Quello che decide ha la sindrome di Fracchia e indossa il cappellino con l’elica. C’è un’imbarazzante quota di «infantinismo» e di infantilismo nel pastrocchio mondiale in capo a Gianni Infantino, presidente della Fifa, che se voleva dare il colpo definitivo alla credibilità del pallone planetario l’ha fatto senza neppure curarsi della forma. Si è semplicemente inginocchiato davanti a Donald Trump e gli ha detto: passami sopra con la Chevrolet Camaro.
Il caso di Folarin Balogun è un libro aperto, la «squalifica con la condizionale», sospesa al centravanti Usa a qualche ora dalla partita con il Belgio non ha misteri. Lo ha ribadito il presidente degli Stati Uniti: «Sì, ho chiesto io un riesame a un uomo che è molto rispettato. Non gli ho detto cosa fare, non è stato lui a prendere la decisione ma un comitato. È stata una decisione brillante».
The Donald ammette candidamente di aver fatto due telefonate a Infantino: la prima per lamentarsi della decisione dell’arbitro brasiliano Raphael Claus (con annessa richiesta di reintegrare il giocatore espulso), la seconda per congratularsi per il cambio di rotta spintaneo. «Quello non era fallo. Sono una persona che ama lo sport, sono stato un buon atleta. Erano semplicemente due calciatori che correvano a tutta velocità e che hanno finito per scontrarsi. Voglio dire, non puoi prendere il tuo piede e appoggiarlo deliberatamente su quello di un altro. Sono due grandi atleti rimasti aggrovigliati l’uno con l’altro. E poi quest’arbitro è molto sospetto».
La vicenda è nota. Balogun commette fallo (probabilmente involontario) su Tarik Muharemovic nella sfida con la Bosnia vinta 2-0 dagli Usa e viene espulso. Giusto, sbagliato? Decisione di campo, con squalifica automatica per un turno, da regolamento. Non si torna indietro, il Porta a Porta dei pareri e dei centimetri non ha mai cambiato le decisioni arbitrali ex post. Accade da sempre a ogni latitudine. Al volo ricordiamo l’ingiusta espulsione di Pierre Kalulu in Inter-Juventus e il rigore ridicolo a favore del Liverpool contro l’Inter in Champions, con relativo stop all’arbitro. Ogni squadra ha le sue recriminazioni da solaio. Quanto all’allusione a Claus, il presidente americano si riferisce a un’inchiesta in Brasile per scommesse e partite truccate. Non fu mai indagato, ma solo sentito come testimone.
È curioso notare come l’intervento di Trump illumini la sua diversa concezione dello Sport. «Balogun è il nostro miglior giocatore e lo ha espulso, qui ogni partita sta diventando un Superbowl. Non sapevo cosa diavolo fosse quel cartellino rosso. Quando l’ho scoperto ho detto: “State scherzando”. È troppo penalizzante. Come vi sentireste se togliessimo Leo Messi, Cristiano Ronaldo o Harry Kane? Harry, ti togliamo perché hai colpito qualcuno un po’ più forte». Lui è su Marte ma Infantino no. Avrebbe dovuto capire che la Casa Bianca non può fare cassazione. Non ci riuscirono neppure gli sceicchi al mondiale in Qatar e Vladimir Putin a quello in Russia.
L’italo-svizzero Infantino si difende indicando altrove. «Non ho deciso io, Trump mi ha chiamato ma non è l’unico a farlo. Gli organi giudiziari della Fifa sono indipendenti, a volte sono d’accordo, altre no. Ma l’indipendenza è essenziale per la credibilità del calcio». Se la sala Var è a Mar a Lago, il Mondiale (già screditato per la prima fase da circo Medrano), diventa imbarazzante, equiparabile a quello del 2002 in Corea del Sud dove ci furono scempi al regolamento per favorire la squadra organizzatrice. Ne sappiamo qualcosa, l’Italia di Giovanni Trapattoni toccò con mano le porcherie identificate con il volto rubizzo dell’arbitro Byron Moreno. Siamo a quei livelli, forse peggio. Perché il gesto di far delle regole carta straccia qui non è neppure nascosto, ma esibito. E nessuno si può chiamare fuori; della Commissione (18 membri) che ha deciso di riammettere Balogun fa parte anche l’italiano Gerardo Mastrandrea, già giudice sportivo della Serie A.
La vicenda ha conseguenze perfino comiche. La federazione belga ha inoltrato ricorso in appello, giudicato «inammissibile». Quella francese ha chiesto la revoca del cartellino giallo a Michael Olise. Altri seguiranno. Se vale l’eccezione Trump, da qui alla fine sarà un carnaio. La Uefa (federazione europea) ha tuonato: «È stato superato un limite invalicabile, esprimiamo la nostra incredulità di fronte a una decisione senza precedenti. La Fifa ha oltrepassato la linea rossa. Quando la certezza delle regole non è più garantita dai suoi custodi, la credibilità di una competizione viene minata». Si è svegliata pure l’Unione europea attraverso il commissario allo Sport, Glenn Micallef: «Decisione sbagliata, l’autonomia dello sport va tutelata».
Ora tutti protestano, tutti s’indignano, tutti versano lacrime di coccodrillo dimenticando lo scandalo Joseph Blatter. Ma in questo sgangherato luna park nessuno può dirsi innocente. Chi si straccia le magliette antisudore men che meno. Dov’era il giornalista collettivo quando la Fifa decise di sospendere la squalifica per tre giornate a Cristiano Ronaldo, espulso contro l’Irlanda in una partita di qualificazione, per permettergli di giocare adesso? Dov’era la Ue all’epoca del Qatar come sede, mentre giravano mazzette così grandi da costringere Bruxelles ad aprire il Qatargate? E l’Uefa di Alexander Ceferin rispetta davvero le regole quando usa il FairPlay finanziario a favore dei club più potenti?
Balogun ha giocato, la baracconata continua. Comunque vada, resterà la foto di Fracchia Infantino in ginocchio da Trump mentre quest’ultimo afferma: «Sono una persona che ama lo sport». Sarà. Ma i suoi amici lo accusano di dare un calcetto alle palline da golf per posizionarle meglio nelle nove buche del weekend.
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