Gianluigi Paragone commenta i fatti scottanti della tv pubblica: dalla telecronaca contestata di Petrecca durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali fino alla gogna mediatica che ha investito il comico Andrea Pucci, che avrebbe dovuto co-condurre una serata di Sanremo insieme a Carlo Conti.
Gianluigi Paragone (Imagoeconomica)
Il giornalista Gianluigi Paragone: «Ho lasciato Italexit anche perché il centrodestra sta sferrando colpi all’ortodossia europea. Il governo ora non si faccia imporre le liberalizzazioni».
Gianluigi Paragone lascia la politica e torna a vestire i panni del giornalista a tempo pieno. Una parabola che si chiude, iniziata con il Movimento 5 Stelle («quando ancora combatteva banche e finanza») e proseguita nel 2020 con la fondazione di Italexit, il partito corsaro anti-euro che, nonostante le battaglie rumorose contro le lobby, non è mai riuscito ad entrare in Parlamento.
Ti senti più leggero dopo questo addio?
«Non è che prima mi sentissi appesantito. Diciamo che è stato un passo doveroso. Da un lato ho sentito il bisogno di fare chiarezza: la gente deve sapere se parlo in veste di politico o di giornalista. Preferisco tornare nel mio campo, al mio vecchio e unico mestiere».
Ma ci sono anche ragioni politiche, dietro la decisione?
«Non so come procederà Italexit. È difficile immaginare un forte partito apertamente antieuropeo in Italia. Lo spazio elettorale è estremamente esiguo, anche perché il centrodestra su alcune questioni ha dimostrato coerenza rispetto alle promesse elettorali».
Un premier di lotta e di governo?
«No, piuttosto direi un premier coraggioso, laddove riesce a sferrare colpi che vanno a segno contro l’ortodossia europea. Avere resistito alla ratifica del Mes è stato un gesto di grande audacia. Anche se pagheremo comunque un prezzo politico enorme dopo avere rotto le uova nel paniere ai Paesi dell’asse del Nord e ai mercati finanziari».
Nel senso che qualcuno ce la farà pagare?
«Certo, e sarà una vendetta a fuoco lento».
Il Mes come simbolo dei mali europei?
«Viviamo in una costellazione virtuale fatta di fondi, di Pnrr, di Patti di stabilità, di Mes. In nessuna parte del mondo funziona così. Questi strumenti non hanno niente a che vedere con un progetto politico e mostrano i limiti della Banca centrale europea».
E al di là di questo, cosa resta?
«Nulla. Al di là del Mes, l’Europa è un bluff. Non esiste come soggetto politico. Qual è la posizione europea sul conflitto in Ucraina o nel Medio Oriente? Al momento della pesa, l’Europa è un peso piuma».
Eppure su ambulanti e balneari le pressioni si intensificano per favorire la liberalizzazione, rispettando i dettami europei.
«Giorgia Meloni deve resistere a queste pressioni. Nonostante la narrazione dominante, io dico che non esiste alcuna casta dei balneari. Sono imprenditori come gli altri. Andare a gara sulle spiagge significa consentire ai grandi gruppi di conquistare le coste italiane. Non possiamo permetterlo».
Non credi che la gestione degli stabilimenti vada liberalizzata, visti i prezzi dell’ultima estate?
«Chiariamo: i balneari non sono tutti il Twiga di Briatore. La stragrande maggioranza è fatta dai Bagni Mariuccia, dai Lido Italia che fanno il loro onesto lavoro».
Il canone di concessione non andrebbe ritoccato verso l’alto?
«Andate a vedere quanto pagano di concessione le aziende che imbottigliano l’acqua minerale. Anche quella è una concessione, anche quello è un bene collettivo, con profitti decisamente più alti. E non dimentichiamoci che i balneari hanno costi tutto l’anno, come le tasse sui rifiuti e il mantenimento delle spiagge anche fuori stagione».
E però ci sono norme europee che reclamano applicazione.
«Non tutte le norme europee si adattano a un Paese come il nostro. I balneari hanno creato un settore turistico, hanno creato un sogno, la rotonda sul mare di Fred Bongusto. La spiaggia in Italia non è solo un modello di business, ma un pezzo di cultura nazionale, ricordato e celebrato anche al cinema. Ricordate Sapore di Mare?».
Dunque il presidente Mattarella non avrebbe dovuto richiamare Parlamento e governo sul ddl concorrenza?
«Mattarella critica le proroghe: proprio lui, che ha prorogato la permanenza al Quirinale fino a quattordici anni di mandato? Per carità, è tutto legittimo, ma il fatto che gli ultimi due presidenti abbiano accettato il bis per me rappresenta un’anomalia politica bella e buona».
Nonostante tutto, il tuo pensiero resta euroscettico in purezza. Anzi, forse qualcosa di più.
«Qualcuno crede che l’Unione europea sia un brutto anatroccolo che, con qualche buona riforma, si può trasformare in cigno. Io invece credo che l’evoluzione del brutto anatroccolo non avverrà mai».
E perché?
«Gli Stati europei che danno le carte non vogliono gli Stati uniti d’Europa, ma puntano a conservare in eterno la golden share sull’Unione. E l’Italia, in questo contesto, è destinata a giocare di sponda, vivendo delle sue eccellenze e subendo le mortificazioni delle misure a taglia unica di Bruxelles».
Ma oggi nessuno vuole più uscire dall’euro, nemmeno Salvini e tantomeno Meloni…
«A questo tema si arriverà forse, un giorno, quando finalmente i cittadini europei potranno esprimersi liberamente tramite referendum. Ipotesi sempre respinta con terrore, perché questa Europa nasce come creatura elitaria».
Fratelli d’Italia dovrebbe quindi pendere verso il fronte sovranista, nell’alchimia delle alleanze europee in vista del voto?
«Sarebbe una pessima notizia se Fdi diventasse europeista come popolari e socialisti. Bisogna partire dal presupposto che l’Europa non funziona. Da 25 anni, dopo la grande ubriacatura dell’euro, assistiamo al dibattito sulla “costruzione europea”. Eppure il debito pubblico europeo ancora non c’è. La global minimum tax, quella che dovrebbe abbattere i paradisi fiscali, non è stata accettata guarda caso da Olanda e Lussemburgo. Dunque, siamo di fronte all’assurdità di un’Europa che pur avendo una moneta unica è dilaniata da asimmetrie fiscali. E non solo».
Ma il voto europeo potrebbe spostare gli assetti, e inaugurare un nuovo corso con una guida di centrodestra?
«I numeri spingono verso una riconferma delle larghe intese, con il perpetuarsi di un allargamento verso est che per me non è indice di forza, ma di debolezza. E comunque io credo che l’Europa sia irriformabile».
Davvero non ci sono possibilità di autoriforma?
«Milei allontana l’Argentina dai Brics: come sarebbe bello se anche con l’Unione europea si potesse fare altrettanto. Come sarebbe bello se si lasciasse agli Stati la possibilità di confederarsi. Ognuno potrebbe decidere se e come allentare il vincolo. Del resto, perché continuare a impegnarsi, firmando e rinnovando debiti, nell’edificazione di un castello ideologico che è comunque destinato a cadere?».
Dunque come dovrebbe proseguire il governo sulla strada dei rapporti con l’Ue?
«Dovrebbe proseguire ispirandosi agli statisti: Craxi e Andreotti, che andrebbero rivalutati, a dispetto della “vulgata” giustizialista dei Travaglio. Loro fecero valere gli interessi nazionali, ritagliarono una posizione italiana forte nel Mediterraneo, soprattutto nei rapporti con il mondo arabo. E perseguendo scopi nazionali, hanno anche favorito tutto l’Occidente».
Quindi pretendi dal governo più autonomia in politica estera?
«Inutile parlare del “piano Mattei” se prima non ci ricordiamo chi è stato Mattei: un gigante, che ha pagato il fatto di avere avuto una visione indipendente, anche nei confronti della Nato e degli Stati Uniti. Viviamo nell’era dei padroni: politici e finanziari. Gli Stati devono essere più forti dei padroni, insistendo sulla strada del coraggio».
Coraggio anche contro gli eccessi di certa magistratura?
«È assurdo che dopo le frasi obbrobriose pubblicate sui social da un magistrato della corte dei Conti, nessuno abbia protestato. Quel magistrato ha parlato più duro della Schlein, e si è permesso di dire all’opposizione che è troppo morbida. Possibile che, anche di fronte a casi così plateali, nessuno si prenda la briga di toccare la magistratura? La saldatura tra magistratura e giornalisti è il peggior residuo della lunga stagione di Mani pulite».
Contro obbligatorietà di vaccino e lockdown, il tuo partito era in prima linea. Cosa dobbiamo aspettarci dalla commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione della pandemia?
«Mi aspetto lo stesso coraggio che il governo ha avuto sul Mes. Occorre dire la verità su quanto accaduto, a costo di scoperchiare un pentolone pieno di schifezze intollerabili e interessi lobbistici. È ora di guardare le carte, e i numeri veri. Ed è un lavoro che non può essere affidato solo agli esperti di quella stagione, che si sono rivelati perfetti sacerdoti del credo di Big Pharma».
Pentito dell’avventura politica?
«Non è stato semplice traslare in politica le mie posizioni, che, ammetto, sono spesso molto rigide. Ma rifarei tutte le battaglie che ho intrapreso, dalla prima all’ultima».
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Gianluigi Paragone (Imagoeconomica)
Gianluigi Paragone: «Ha detto ad alta voce quello che molti si limitavano a pensare per non essere etichettati. Oggi il nemico è il transumanesimo che ci vuole tutti giovani e unisex».
Viene in mente quando in libreria comparve come un ciclone La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci. L’Occidente, scriveva l’immensa fiorentina, è in autodissoluzione: incendiato, bersagliato, ma corroso dal suo interno come le Twin Towers. Con la stessa determinazione e maggior pacatezza Gianluigi Paragone – prima di tutto o forse soltanto un giornalista – ha scritto: Moderno sarà lei (SignsBooks, prefazione di Mario Giordano: 400 pagine, 20 euro) per raccontare e denunciare insieme come l’Italia sia stretta in una sorta di camicia di forza di conformismo, come venga soffocata dal luogocomunismo. In queste settimane tutti parlano, senza averlo letto, di un altro libro: Il mondo al contrario. Il generale Roberto Vannacci se lo è scritto e stampato. Lo stanno massacrando facendogli le pulci grammaticali, ideologiche, scientifiche. Gianluigi Paragone lo ha subito difeso definendo il libro «un rutto liberatorio». Partiamo da qui con il giornalista che ha annusato la politica con la Lega Nord di Umberto Bossi, la grande informazione in Rai, il Parlamento con i 5 Stelle – era senatore fino alle scorse elezioni –, la ricerca del nuovo con Italexit. Ogni volta però ha sbattuto la porta. Impossibile dire se lo abbia fatto dicendo: «Moderno sarà lei».
Lei sta col generale Vannacci. Crede che contro di lui si sia mobilitato il «sistema» anche perché ha difeso militari colpiti da uranio impoverito, un caso – come ha rivelato La Verità – scomodo per Sergio Mattarella?
«Domandiamoci come e perché un generale che è uno degli uomini di punta dell’esercito italiano si ritrova ad essere estromesso nella parte operativa e viene relegato in una mansione burocratica. È un po’ come decidere che l’attaccante debba giocare in porta. Non torna, ma stranamente di tutto questo non si è mai saputo nulla. Si sanno però due cose: questo generale parla in maniera netta e chiara rispetto al tema dell’uranio impoverito e lo affronta come sempre di petto. Vannacci è un ufficiale inviato nelle più delicate missioni, è dunque una persona che ha una sua visione delle cose tarata su di un’esperienza acquisita. Noi li vediamo in televisione i conflitti e la guerra, lui li ha dovuti gestire. Se difende i sui uomini, lo fa nelle sedi e nelle forme competenti. Purtroppo anche l’esercito è fatto di piani alti dove i velluti del salotto parlano e hanno il loro fascino, e quindi il generale è diventato scomodo. Mentre usciva questa dichiarazione sui fatti relativi all’uranio, Bruno Vespa pone la questione delle simpatie di Vannacci per Putin. Ora chiediamoci perché Vannacci, nel momento in cui viene raccontato come l’uomo forte che difende i suoi uomini, si ritrova a dover fare i conti con delle malignità quali la sensibilità verso Putin. Poi esce un redivivo Fabrizio Cicchitto con altre affermazioni, così che gli italiani non debbano sapere nulla rispetto all’uranio impoverito. Se n’è parlato poco ma c’è una commissione parlamentare e ci sono importanti riscontri. Ecco che Vannacci viene dato in pasto all’opinione pubblica come l’omofobo, il razzista e anche il putiniano. Rientriamo nella dinamica narrativa degli ultimi tempi: quando non sanno come gestire un dissenso iniziano con le etichette: no vax, putiniano, negazionista».
Insomma Vannacci è stato preso di sorpresa?
«Prima aveva nemici con uniformi ben individuabili; oggi ha un nemico senza divisa ma pervasivo: il politicamente corretto. Che ha un colore grigiastro. Si mescolano destra e sinistra, l’alto e il basso. Il politicamente corretto non ha una divisa, ma è il più pernicioso degli eserciti: è quello invisibile, che ha finito per incistarsi anche tra le gerarchie militari».
Il successo de Il mondo al contrario però dimostra che c’è un altro esercito in campo…
«Esistono tantissime persone che non hanno più voglia di assistere a dibattiti che prevedono un pensiero unico e se vai contro il pensiero unico vieni espulso. Queste persone dicono: sapete che c’è? Non vogliono essere etichettate e tacciono, ma pensano. Fin tanto che arriva uno che parla in maniera anche ruvida – da qui la mia immagine del rutto liberatorio – e la gente pensa: finalmente l’ha detto, e si avvicina. E allora scatta l’errore grossolano di confinare Vannacci e il suo libro alla Cayenna amplificando l’effetto».
Siamo a una riedizione dell’uomo qualunque?
«No, non è questo. La Lega Nord di Umberto Bossi, del celodurismo, di uno che andava a Porto Cervo in canottiera e parlava nei comizi in modo ruvido, veniva guardata con superiorità. Poi hanno scoperto che rappresentava il mondo delle valli padane, l’Italia che fatica e produce. Lo stesso Movimento 5 stelle si è trovato a catalizzare la voglia di rompere quelle relazioni che facevano da tappo alla crescita sociale. Quando i grillini prendono il 33% è perché si chiede loro di rompere quei giri di salotto che di fatto tenevano e tengono bloccato il Paese e le sue energie. È la parte destruens».
Che differenza c’è tra Il mondo al contrario e Moderno sarà lei?
«Lui è un militare: ha disboscato e si è creato un angolo di tiro anche sulla gerarchia militare. Io sono un giornalista e quindi racconto. Nelle mie pagine c’è un continuo dentro e fuori tra le memorie di mia nonna e le mie esperienze. Però se mettiamo in trasparenza i due libri la denuncia è la stessa. Quando dico che il pericolo del transumano è un pericolo reale, e quando punto l’indice anche verso questo incalzare ad alzare i diritti Lgbt, vedo l’interesse che c’è di mettere le persone in uno stato di rango inferiore rispetto al trasumano. È l’umanoide, è la persona asessuata, è l’intelligenza artificiale che diventano parodie delle persone. Quando è morta mia nonna io l’ho vista con le sue rughe e il suo volto di nonna. Quando moriranno i nuovi nonni i nipoti vedranno pezzi di silicone e intrugli vari che hanno sfigurato il volto. Non si accetta più il limite dell’umano: l’uomo di plastica è la fase di passaggio verso l’umanoide».
Moderno sarà lei è dunque battersi per l’uomo?
«Una spia che bisogna battersi per l’uomo è l’abuso del termine unisex a taglia unica, dicendo ai giovani: non ti preoccupare di scegliere il tuo sesso, anzi liberati, sei più forte della natura, non sei maschio o femmina. A un certo punto arriverà un Amazon che sostituirà la cicogna: la genetica porterà un figlio su ordinazione. Come col cibo, anch’esso è indirizzato a essere contro natura. Non deve più essere il frutto della terra, ma è solo un oggetto della grande industria. Vale anche per le canzoni: hanno il correttore vocale. E mi chiedo: è mai possibile che in Italia se fai il concorso di voci verdiane vincono i coreani e i nostri ragazzi ignorano cosa hanno creato Verdi, Puccini, Bellini, Mascagni, Leoncavallo, Rossini, per dirne alcuni. Noi comunque saremo sempre più per Verdi che non per Fedez, perché quella è la nostra identità. Abbiamo una miniera del bello da difendere: le Cinque terre o Venezia non sono per tutti, non possono andarci tutti. Invece noi ci siamo avviati nella globalizzazione dimenticando la nostra specificità e dimenticando che l’unicità e l’eccellenza le devi difendere e te le devi far pagare».
Ma la sinistra, il Pd, non dovrebbe essere vicino a questa difesa?
«Ma la sinistra quale? Per segretaria si sono scelti Elly Schlein, una che ha bisogno dell’armocromista. Cosa c’entra questo Pd col popolo?».
Giorgia Meloni sta guardando ai più deboli con la manovra?
«Dal momento in cui le regole del gioco restano queste, deve fare una manovra contenitiva; dovranno decidere dove mettere le fiches: sulla crescita, la sicurezza, le classi deboli? Al governo Meloni in Europa non stano facendo alcuno sconto e va ammesso che a Bruxelles sta difendendo delle posizioni importanti. Sull’agroalimentare, sulla transizione ecologica ha avuto coraggio. Sui migranti resto convinto che fin tanto che non facciamo vedere anche un po’ di durezza e di controllo rigido non fermi il flusso. Non posso dirmi che non si può controllare il Mediterraneo che è un grande lago: fra satelliti e droni puoi mapparlo nella maniera migliore possibile. Il problema semmai è la gestione del dopo».
A cui l’Europa è sorda. Italexit aveva come obiettivo l’uscita da Bruxelles. Partita finita?
«Considero la mia esperienza politica utile e di certo non la rinnego, ma ora ho bisogno di più spazio, ho bisogno di raccontare. Che l’Europa sia una gabbia – per tornare ad una mia vecchia trasmissione – è evidente. Anche la manovra: il governo la fa negli spazi che gli sono dati. È evidente che col ritorno dei parametri si vedrà che sono aumentate le disuguaglianze, che la classe media sta scivolando nella povertà, che si fanno solo gli interessi di alcuni Paesi. Con Italexit li ho sfidati, dirà il Paese se vuole stare in questa Europa o no. In Moderno sarà lei pongo il problema della finanziarizzazione. Le banche non possono fare la morale sulla lotta all’evasione fiscale e l’eliminazione del contante. Nei tribunali le banche prendono scoppole continue perché fanno pagare ai cittadini più del dovuto, ma non se ne parla. Perché la finanza è sacra: degli errori della Bce non si parla, ma la gente li paga. Ai famosi europeisti vorrei dire: avete il coraggio di scommettere su più Europa? E allora obbligate a fare immediatamente il debito pubblico europeo e tutto il nuovo debito creato dalle crisi – guerra e pandemia - sia europeo. Ma non lo fanno».
Alle prossime europee non sarà questo un tema? Reggerà il governo?
«Si vota col proporzionale, ognuno va per i fatti propri. Alle scorse europee la Lega utilizzò al massimo la spinta del governo e i 5 stelle ebbero la prima flessione. Oggi però non ci sono le condizioni per fare governi tecnici, se accadesse sarebbe la fine dei partiti. A cominciare dal Pd, che non può presentarsi ancora come il partito che, sconfitto nelle urne, poi governa».
E Paragone?
«È molto più facile che scriva un altro libro e vada in giro a presentarlo piuttosto che per sostenere una mia candidatura».
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“Bandiera bianca” è il nuovo podcast de La Verità. Ogni settimana un faccia a faccia con un politico che ci rivela la playlist della sua vita. Tra canzoni, vecchi ricordi ma anche retroscena molto attuali...
Il leader di Italexit, il suo amore per Bennato e la passione per il Boss
Che vada con il Pd o corra da solo, il fondatore di Azione ha voti inversamente proporzionali al suo ego e alla sua arroganza. Sotto la soglia anche Matteo Renzi, mentre la supera Gianluigi Paragone di cui non parla nessuno. Ma i giornalisti italiani vivono di strani innamoramenti. Il centrodestra è dato al 48%. E trova l’intesa sull’introduzione della flat tax in cinque anni.
Per alcune settimane l’Italia è rimasta in attesa che Carlo Calenda decidesse se alle prossime elezioni lo si sarebbe notato di più qualora si fosse alleato con il Pd oppure se la visibilità sarebbe stata maggiore in caso avesse optato per una corsa in solitaria. Articoli, commenti, appelli dell’establishment cultural-politico: la scelta del fondatore di Azione per giorni ha tenuto banco, riempiendo le pagine dei giornali di dotte analisi sugli effetti che tale decisione avrebbe potuto provocare sul futuro del Paese. Alla fine, come è noto, il Churchill dei Parioli, autonominatosi interprete unico dell’Agenda Draghi, ha preferito rompere con il Pd per allearsi, forse, con Italia viva di Matteo Renzi.
Dopo avere archiviato l’intesa con il partito di Enrico Letta, infatti ora la stampa tutta segue con apprensione gli sviluppi della trattativa per dare vita a un terzo polo, con Calenda e l’ex presidente del Consiglio, il quale per favorire l’accordo pare perfino essere disposto a cedere il posto di prima donna all’ex ministro, indicandolo come presidente del Consiglio in caso di vittoria.
Il problema è che per settimane si è discusso di niente e ancora oggi si continua a dibattere del nulla. Calenda e Renzi infatti, non hanno alcuna probabilità di vincere le elezioni. Che si mettano insieme o decidano di correre da soli, nessuno di loro ha alcuna concreta possibilità di diventare premier. E quasi certamente non l’avrebbero avuta nemmeno se entrambi avessero deciso di stringere un patto con Il Pd, ossia con il maggior partito della sinistra. Dopo settimane di chiacchiere, una media ponderata dei sondaggi più recenti ha attribuito a Renzi una percentuale del 2,2% e a Calenda del 2%. Tanto per essere chiari, se questo sarà il risultato, né il primo né il secondo entreranno in Parlamento, perché la legge elettorale prevede una soglia di sbarramento al 3%. Giusto per capirci, e soprattutto per comprendere come giornali e tv abbiano alimentato per giorni un dibattito privo di sostanza, Italexit, il partito guidato dall’ex giornalista Gianluigi Paragone, sebbene nessuno ne parli è accreditato dagli esperti di un consenso superiore a quello di Calenda. Una percentuale ovviamente maggiore anche di quella di cui godrebbe Renzi.
Il fondatore di Azione, da quando è iniziata la campagna elettorale pone condizioni per concedere i suoi favori, ma l’arroganza con cui detta legge è inversamente proporzionale ai suoi voti. Verdi e Sinistra italiana, i due partiti che Calenda voleva escludere dall’accordo con il Pd, per i sondaggisti hanno il doppio dei voti di cui dispone l’ex ministro.
Peraltro, se anche il Churchill dei Parioli avesse accettato di fare parte dell’ammucchiata di Letta, con Bonelli, Fratoianni e, soprattutto, Di Maio, le cose sarebbero cambiate poco. Tutti insieme, i micropartitini guidati dai tre fanno il 5% (ammesso e non concesso che i voti si possano sommare) e con Calenda sarebbero arrivati al 7, percentuale sufficiente a far sfiorare il 30% alla coalizione di centrosinistra, ma non in grado di far oltrepassare a Letta e compagni quella soglia.
Rappresentando meno di un terzo dell’elettorato attivo, il campo largo del segretario del Pd non sarebbe bastato a far sbocciare nessuna maggioranza di governo. Soprattutto considerando che al centrodestra in questo momento è attribuita una percentuale intorno al 48%.
Ovviamente, siamo certi che aver svelato l’irrilevanza di Carlo Calenda nella campagna elettorale non metterà fine alla sitcom a cui ha dato vita il fondatore di Azione. Da qui al 25 settembre siamo convinti che ci toccheranno altre puntate del tormentone politico che va in onda a testate unificate ormai da tempo. Dal giorno in cui prese la tessera del Pd per poi stracciarla, salvo poi pretendere che il Partito democratico lo candidasse sindaco di Roma, il guastafeste dei Parioli è uno di quei mostri di cui ogni tanto la stampa del nostro Paese si innamora, scambiando i propri desideri per la realtà. Se toccasse ai cronisti politici decidere, Calenda sarebbe già a Palazzo Chigi da un pezzo. Infatti, chi altri è in grado di garantire un tweet quotidiano che valga un titolo? Detto in altre parole, più le spara grosse e più la stampa lo adora...
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