»?
«La scienza non è immobile: man mano che si sviluppa, le teorie vengono costantemente modificate o addirittura abbandonate. Uno che fu presidente della Pontificia Accademia delle Scienze e che era consapevole della cosa fu padre Georges Lemaitre, che sviluppò la teoria del Big Bang. Un giorno papa Pio XII, parlando all’Accademia, collegò la creazione dell’Universo da parte di Dio con l’atomo primordiale della teoria del Big Bang di padre Lemaitre. Sentendo questo, padre Lemaitre disse al Papa di stare fuori dalla scienza: aveva l’umiltà di sapere che un giorno la sua teoria del Big Bang avrebbe potuto essere superata».
La posizione dell’Accademia oggi è addirittura più radicale di quella dell’Ipcc.
«Infatti. Hans Joachim Schellnhuber e Veerabhadran Ramanathan, sostenuti da Peter Raven e Jane Lubchenko, hanno posizioni addirittura ancora più catastrofiste di quelle dell’Ipcc».
Ad esempio?
«Secondo l’Accademia v’è aumento, in frequenza e in intensità, degli uragani; ma secondo l’Ipcc “gli uragani estremi sono rari, di breve durata e locali, e i singoli eventi sono in gran parte influenzati dalla variabilità stocastica”. Secondo l’Accademia v’è aumento di siccità, ma secondo l’Ipcc “le tendenze osservate nelle misure di siccità sono altamente regionali, con aumenti in alcune regioni e diminuzioni in altre”. Nelle dichiarazioni dell’Accademia, Schellnhuber prevede un innalzamento del livello del mare di diversi metri entro il 2100, ma negli ultimi 100 anni non si è verificata alcuna accelerazione dell’innalzamento del livello del mare, bensì un abbassamento di 20 cm. L’Accademia continua a rilasciare dichiarazioni sulla necessità di passaporti da “rifugiati climatici” per le persone sfollate a causa del futuro innalzamento del livello del mare intorno agli atolli delle isole del Pacifico, sebbene nessun innalzamento sia stato osservato; anzi, negli ultimi 80 anni la superficie di molti atolli è aumentata».
Mi dica due critiche che muove all’Ipcc e all’Accademia Pontificia…
«Innanzitutto, sebbene sia stato inequivocabilmente dimostrato che i modelli climatici computerizzati non sono affidabili, sia l’Ipcc che l’Accademia ignorano questo fatto».
A dire il vero, nel suo Terzo Rapporto, del 2001, l’Ipcc afferma che «nella ricerca e nella modellizzazione climatica, dobbiamo riconoscere che abbiamo a che fare con un sistema caotico non lineare accoppiato e che, pertanto, non è possibile effettuare previsioni a lungo termine sugli stati climatici futuri».
«Appunto! Solo che oggi sembra si siano dimenticati di quel che avevano ammesso nel 2001».
Una seconda critica?
«L’insistenza con la quale sostengono che per affrontare il presunto problema del riscaldamento globale bisogna ridurre le emissioni di CO2. È stato ampiamente dimostrato che una tale riduzione non può avere alcun effetto sul clima, e che livelli alti di CO2 sono invece di beneficio per il pianeta».
Cosa auspica per il futuro dell’Accademia?
«Auspico che riprenda il cammino delineato da Giovanni Paolo II e sostenuto dal cardinale John Henry Newman (recentemente canonizzato da papa Leone XIV), entrambi sostenitori della netta separazione tra credenza religiosa e teoria scientifica. Papa Giovanni Paolo II voleva che il caso Galileo fosse riesaminato e, su consiglio della Pontificia Accademia delle Scienze, dichiarò che la condanna di Galileo era stata un errore. Poi, in un discorso dell’ottobre 1992, disse: “I problemi alla base del caso Galileo riguardano la natura della scienza e il messaggio della fede. Non è quindi da escludere che un giorno ci troveremo in una situazione simile, che richiederà a entrambe le parti una consapevolezza informata del proprio campo e dei limiti delle proprie competenze”. Giovanni Paolo II era preoccupato che in futuro la Chiesa cattolica potesse nuovamente pronunciarsi sulla scienza, pur non avendo alcuna competenza né alcun mandato dal Signore per farlo. Non poteva sapere che papa Francesco e la Pontificia Accademia delle Scienze avrebbero ignorato il suo consiglio. L’incursione di papa Francesco e della Pontificia Accademia delle Scienze nella scienza del clima è stata quanto mai infelice. Sono sicuro che Leone XIV avrà la lucidità e la forza di porvi rimedio. Solo allora la Chiesa cattolica riconoscerà la netta differenza tra i dogmi della religione e le conclusioni della ricerca scientifica».
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