Gianluigi Paragone commenta i fatti scottanti della tv pubblica: dalla telecronaca contestata di Petrecca durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali fino alla gogna mediatica che ha investito il comico Andrea Pucci, che avrebbe dovuto co-condurre una serata di Sanremo insieme a Carlo Conti.
Gianluigi Paragone commenta i fatti scottanti della tv pubblica: dalla telecronaca contestata di Petrecca durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali fino alla gogna mediatica che ha investito il comico Andrea Pucci, che avrebbe dovuto co-condurre una serata di Sanremo insieme a Carlo Conti.
Mario Draghi e Enrico Letta (Ansa)
- Mr Bce: «L’economia peggiora». L’ex capo del Pd: «One market act contro Trump». Il premier li liquida: «Grazie per i dossier». Ora però la linea la danno lei e Merz.
- Madrid frigna: «Esclusi dal pre-vertice». Palazzo Chigi: «Dal leader spagnolo nessuna protesta». E il presidente francese mendica un punto stampa con Berlino.
Lo speciale contiene due articoli
Nel progetto di Giorgia Meloni (e Friedrich Merz) per cambiare l’Ue, rafforzando il Consiglio e quindi restituendo poteri agli Stati nazionali, non sembra esserci molto spazio per i sermoni degli eurosaggi. «Non credo che esista una figura del genere», ha tagliato corto il presidente del Consiglio ieri, quando le hanno chiesto se Mario Draghi o Enrico Letta potessero diventare inviati speciali di Bruxelles per la competitività. «Stanno fornendo un contributo molto importante», ha detto, «si parte dai loro rapporti e penso che siano stati entrambi preziosi». Per il premier, però, i predecessori a Palazzo Chigi non potranno avere un incarico ufficiale. Coperti di onori da una burocrazia di elefanti, sì; ma a decidere non sarà chi ci ha traghettato dove siamo, eppure pretende di impartire lezione su come diventare una superpotenza.
Licenziati ancor prima di essere assunti, Draghi e Letta, invitati al vertice informale nel castello belga di Alden Biesen, hanno comunque avuto la possibilità di pontificare di nuovo, dispensando, dinanzi alla platea dei Ventisette, soluzioni su come salvare l’Europa dal baratro. Come se fossero stati passanti o spettatori. Come se non avessero contribuito al suo declino.
Per la verità, stavolta i padri nobili sono stati più sintetici del solito. Mr Bce ha parlato solo un quarto d’ora («almeno», riportavano alcune agenzie, con una sottile sfumatura semantica). Ha lanciato un monito - stando a quanto riferito da un funzionario Ue - sul «deterioramento del panorama economico», ha insistito sulla «necessità di ridurre le barriere nel mercato unico», ha deplorato «la frammentazione dei mercati azionari» e ha spronato a compiere «sforzi per mobilitare i risparmi europei», per ridurre «il costo dell’energia» e introdurre «una preferenza europea mirata in alcuni settori». In sostanza, l’agenda francese, che era apparsa da subito perdente rispetto all’asse Roma-Berlino. E che però, con lo zampino della Commissione, ha ottenuto di far includere in una bozza alcuni settori chiave per l’applicazione del «buy european». L’ex banchiere ha chiesto di insistere sugli investimenti e, d’altronde, benché ieri abbia biasimato le «soluzioni classiche», il piano che aveva vergato e illustrato ripetutamente prevedeva già lo stanziamento 800 miliardi. Chissà cosa ci dovrebbe essere di più classico che avere a disposizione una montagna di soldi e provare a farli fruttare. Il diavolo, semmai, è nei dettagli. Il punto, cioè, è sempre dove prendere i quattrini. E se «mobilitare i risparmi» significa ciò che sembra, non c’è da dormire sonni tranquilli.
Anche Enrico Letta ha concluso rapidamente il suo discorso, preceduto da un post dalle solite atmosfere trasognate: su X, ha dimostrato di stare veramente «sereno», pubblicando la foto di una coccinella. Un «buon segno», ha commentato. «Se non si riesce a lanciare una forte integrazione dei mercati finanziari», ha spiegato il fu segretario del Pd, «sarà impossibile essere sufficientemente competitivi». La sua proposta si sostanzia in un «One market act», basato «su tre punti verticali: energia, connettività e mercati finanziari, e tre fattori abilitanti». Essi, si badi bene, orizzontali. Prendete appunti, perché «questi tre punti verticali e orizzontali», ha aggiunto Letta, «compongono una matrice». Vi siete persi nell’algebra? L’idea è la seguente: «Rilanciare l’integrazione interna dell’Unione europea per rendere l’Europa più forte ed efficace». In ballo, ha proclamato il professore, c’è «la quinta libertà, del ventottesimo regime, della libertà di soggiorno e della coesione sociale e territoriale». L’accordo «di alto livello» per il mercato unico andrebbe concluso entro il 2028. E sarebbe «l’unica risposta efficace a ciò che Trump sta facendo contro l’Europa». Non pare facilissimo, senza una laurea in matematica. Di sicuro, pure il disegno di Letta pende più verso Parigi. E verso l’ossessione di Emmanuel Macron, in rotta con The Donald, di iniziare un confronto serrato con gli Usa.
Non a caso, al termine del summit, l’inquilino dell’Eliseo ha rivendicato di aver «aderito a questo programma di approfondimento del mercato unico presentato da Enrico Letta». Insignito - lo ricordiamo - della legion d’onore francese nel 2016.
Il contributo dei due italiani ha meritato il plauso del presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. «La tua impostazione ha offerto una prospettiva nuova alle nostre discussioni», ha scritto il portoghese a Draghi. Di Letta, il numero uno dell’assemblea dei capi di Stato ha lodato la «profonda competenza» e la «chiara consapevolezza della posta in gioco».
Il vento soffia in una direzione precisa, ormai. Dietro la tesi della Meloni, per cui il Consiglio dovrebbe dettare alla Commissione «cose chiare da fare», c’è un profondo cambio di rotta. Un superamento dell’unanimità che non equivale a esautorare i membri riottosi, ma riporta in auge le intese strategiche tra grandi. Mettere in comune poche cose importanti, con meno regole asfissianti. Formalmente, un passo indietro; sostanzialmente, un passo avanti. Il nome - se definirla, alla Macron, «cooperazione rafforzata» - conta poco. Dopodiché, resta sempre un Meloni per cui Draghi e Letta sono l’«orgoglio italiano»: Marco. Senatore pd.
Sánchez e Macron fanno le vittime
Ci sarebbe voluta Raffaella Carrà che gli cantava «Pedro, Pedro, Pedro, Pedro, Pè, praticamente il meglio di Santafè», così magari il signor Sánchez si sarebbe rabbonito. Anche Giorgia Meloni ha il caschetto biondo, ma il piglio è assai diverso. Al suo omologo spagnolo, che si lamentava d’esser stato escluso dal pre-vertice organizzato al castello di Alden Bisen, ha fatto notare che piantare una grana non valeva la pena.
Tutto è nato perché nella riunione formalmente nelle mani del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ma in realtà messa su da Italia, Germania e Belgio con ospite d’onore Mario Draghi - che ha fatto la solita reprimenda caduta nel vuoto - hanno partecipato 19 Paesi più la baronessa Ursula von der Leyen, con Emmanuel Macron nella parte dell’imbucato. El Pais, che è di fatto l’house organ della Moncloa, ha detto che Sánchez c’è rimasto molto male e che questo genererà attriti con il governo italiano. Sánchez ha tenuto il punto: allo spagnolo non piacciono i pre-vertici prima del Consiglio europeo perché a suo dire sono divisivi e ha fatto l’offeso con l’Italia. Le cose però stanno assai diversamente. La posizione di Madrid è incompatibile con le idee di Berlino. Sánchez anche ieri ha fatto sapere che lui è d’accordo con Macron - sono due debolezze che s’illudono di essere forza - sulla necessità del debito comune e spinge perché si vada in direzione del «buy european» che la Commissione cerca di varare per mettere una pezza ai disastri del Green deal. Questo «buy european» vuol dire che su una serie di prodotti ci dev’essere una quota percentuale di componenti fabbricate in Europa stabilita per legge. Il sospetto che hanno alla Moncloa è che l’Italia abbia tenuto fuori dal pre-vertice Madrid proprio per non dispiacere a Merz.
Ma Palazzo Chigi ha dato una pronta risposta: «Nel corso del colloquio, con il presidente Meloni, il presidente Sánchez non ha sollevato alcuna questione in merito al mancato invito alla riunione di coordinamento svoltosi nella mattinata prima dell’avvio dei lavori al Castello di Alden Biesen».
L’enigma spagnolo però rimane perché non si è capito se al nuovo pre-vertice previsto verso fine marzo Sánchez si presenterà o meno. Ci sarà invece Emmanuel Macron, che come detto si è imbucato all’ultimo con in testa le stesse idee di Sánchez: rilanciare gli eurobond e inventarsi i pannelli solari (insieme a molte altre cose) Dop a denominazione di origine europea. Friedrich Merz lo ha squadrato tra lo scetticismo e la compassione e gli ha risposto che di debito comune non se ne parla. Anche gli irlandesi hanno provato a fare la voce grossa. Il premier, Micheál Martin, ha espresso perplessità riguardo al pre-vertice da cui è stato escluso. Gli hanno fatto notare che il suo giudizio lo metteva in una posizione scomoda e lui è rientrato nei ranghi confermando la fiducia ad Antonio Costa e sostenendo che la cosa importante era occuparsi della competitività europea. Difficile, se le cose stanno così, che gli appelli di Mario Draghi ed Enrico Letta all’Europa superpotenza abbiano un qualche effetto.
Portatore di grandeur si sente ancora Emmanuel Macron («il colloquio con Putin non sarà a breve», ci ha tenuto a specificare) che prende spunto dal mediano di mischia dei «bleu» che disputano il sei nazioni di rugby (l’Italia neppure con la palla ovale è più la cenerentola e questo ai francesi non piace) e ha cominciato a sgomitare per entrare nel pre-summit. Una volta beccato lo strapuntino ha cominciato a concionare chiedendo a gran voce il debito comune per far crescere l’Ue. Merz ha fatto capire che non era tema sul tavolo, ma siccome Macron ha insistito per far vedere che non poteva stare ai margini, il cancelliere tedesco gli ha concesso un punto stampa franco-germanico. L’inquilino dell’Eliseo ha affermato: «Condividiamo un sentimento d’urgenza: l’Europa deve agire con chiarezza. La priorità è una reazione anzitutto a brevissimo termine che consiste nel mettere in atto tutto ciò su cui siamo d’accordo; dobbiamo andare veloci e avere decisioni molto concrete entro giugno». Quali siano è ancora tutto da scoprire perché nelle pretese del presidente francese c’è un bouquet di proposte sufficientemente confuso. Quasi che lo avesse tirato fuori dalla borsa all’ultimo quando i buttafuori lo hanno lasciato entrare. L’Eliseo propone che le batterie green siano assemblate nell’Unione mentre per il pannelli solari «l’inverter e il collettore solare termico devono avere origine nell’Unione». Alla faccia della deregolamentazione! A Macron, che ha visto precipitare la produzione auto francese sta molto a cuore che «le apparecchiature di fornitura per veicoli elettrici, le apparecchiature di fornitura di elettricità a terra e le apparecchiature di fornitura per il trasporto elettrico aereo debbano avere origine nell’Unione». A tutto concedere, si può allargare il perimetro a dei fedeli alleati. Ma anche su questo Merz ha fatto finta di non sentire. Morale: hanno protestato i due leader che più traballano nei loro Paesi. A conferma che più che un’idea federale ieri in Belgio si è visto il profilo di un’Ue che mette d’accordo nazioni forti, a cominciare da Italia e Germania.
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Tra le norme il ritorno del «modello Albania» e le restrizioni sui ricongiungimenti familiari. Punti cardine: «l’interdizione dell’attraversamento del limite delle acque territoriali» per 30 giorni, prorogabili fino a 180 in caso di rischi di terrorismo o pressione migratoria eccezionale.
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ad Alden Biesen il presidente del Consiglio indica la priorità: «Concentriamoci sui prezzi dell’energia». E invita Parigi a collaborare sulla competitività. Ursula von der Leyen: «Presenterò la road map sul mercato unico».
Nessuna decisione, se non l’avvio di una roadmap per chiudere un mercato unico europeo entro la fine del 2027. Queste le conclusioni del vertice informale Ue sulla competitività di Alden Biesen, vicino a Maastricht, nei Paesi Bassi. Più interessante politicamente il pre-summit che si è tenuto tra 20 nazioni convocate da Italia e Germania. Oltre alle nazioni organizzatrici e al presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, c’erano Slovacchia, Ungheria, Polonia, Danimarca, Bulgaria, Lussemburgo, Finlandia, Croazia, Belgio, Cipro, Francia, Austria, Repubblica Ceca, Olanda, Romania, Grecia e Svezia.
«I temi della competitività sono molti», ha detto a inizio giornata il premier, Giorgia Meloni, in un punto stampa. Su tutti c’è quello degli Ets. «Occorre rivederlo profondamente e frenare la speculazione finanziaria che lo caratterizza». Palazzo Chigi ha spiegato che «le tre priorità delineate nel documento orientativo predisposto da Italia, Germania e Belgio sono: completamento del mercato unico; semplificazione regolatoria e riduzione dei prezzi dell’energia; politica commerciale ambiziosa e pragmatica».
«Personalmente, e a nome dell’Italia», ha proseguito Meloni, «mi sono concentrata e mi concentrerò soprattutto sulla questione dei prezzi dell’energia». Sui quali aveva già annunciato nuovi interventi anche in ambito nazionale. Sul rapporto con la Germania, sul quale si sono molto concentrati i giornalisti, il premier spiega «c’è sicuramente un motore tedesco-italiano in questo momento, una convergenza con il cancelliere Friedrich Merz su questi temi. Stiamo rafforzando la nostra cooperazione bilaterale, ma non è una cosa che si fa contro o escludendo qualcun altro», riferendosi a Parigi. «La Francia partecipa al tavolo sulla competitività che abbiamo promosso: è un bene, perché è un Paese molto importante per discutere di queste materie».
Eppure c’è grande attenzione sul presidente francese, Emmanuel Macron, e il suo improvviso isolamento. Tanto che le agenzie di stampa si sono affrettate a battere che camminasse vicino al cancelliere Merz recandosi alla riunione informale Ue, come se fosse una cosa particolarmente strana. Il nodo sono gli eurobond (Macron li vuole, Merz replica: «Non posso acconsentire»), perché mentre è chiaro che tutti sono per la semplificazione, sull’emissione di debito pubblico le posizioni tra Roma e Berlino sono decisamente distanti. Per Macron all’Unione europea servono «innovazione, semplificazione, diversificazione e derisking. Serve più finanza, è un fatto: dovremo lavorare su come fare più investimenti nell’innovazione». E se dovesse occorrere «andare sui mercati» per raccogliere capitali, «non ci sono tabù su questo». L’Unione dei mercati dei capitali «sembra creare convergenza», ha aggiunto, «abbiamo deciso che da qui a giugno dobbiamo finalizzare l’agenda, altrimenti procederemo a cooperazione rafforzata».
Macron ha anche sostenuto, tra le altre cose, l’introduzione di una regola «buy european» per dare la preferenza ai prodotti europei negli investimenti pubblici. Questo però darebbe inevitabilmente contro agli Stati Uniti e a Donald Trump, e a molti, soprattutto alla Meloni, non appare una strategia vincente o perlomeno costruttiva.
Ma chi si aspettava che questo vertice portasse misure concrete rimarrà deluso. Data la sua natura informale. «Non ci saranno decisioni, ma piuttosto un dibattito sulla competitività e sul consolidamento del mercato unico europeo», ha dichiarato Merz arrivando. Il cancelliere tedesco ha spiegato che l’obiettivo è preparare il terreno per le decisioni che saranno prese al prossimo vertice ordinario dei leader dell’Ue a fine marzo a Bruxelles.
Il vertice informale si è concluso intorno alle 18.30 e il presidente del Consiglio, Meloni, è ripartita subito dopo con la sua delegazione. A tenere la conferenza stampa finale, come previsto, Von der Leyen e il presidente del consiglio Ue, Antonio Costa. I due vertici hanno sostanzialmente dichiarato l’avvio di una roadmap per costituire un mercato unico europeo «Un’Europa, un mercato. Questo è stato infatti oggi il titolo della discussione e questa è la nostra ambizione: un’Europa, un mercato. Vogliamo esserci entro la fine del 2027», ha spiegato Von der Leyen. «Meno direttive e più regolamenti», per evitare il cosiddetto gold-plating, la pratica degli Stati membri di aggiungere requisiti alle norme Ue, ha sintetizzato il presidente della Commissione. Il che lascia intuire che si intende dare meno autonomia decisionale agli Stati membri.
«Abbiamo concordato che vogliamo completare la fase uno dell’Unione dei risparmi e degli investimenti, che include l’integrazione del mercato, la supervisione e la cartolarizzazione entro giugno. Se entro allora non ci sarà un progresso sufficiente, prenderemo in considerazione l’introduzione di una cooperazione rafforzata», ha precisato Von der Leyen. «Questo significa che almeno nove Stati membri, se vogliono procedere più velocemente e decidere di essere più ambiziosi, possono farlo tramite la cooperazione rafforzata». Un modo per superare di fatto il potere di veto degli Stati membri.
E intanto Costa continua a ripetere che, anche se bisogna trovare «soluzioni pragmatiche», «la transizione energetica resta la migliore strategia a lungo termine» per l’energia europea.
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Elly Schelin (Ansa)
Il segretario dem: «Il tribunale di Bari ha stabilito che ha tentato di riorganizzare il partito fascista violando la Costituzione e la legge Scelba: ora il movimento va sciolto». Ma non è vero: i militanti sono stati condannati per lesioni e per un reato meno grave.
Nel vecchio Partito comunista italiano, composto da dirigenti seri, un corto circuito come quello di ieri non sarebbe mai potuto accadere. Per tutto il giorno i rappresentanti del campo progressista hanno inneggiato alla sentenza storica che certificava la ricostituzione del partito fascista operata in quel di Bari da una banda di (presunti sino al terzo grado di giudizio) sciamannati picchiatori. Una notizia che per questi esimi leader, privi evidentemente di consiglieri capaci di comprendere il dispositivo di una sentenza, attestava la rinascita del partito mussoliniano sotto le insegne di CasaPound (gli imputati nel processo barese sono in gran parte membri dell’associazione di estrema destra).
Certo, a trarre in fallo gli eredi di Palmiro Togliatti (il Guardasigilli che ha concesso l’amnistia ai veri fascisti) potrebbe essere stata anche la Procura barese che in un eccesso di enfasi, durante il processo, ha fatto trasmettere in aula filmati del Ventennio realizzati dall’Istituto Luce.
E, per rendere più suggestivo il tutto, nel procedimento si è costituita come parte civile l’Associazione nazionale partigiani.
I pm avevano chiesto il rinvio a giudizio e la condanna di 17 persone per gli articoli 1 e 5 della legge Scelba del 1952 (aggiornata dalla legge Reale del 1975) «per aver partecipato a pubbliche riunioni, compiendo manifestazioni usuali del disciolto partito fascista e in particolare per avere attuato il metodo squadrista come strumento di partecipazione politica». Ma, già nel capo di imputazione, non è contestata la ricostituzione.
Anche perché l’articolo 1 della legge non è una norma sanzionatoria, ma descrive in generale quali comportamenti debbano tenere associazioni e movimenti per essere accusati di riorganizzazione del disciolto partito fascista (minaccia alle libertà e alla democrazia, propaganda razzista, uso della violenza quale metodo di lotta politica, ecc.).
Il secondo articolo della legge prevede che per promotori, organizzatori o dirigenti la pena oscilla dai 5 ai 12 anni, mentre per i semplici partecipanti dai 2 ai 5.
L’articolo 5, quello per cui sono arrivate le condanne, punisce, invece, «chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste è punito con la pena della reclusione fino a 3 anni». Il giudice, anche in questo caso, «può disporre la privazione dei diritti» politici «per un periodo di 5 anni». Come in effetti ha deciso il collegio presieduto dal giudice Ambrogio Marrone.
Insomma, se gli imputati fossero stati accusati di aver ricostituito il partito fascista, di esserne dirigenti o anche di farne semplicemente parte avrebbero subito una condanna ben più grave di quella che gli è toccata.
Invece i cinque militanti accusati per l’articolo 5 della legge Scelba hanno subito una pena a 1 anno e 6 mesi. I sette soggetti che, invece, sono stati condannati anche per le lesioni procurate ad alcuni militanti antifascisti (che si erano riuniti per manifestare contro la presenza di Matteo Salvini a Bari) hanno accumulato 2 anni e 6 mesi di reclusione. Condanne che, come detto, non collimano con le sanzioni previste per fondatori e membri di un rinato partito fascista.
L’avvocato Saverio Ingraffia ha diramato un comunicato che avrebbe evitato figuracce ai più volenterosi, in cui segnalava «con forza» che «nessuno degli odierni imputati è mai stato processato e, di conseguenza, condannato per il delitto di ricostituzione del partito fascista».
Il legale ha ricordato che la norma per cui gli imputati sono stati condannati «vieta gesti, saluti (come quello romano) o simboli riconducibili al fascismo o al nazismo».
L’entità della punizione avrebbe dovuto mettere in guardia coloro che hanno subito denunciato la ricostituzione del partito fascista.
Per esempio Elly Schlein ha subito definito quella di Bari una «sentenza molto importante», che «per la prima volta» stabilisce «che CasaPound ha tentato di riorganizzare il disciolto partito fascista, violando la Costituzione e la legge Scelba. Ora c’è una sentenza che lo stabilisce, al governo non resta che fare quello che gli chiediamo da tempo: sciogliere CasaPound». Le ha fatto eco Laura Boldrini, la quale ha chiesto l’immediato intervento del ministro dell’Interno. Hanno invocato la chiusura dell’associazione anche altri leader del centrosinistra come il dem pugliese Francesco Boccia, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (che ha definito Casapound «un’organizzazione neofascista e violenta, non un centro culturale»).
Il Tribunale ha riconosciuto che alcuni degli imputati non erano certo delle educande, ma picchiatori. Il 21 settembre 2018 ci fu un’aggressione che ha portato al ferimento di quattro persone (le lesioni sono state giudicate guaribili da 7 a 15 giorni). La ricostruzione degli avvenimenti è contenuta in un’informativa della Digos. Gli investigatori parlano di «una azione violenta» o, meglio, di «una vera e propria aggressione» compiuta da militanti di CasaPound ai danni di partecipanti alla manifestazione «Mai con Salvini». Le immagini delle telecamere mostrano gli imputati che, dopo essere partiti da una sede di CasaPound, raggiungono il corteo e aggrediscono i manifestanti. Al grido di «antifascisti di merda» sono partiti i pestaggi, per cui sono stati usati sfollagente, manubri da palestra, manganelli telescopici e cinture dei pantaloni. Gli investigatori ricostruiscono poi una seconda fase, scattata «mentre i militanti si accingevano a rientrare alla base»: vedendo giungere un altro gruppo di manifestanti sarebbe partita un’altra aggressione. Ma c’è anche un terzo episodio, nei confronti di una persona che non è stata riconosciuta e che non ha presentato denuncia. Tutti e tre gli episodi, accaduti in momenti ravvicinati, secondo gli inquirenti, sarebbero riconducibili alla «medesima azione criminosa» e, a giudizio della Procura, all’«ideologia fascista».
Per i pm, l’aggressione sarebbe stata organizzata «in periodo precedente alla manifestazione con raccolta di armi e organizzazione di uomini», da qui la contestazione della premeditazione. Il Tribunale ha, invece, escluso questa aggravante.
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