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Schlein, maxi balla sulla sentenza CasaPound

Schlein, maxi balla sulla sentenza CasaPound
Elly Schelin (Ansa)
Il segretario dem: «Il tribunale di Bari ha stabilito che ha tentato di riorganizzare il partito fascista violando la Costituzione e la legge Scelba: ora il movimento va sciolto». Ma non è vero: i militanti sono stati condannati per lesioni e per un reato meno grave.

Nel vecchio Partito comunista italiano, composto da dirigenti seri, un corto circuito come quello di ieri non sarebbe mai potuto accadere. Per tutto il giorno i rappresentanti del campo progressista hanno inneggiato alla sentenza storica che certificava la ricostituzione del partito fascista operata in quel di Bari da una banda di (presunti sino al terzo grado di giudizio) sciamannati picchiatori. Una notizia che per questi esimi leader, privi evidentemente di consiglieri capaci di comprendere il dispositivo di una sentenza, attestava la rinascita del partito mussoliniano sotto le insegne di CasaPound (gli imputati nel processo barese sono in gran parte membri dell’associazione di estrema destra).

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Tajani chiude la porta al voto anticipato. E la Lega conferma: no al rimpasto
Antonio Tajani (Imagoeconomica)
Il leader del Carroccio riunisce i dirigenti e blinda la squadra: «Siamo leali e responsabili, c’è fiducia in tutti i ministri».

Ambienti di governo negano ma ci deve esser stata per qualche ora la tentazione di andare al voto. Argomento chiuso, il pensiero se mai si è avuto è passato, seppellito. Questo si ripete adesso. Troppi i rischi e le incognite che si aprono una volta che si riconsegna il mandato al Colle, ma soprattutto si perderebbe credibilità.

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Edicola Verità | la rassegna stampa  del 31 marzo

Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 31 marzo con Carlo Cambi

Nel camposanto della sinistra torna il fantasma delle primarie
Dall’alto, in senso orario: Giuseppe Sala; Ernesto Maria Ruffini; Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (Ansa)
  • L’opposizione, inebriata dal successo del No, si è già incartata: prima il programma o il voto della base? E con quali regole? Nel dubbio si sono già messi in fila i sindaci di Milano e Genova, Ruffini e Decaro.
  • Incubo Schlein: insidiata da Gabrielli e affondata da sponsor imbarazzanti. L’ultima fan di Elly è la Salis.

Lo speciale contiene due articoli.

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Se la Meloni lascia, ci tocca Conte
(Imagoeconomica)
La trappola per indurre la Meloni a dimissioni anticipate, limitando i danni con un voto ravvicinato, ha già un beneficiario: il camaleonte Giuseppi. Che si prepara all’incasso dopo la vittoria dell’Anm, puntando anche sull’incoronazione del «Corriere».

Quando nell’estate di otto anni fa, dopo un colloquio in una stanza d’albergo a Milano, Matteo Salvini e Luigi Di Maio lo scelsero per guidare il governo gialloblù, certo non immaginavano di infilare la testa nelle fauci di uno spietato animale politico. All’epoca Giuseppe Conte era uno sconosciuto docente universitario di diritto privato e sia il leader della Lega che quello dei 5 stelle pensavano di avere a che fare con un professorino di belle speranze ma di nessuna esperienza.

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