Michele Criscitiello, patron di Sportitalia e presidente della Folgore Caratese, squadra dell’Alta Brianza promossa a sorpresa in Serie C in un girone di ferro, ha appena pubblicato Il libro nero del calcio italiano (Piemme). Un saggio documentatissimo, che analizza la gestione delle società e dei vivai, le ambiguità degli organi federali, l’attaccamento alla poltrona di tanti dirigenti, l’invadenza dei procuratori, la casta degli arbitri e il giro dei soldi.
Partiamo da una delle tue creature, la Folgore Caratese promossa in C davanti a Milan-Futuro e al redivivo Chievo. A chi dedichi questo successo?
«Il giorno prima che morisse avevo nominato presidente della società mio padre ottantenne con la promessa che saremmo approdati alla serie C. Lui è il capo della nostra famiglia calciofila. Credeva in me e mi spronava in questa avventura sul campo. Perciò, dedico a lui la nostra promozione».
In una parola, qual è il segreto di questo traguardo?
«Sono due: ambizione e organizzazione».
Che effetto ti fa guardare i Mondiali?
«Nessuno, li sto vedendo poco e malvolentieri. Come Aleksander Ceferin che ha distrutto la Champions League, anche Gianni Infantino sta distruggendo i Mondiali. Da un mese ne parliamo, ma ancora non abbiamo assistito a una partita decente. Speriamo cambi qualcosa da qui in avanti».
Perché bocci anche la Champions?
«Fino a febbraio è noiosa, poi entra nel vivo. L’errore dei grandi dirigenti è cambiare le cose che funzionano invece di quelle che non funzionano. Questi Mondiali, che si giocano in tre Paesi diversi, hanno stadi belli, ma freddi. Anche il pubblico c’è, ma è tiepido giusto per il meteo».
La finale sarà Francia-Argentina come quattro anni fa?
«Ce lo auguriamo, almeno sulla carta promette di essere una bella partita. Le trappole sul percorso non mancano, ma quella sarebbe una bella finale».
Sul nostro sport nazionale disegni uno scenario cupissimo. Qual è il nero più nero del calcio italiano?
«La poca trasparenza della Federazione. Il giorno dell’elezione di Giovanni Malagò ero presente come delegato e vedere 300 persone tributare una standing ovation a Gabriele Gravina mi ha confermato che non siamo consapevoli del pericolo di morte nel quale siamo incorsi».
Eri il nemico numero uno di Gabriele Gravina?
«Non è così. Al telefono lo sento spesso, mi sta simpatico, ci andrei a cena ogni settimana, però non posso non constatare le lacune della sua gestione. Se per tre volte non andiamo al Mondiale di che inimicizia parliamo? Basta constatare i fatti. Che io dica che l’era Gravina è stata una sciagura non fa di me un paladino, caso mai giudica gli altri che non lo rimarcano. Il sistema crolla: tranne una quindicina, tutte le 100 società professionistiche perdono soldi. Che cosa aspettiamo? Di morire? Lo siamo già, l’assenza recidiva dai Mondiali lo certifica».
Scrivi che il circoletto del calcio somiglia a quello del cinema italiano, in concreto cosa vuol dire?
«Quello del cinema non lo conosco così bene, il circoletto del calcio pensa solo alla poltrona. Ma se il calcio muore, i grandi capi perdono anche il trono. Non faccio il finto moralista, capisco che i dirigenti vogliano fare business, ma devono farlo per far crescere l’intero movimento. Invece, per tutelare innanzitutto il proprio bene, non si preoccupano del futuro del sistema».
Chi è l’avvocato Giancarlo Viglione?
«È il vero presidente della Figc. Non è un’offesa. È un uomo che lavorava nell’ombra e non aveva un volto pubblico. Ma da quando ha indossato la giacca con il simbolo della Figc e si è seduto al fianco di Malagò la sua strategia è cambiata».
Cosa c’è di male?
«È sempre una questione di trasparenza. Se hai un ruolo ufficiale, se sei direttore generale della federazione, è giusto che tu stia sul palco a fianco del presidente. Ma se invece sei un avvocato, per quanto importante, è un altro discorso».
Già con Gravina era una figura di spicco.
«È l’uomo che ha favorito il patto per cui dopo Gravina doveva arrivare Cosimo Sibilia. Quel patto non fu rispettato e Viglione si è schierato con Gravina. Ora ha portato avanti l’accordo tra Gravina e Malagò. Non c’è nulla di male, ma è importante sapere come stanno le cose».
Da quanto tempo Renzo Ulivieri è presidente dell’Associazione allenatori?
«Da vent’anni, troppi. Non se ne abbia a male, ma non ha più l’età per reggere l’impegno della carica. Il giorno dell’elezione di Malagò era assente per problemi di salute. È un dato di fatto, non un’accusa personale».
Gli stipendi di questi dirigenti sono adeguati? Si fa un uso trasparente dei soldi che finanziano il sistema?
«Gli stipendi sono tutti esagerati verso l’alto. Quando Gianfranco Zola andò al Chelsea in Premier League, noi italiani lo prendevamo per i fondelli perché era andato in un campionato minore. Poi gli inglesi hanno investito i soldi dei diritti televisivi in strutture e stadi, mentre noi italiani li abbiamo spesi in calciatori, figurine e procuratori. Vent’anni dopo vediamo i risultati».
Come funziona l’Aia, l’Associazione italiana arbitri?
«È una casta. Un maxi circoletto dove fa carriera chi porta più voti al presidente e al designatore».
È un ente riformabile?
«Deve esserlo assolutamente. Soprattutto non deve dipendere dalla Federazione».
All’estero da chi dipendono gli arbitri?
«Sempre dalle federazioni, ma si scontrano con paletti invalicabili, mentre da noi si superano facilmente».
Dell’ultimo scandalo di quest’anno che coinvolgeva alcune partite che avrebbero favorito l’Inter non si sa più nulla.
«Si è fermato tutto, ma il capo d’accusa era debole».
Per gli arbitri, la soluzione potrebbe essere il professionismo?
«Potrebbe essere una soluzione per favorire l’indipendenza e cambiare un po’ di cose. Ma si potrebbe anche adottare la formula della Champions, con arbitri internazionali, designati a livello europeo. All’estero questo problema non ce l’hanno. Se ci arbitrassero direttori di gara francesi o spagnoli tanti problemi sarebbero superati, cominciando dai sospetti. Prendere un aereo da Parigi per Milano non è tanto diverso che prenderlo da Napoli».
Come funziona il centro federale di Coverciano?
«Se non hai il patentino Uefa, anche se sei un bravo allenatore, non puoi allenare. Molti posti ai corsi del Centro federale sono riservati agli ex calciatori: la meritocrazia non esiste».
Per diventare allenatori si spende molto?
«Parecchie migliaia di euro. Anche per diventare vice allenatore o preparatore atletico devi allargare il portafoglio. Questo crea una forte selezione».
Le serie C e D funzionano?
«La Serie C a 60 squadre non è sostenibile, ci sono troppi pochi soldi. Ogni club non può avere solo 700.000 euro all’anno dalla Figc».
Bisogna ridurre il numero di squadre?
«E aumentare la mutualità dalla Serie A alla Serie C. Quest’anno la Serie A ha speso 240 milioni per i procuratori, ma alla Serie C ha dato 22 milioni. Chiaro, no? E poi si parla di far crescere i giovani…».
Tornando ai flop della Nazionale, quali sono le cause principali?
«I giovani ci sono in Italia. In tutte le competizioni, le nazionali minori fino all’Under 21 vincono ovunque. Ma quando questi ragazzi arrivano nelle prime squadre non li fanno giocare perché li considerano acerbi, così il talento evapora».
Vedi anche tu un eccesso di stranieri nelle squadre?
«Questo è un altro problema. Per comprare uno straniero non serve depositare una fideiussione bancaria, come invece è richiesto per acquistare un calciatore italiano».
Perché questa disparità di trattamento?
«Non ho una spiegazione perché non riesco a immaginare una motivazione logica».
Qualcuno ci guadagna?
«È probabile, ma anche qui non ho risposte».
Cosa non va nella politica dei giovani e dei vivai?
«Non va tutto. Hanno tolto anche il vincolo societario per cui a fine stagione i giocatori sono liberi di accasarsi altrove. Così i club di B C D non hanno vantaggi nel farli crescere e migliorare, investendo in strutture, scuole calcio e allenatori».
In Italia sono improvvisamente spariti talento e fantasia, nostra forza in tutti i settori, o li soffochiamo con politiche sbagliate?
«Li soffochiamo perché non facciamo giocare ed esprimere i giovani. L’esempio di Palestra è lampante. Il Chelsea ha pagato 60 milioni un giocatore che una big aveva dato in prestito al Cagliari che lottava per non retrocedere».
Cosa si può fare contro lo strapotere dei procuratori?
«Mettere dei paletti. Le commissioni ai procuratori devono avere dei tetti oltre i quali non andare. E poi non devono poter agire sia per conto dei giocatori che delle società. Servono regole più severe e serve farle rispettare».
Perché la Juventus, prima, e poi anche realtà di provincia come Udinese e Atalanta sono riuscite a realizzare o rinnovare lo stadio di proprietà, mentre Roma, Milano e Napoli da decenni ne parlano soltanto?
«La Juventus si è mossa in anticipo per ottenere la concessione di 99 anni dell’impianto. L’Udinese ha approfittato della lungimiranza del sindaco giusto, Furio Honsell, che ha deciso di fare lo stadio».
Altrove prevale la cultura del non fare?
«Purtroppo sì».
Che futuro prevedi per il «metodo Moneyball», la priorità degli algoritmi nella scelta dei giocatori?
«L’analisi dei dati può essere utile per chiudere il cerchio e completare il profilo di un calciatore. Ma prima bisogna considerare altri criteri, più completi, che riguardano la persona. Se usi gli algoritmi per il 20% di rifinitura di un identikit va bene. Ma se con i numeri pensi di sostituire il lavoro degli osservatori e degli esperti di campo, rischi grossi buchi nell’acqua».
Giovanni Malagò è la soluzione giusta per la Figc?
«Se cambia la mentalità e i dirigenti, sì».
Vasto programma: ne è consapevole e ne ha la forza?
«Consapevole lo è, bisogna vedere se ha la forza di arrivare fino in fondo».
Basterà chiamare Antonio Conte e magari Paolo Maldini in Nazionale per far rinascere il nostro movimento?
«Non basterà, ma possono essere gli uomini giusti per ripartire».
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