turchia 2032
Recep Erdogan all'inaugurazione della Timsah Arena di Bursa (Ansa)

Italia e Turchia organizzeranno insieme gli Europei di calcio del 2032, ma sul fronte degli stadi i due Paesi sembrano appartenere a mondi diversi. Da una parte c’è l’Italia, dove costruire o ristrutturare un impianto può trasformarsi in un’odissea tra Comuni, soprintendenze, vincoli urbanistici, ricorsi e autorizzazioni. Dall’altra c’è la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che negli ultimi vent’anni ha trasformato le infrastrutture sportive in uno dei simboli della modernizzazione del Paese.

Il dato è impressionante: nell’era Erdogan la Turchia ha costruito 38 nuovi stadi. Non sono stati realizzati appositamente per Euro 2032, assegnato nel 2023 alla candidatura congiunta italo-turca. È vero il contrario: quando è arrivata l’occasione dell’Europeo, Ankara aveva già fatto gran parte del lavoro.

Euro 2032, il vantaggio della Turchia sugli stadi

La Turchia ha presentato dieci possibili sedi: tre impianti a Istanbul e quelli di Ankara, Bursa, Konya, Antalya, Eskişehir, Gaziantep e Trabzon. Molti sono stati costruiti durante gli anni di Erdogan. Entro ottobre 2026 dovranno essere individuati i cinque stadi turchi e i cinque italiani che ospiteranno il torneo.

Per Ankara sarà soprattutto una questione di scelta. Per Roma è una corsa contro il tempo. L’Italia ha indicato Milano, Roma, Torino, Napoli, Bari, Firenze, Bologna, Genova, Verona e Cagliari, ma buona parte degli impianti necessita di interventi importanti. Alcuni progetti sono ancora oggetto di discussioni politiche e amministrative, altri devono superare passaggi autorizzativi decisivi.

Il rischio è quello già visto troppe volte: impiegare anni per decidere come costruire uno stadio prima ancora di aprire il cantiere. In Turchia il meccanismo è completamente diverso. Il sistema creato da Erdogan è fortemente centralizzato e quando il presidente considera strategica un’opera, l’apparato dello Stato viene orientato verso la sua realizzazione.

In sostanza, decide solo il presidente turco e la macchina si mette in moto. È un modello molto discutibile dal punto di vista politico e certamente non trasferibile integralmente in una democrazia europea come quella italiana. La concentrazione del potere comporta costi istituzionali e corruzione evidenti. Ma sul terreno della capacità di realizzare infrastrutture il risultato è difficile da ignorare.

Lo dimostrano non soltanto gli stadi. Negli anni di Erdogan la Turchia ha costruito aeroporti, ponti, autostrade, tunnel, ospedali e ferrovie. Le grandi opere sono diventate parte integrante della narrazione politica del presidente: dimostrare che lo Stato decide e che ciò che viene annunciato viene poi realizzato. In Italia troppo spesso accade il contrario.

Italia, la corsa a ostacoli tra burocrazia e autorizzazioni

Prima di posare la prima pietra bisogna trovare l’accordo tra società sportive e amministrazioni comunali, definire proprietà e destinazione delle aree, superare vincoli urbanistici e architettonici, ottenere i pareri degli enti competenti, reperire finanziamenti e affrontare eventuali ricorsi.

Nel frattempo possono cambiare sindaci, maggioranze, proprietà dei club e persino il progetto iniziale. Gli stadi sono diventati quasi una caricatura del problema italiano. Si discute per anni se abbattere, conservare, ristrutturare o trasferire un impianto. Ogni soluzione produce una nuova discussione e ogni discussione può generare un altro procedimento amministrativo.

Due modelli opposti per le grandi opere

La differenza con Ankara è brutale: in Turchia ci si domanda quando inaugurare lo stadio, in Italia quando arriverà l’ultima autorizzazione. Il punto non è sostenere che per costruire rapidamente serva un sistema come quello turco. Significherebbe confondere l’efficienza con la concentrazione del potere. Ma sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare le garanzie democratiche come alibi per giustificare una paralisi che può durare decenni. Una democrazia può avere controlli e contemporaneamente essere capace di decidere.

La Turchia arriva così a Euro 2032 forte di oltre vent’anni di investimenti. I 38 nuovi stadi rappresentano una trasformazione iniziata molto prima dell’assegnazione del torneo. Ed è questo il vero vantaggio di Ankara: non ha aspettato l’Europeo per modernizzare le proprie infrastrutture.

L’Italia si trova invece ancora una volta nella condizione di utilizzare un grande evento internazionale come acceleratore per risolvere problemi conosciuti da anni. E la Uefa, alla fine, giudicherà i risultati, non le intenzioni.

Il confronto tra Italia e Turchia diventa quindi quello fra due modi opposti di concepire le grandi opere. Da una parte un sistema nel quale il potere politico decide dall’alto e dispone degli strumenti per accelerarne l’esecuzione. Dall’altra una struttura nella quale competenze e responsabilità sono distribuite tra una quantità di soggetti e stabilire chi abbia davvero l’ultima parola può diventare un’impresa.

Erdogan ha fatto delle infrastrutture una dimostrazione della propria forza politica. Si può criticare il suo sistema di governo, ma è difficile negare l’impronta lasciata sulla Turchia. La differenza può essere riassunta così: l’Italia deve costruire o ristrutturare gli stadi perché arrivano gli Europei; la Turchia può ospitare gli Europei perché gli stadi li ha già costruiti. Nel 2032 la partita si giocherà sul campo. Quella delle infrastrutture è cominciata vent’anni prima. E per ora la Turchia è nettamente in vantaggio.

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