Se n’è andato uno degli ultimi testimoni del calcio italiano che contava nel mondo, capitano della squadra che la storia ha denominato Grande Inter. Sandro Mazzola è morto a 83 anni.
Una vita nel segno dell’Inter
Aveva un cognome che pesava, Sandro. Era infatti figlio di Valentino Mazzola, capitano e leggenda del Grande Torino, morto nella tragedia di Superga nel 1949. Crescere con quel nome significava dover dimostrare ogni giorno di meritarlo.
Ed era forse per questo motivo che, da ragazzo, aveva pensato di cambiare sport. La pallacanestro lo aveva tentato: la Simmenthal Milano di Cesare Rubini lo voleva fortemente in squadra. Fu la madre, Emilia, a fermarlo, ricordandogli cosa avrebbe significato per la memoria del padre. Restò al calcio, dunque, e si «sposò» professionalmente con l’Inter, cui rimase fedele per tutta la carriera.
Il legame con il club nerazzurro fu totale, senza eccezioni. Il presidente Angelo Moratti bloccò un suo prestito al Como, voluto dall’allenatore Helenio Herrera per farlo maturare lontano da Milano. Anni dopo, fu lui a rifiutare la Juventus di Giampiero Boniperti e Gianni Agnelli, quando la carriera era già nella sua fase conclusiva. Indossare la maglia bianconera, per il figlio del capitano del Grande Torino e per una bandiera dell’Inter, non poteva essere un’opzione.
Numeri e aneddoti della carriera di Sandro Mazzola
Con l’Inter, Mazzola ha vinto due Coppe dei Campioni e una Coppa Intercontinentale, oltre a quattro scudetti. Il periodo d’oro coincide con gli anni Sessanta, quando la squadra allenata da Herrera dominava in Italia e a livello internazionale.
Restano nella memoria alcune prestazioni individuali fuori dal comune. A Budapest, contro il Vasas, superò diversi difensori ungheresi prima di segnare. A Berna, con la maglia della Nazionale, mantenne il controllo del pallone dentro l’area per sei volte consecutive senza farlo toccare terra. Nella finale di Coppa dei Campioni del 1964, al Prater di Vienna, segnò una doppietta contro il Real Madrid di Alfredo Di Stéfano. Al termine della partita, un altro simbolo di quella squadra, Ferenc Puskás, gli consegnò la propria maglia, riconoscendo in lui l’eredità del padre: «Ho giocato contro di lui e tu ne sei degno: tieni la camiseta».
La rivalità con Rivera e il ruolo in Nazionale
In Nazionale, Mazzola ha condiviso il centrocampo con il grande Gianni Rivera, in una convivenza che i media dell’epoca trasformarono in rivalità sportiva e generazionale. Milan e Inter, i due volti calcistici della stessa città, si riconoscevano rispettivamente nei due giocatori.
La realtà, al di là delle cronache e della narrazione fittizia, era piuttosto diversa. Mazzola e Rivera collaborarono per la nascita del sindacato dei calciatori, in un’epoca priva di procuratori, quando tutelare i propri diritti richiedeva peso personale e credibilità. I due fuoriclasse, più che avversari, condividevano quindi una battaglia comune.
Gli anni da dirigente e opinionista
Terminata la carriera agonistica, Mazzola rimase nell’orbita dell’Inter come dirigente, lavorando sotto le presidenze di Ivanoe Fraizzoli e Massimo Moratti. In quella fase arrivarono altri titoli, senza però ricreare l’atmosfera irripetibile della squadra che aveva guidato in campo.
Ha proseguito quindi la propria presenza pubblica anche in televisione, in qualità di opinionista. Un ruolo che ha svolto con la stessa lucidità tecnica mostrata da calciatore, senza mai scadere nella superficialità o nella volgarità.
Nonostante la malattia, Mazzola ha continuato a partecipare agli appuntamenti con i compagni della Grande Inter. Un anno fa, nel mese di maggio, era presente al ristorante di Javier Zanetti per celebrare i 60 anni dalla seconda Coppa dei Campioni vinta dai nerazzurri.
Se ne va un protagonista assoluto del calcio italiano, capace di rendere grande un’epoca e un club. La sua Inter, oggi prima in classifica, lo ricorderà per sempre con orgoglio e affetto.
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