Antognoni: «Per restare in viola ho rifiutato un attico»
Giancarlo Antognoni con la Fiorentina nel 1980 (Getty Images)

Progressioni da paura verso la metà campo avversaria, lanci millimetrici, ampia visione di gioco, tiro. Giancarlo Antognoni, centrocampista di regia e mezzala, sapeva governare la sfera senza guardarla, a testa alta. È sempre stato fedele alla sua squadra, la Fiorentina.

Ha raccontato la sua esperienza nel calcio italiano, con Luca Calamai, nel libro Una vita da dieci. La mia storia tra il Viola e l’Azzurro, appena uscito per Piemme. Insieme al viola, quello azzurro è l’altro colore della sua vita. Campione del mondo al Mundial spagnolo del 1982 e finalista in quello di Argentina del ’78.

Ha esordito in serie A con la Fiorentina nel 1972, sul campo del Verona, 2-1 per i gigliati. I giornali sportivi lo paragonarono subito a Gianni Rivera, suo idolo giovanile. Nel 1974, a Rotterdam, per le qualificazioni agli europei del ’76, la sua prima partita in nazionale contro l’Olanda di Johan Cruijff. Si fece notare con uno spettacolare «sombrero», con buona pace di Neeskens. Nei penalty niente cucchiai. Preferiva il missile. Oggi è capo-delegazione della nazionale Under 21.

Agli italiani davanti al televisore in quel pomeriggio assolato del 5 luglio 1982 per Italia-Brasile, a Barcellona, finita con la vittoria dell’Italia per 3-2, sta ancora sullo stomaco quella tua rete all’88° minuto annullata dall’arbitro israeliano Klein per fuorigioco. Sarebbe stato il 4-2 dell’Italia e una tua enorme soddisfazione personale. Quel goal era regolare. Non eri in fuorigioco.

«È stato quel goal che mi ha un po’ rovinato la fase finale dei mondiali perché nella partita successiva contro la Polonia cercai di fare quel goal che mi era stato annullato nella partita con il Brasile e mi infortunai. Vidi questa palla molto bella al limite dell’area, volevo calciare in porta ma, purtroppo, invece del pallone presi il piede dell’avversario. A causa di questo infortunio saltai la finale con la Germania…».

Qualora in quel match ci fosse stato il Var la tua rete avrebbe potuto essere regolarizzata?

«Sì sì, era valido. Ero partito da dietro perché ero in corsa ma al guardalinee ha dato la sensazione che fossi in fuorigioco. Il Var serve soprattutto per il fuorigioco».

Enzo Bearzot. Come lo ricordi?

«Qualche volta facemmo anche qualche discussione però a livello calcistico è stato per me un papà. Mi ha fatto giocare 10 anni in nazionale con tutte le intemperie che potevano esserci sulla mia persona. Giocavo nella Fiorentina, c’erano spinte del Nord che volevano giocatori di Juve, Inter, Milan, ma non si è mai fatto condizionare».

In quella partita giocò anche Socrates, deceduto nel 2011. Nel campionato 1983-84 fu alla Fiorentina. Ribelle, poco amante della disciplina e dei ritiri, sigaretta e birra, in testa aveva la lotta per le ingiustizie, la causa dei più deboli.

«Grande giocatore, un carattere particolare. Forse è arrivato in Italia troppo tardi. Tra l’altro, a Firenze, lo presero al posto mio perché mi ero rotto la gamba, quindi con lui non ho mai giocato. Ma l’ho conosciuto come persona».

Vi capitò di parlare di quell’Italia-Brasile che fece piangere il popolo carioca?

«Non era il caso. Tra l’altro segnò il goal dell’1-1. Arrivò in Italia in età un po’ avanzata, a 29 anni, non era abituato al nostro ritmo di allenamento. I brasiliani si allenano diversamente. È stato un anno e poi è andato via».

Nel libro osservi che se fosse arrivato Rummenigge avrebbe regalato alla Fiorentina «qualcosa di speciale».

«Sì, potrebbe essere. Comunque dal 1980 all 1985 siamo sempre arrivati lì nelle vicinanze, secondi, terzi. Purtroppo per lo scudetto non siamo riusciti».

Sei nato a Marsciano (Perugia) nel 1954, tifavi per il Milan…

«Il Comune era Marsciano però era Casalina, dai. Una casa di campagna vicino a Perugia. A 9 anni mi trasferii a Perugia con mio padre. Mio nonno vendette la casa, c’erano tre fratelli, e comprò un appartamento per ciascuno di loro. È stato a Perugia che iniziai il mio percorso calcistico. Mio padre prese un bar in gestione, era un Milan club. Anche mio padre e mio fratello tifavano Milan».

I tuoi ti seguirono in tv al mondiale del 1982?

«Certo, soprattutto mio padre, mia madre un po’ meno. Mia moglie e mio figlio Alessandro vennero a trovarmi in Spagna, mio figlio aveva circa un anno e mezzo, fu una sorpresa piacevole. Conobbe Bearzot».

A 15 anni ti acquistò il Torino, poi l’Asti MaCoBi, e nel 1972 ti volle la Fiorentina del presidente Ugolino Ugolini per 440 milioni di lire, cifra elevata per l’epoca.

«Arrivai alla Fiorentina in comproprietà, per 90 milioni, poi l’anno successivo feci 20 partite e il prezzo aumentò. Alla fine si arrivò a 440 milioni, un bel sacrificio per Ugolini».

Più di una volta ti sono arrivate offerte per sottrarti ai viola ma non hai mai ceduto. A Madrid, in occasione della finale Italia-Germania del 1982, ti avvicinò Gianni Agnelli…

«Fu nella hall dell’albergo, io non giovavo la finale. Mi disse: “Antognoni, lei è l’unico giocatore che ha rifiutato di venire alla Juventus”. La cosa risaliva al mondiale di Argentina, quattro anni prima. Boniperti era il presidente, che offrì alcuni giocatori più tot soldi alla società. Infatti mi chiamò il presidente della Fiorentina dicendomi di questa opportunità, ma tra la Fiorentina e me c’era un tale rapporto che non era il caso».

Nel 1980 Dino Viola, presidente della Roma, ti offrì un attico in piazza di Spagna per passare con i giallorossi…

«M’invitò, con mia moglie, a casa sua a mangiare. C’era anche il cambio di proprietà a Firenze. Pontello voleva costruire una Fiorentina più competitiva. Gli dissi: “Presidente, rimango a Firenze”. Tra l’altro mia moglie è romana ed era più intenzionata lei di me. Fece una bella offerta, vero dell’attico in piazza di Spagna».

E tua moglie?

«Eh beh, un calcio nello stinco me lo diede. Poi però la Roma vinse lo scudetto nel 1983… Noi ci siamo andati vicino l’anno prima…».

Nella sua storia la Fiorentina, che il 29 agosto 2026 ha compiuto 100 anni, ha vinto due scudetti, nel 1955-56 e nel 1968-69.

«Bottino un po’ magro, ma abbiamo vinto la Coppa delle Coppe, una Supercoppa, sei Coppe Italia».

Se fossi andato alla Juve o alla Roma avresti probabilmente vinto più di uno scudetto…

«Alla Juve di sicuro, perché in quegli anni ne ha vinti tanti, la Roma un po’ meno. Il rimpianto è di non averlo vinto con la Fiorentina. Ho vinto più da dirigente che da giocatore. Da dirigente, con Cecchi Gori, vincemmo una Coppa Italia e una Supercoppa».

Quella partita dell’ultima giornata del campionato 1981-82, 16 maggio 1982. La Fiorentina giocava a Cagliari, la Juve a Catanzaro. Al Sant’Elia l’arbitro Mattei di Macerata annullò un goal di Graziani, che Carlo Sassi alla moviola valutò regolare. La Fiorentina sarebbe andata allo spareggio con la Juve, da giocare il sabato. Ma il sabato c’era il ritiro della nazionale. Anche in questo caso, se ci fosse stato il Var?

«Si andava allo spareggio e ce lo giocavamo».

E al ritiro in vista del Mundial?

«Fu abbastanza burrascoso perché di giocatori della Juve ce n’erano tanti. Noi comunque della Fiorentina eravamo in cinque, Massaro, Galli, Antognoni, Graziani e Vierchowod».

Balziamo al 22 novembre 1981. Fiorentina-Genoa. Italiani attoniti. In uno scontro con Martina, portiere del Genoa, ricevesti un colpo alla testa, il tuo cuore si fermò, ti fu praticato un massaggio cardiaco, poi ti operarono al Careggi.

«Per me questo è un brutto ricordo ma mi un po’ ha plasmato durante il recupero, alla fine l’ho vissuta abbastanza bene. Nonostante la pericolosità che c’è stata – perché ho rischiato molto – dopo quattro mesi tornai a giocare. Mi sono risvegliato 10 minuti dopo il massaggio cardiaco negli spogliatoi con questo dolore sulla parte destra della testa. Ero lucido, ho riconosciuto tutti. In quei quattro mesi ho sofferto un po’ ma volevo andare ai mondiali del 1982. Ebbi conseguenze dal punto di vista psicologico ma le superai».

Lì si è visto anche come il calcio possa diventare talvolta molto pericoloso…

«Sì, la testa è la parte più delicata di tutte, si rischia di più».

Tua moglie Rita ti è stata molto vicina.

«Certo, tutta la famiglia, un bel matrimonio sia con mia moglie sia con la Fiorentina».

Al di là del denaro, e pazienza anche per il goal annullato con il Brasile, per la finalissima di Madrid non giocata, per lo scudetto non vinto, non è forse questa la tua più importante vittoria?

«Infatti non ho mai pensato a questioni di denaro, sono sempre rimasto a Firenze perché è una questione di affetto verso una città, una squadra e i tifosi. Dopo 37 anni che ho smesso è come se giocassi ancora perché quando vado in giro per la città i fiorentini mi adorano».

Gli ultimi due anni della tua carriera li giocasti con il Losanna. E anche in Svizzera i supporter gigliati c’erano…

«È vero, al mio esordio col Losanna c’erano 1.000 tifosi fiorentini».

Oggi sembra prevalere il «calcio degli sceicchi», come lo definisci. La fedeltà a una squadra è un concetto antiquato.

«Sì, certo. Uno fedele è difficile trovarlo. Gli ultimi sono stati Di Bartolomei, Del Piero, Maldini, e prima Gigi Riva, Giacinto Facchetti… Poi è arrivato il business. Non è che lo condanno. Oggi il giocatore è proprietario di sé stesso e si gestisce da solo. E poi noi non eravamo svincolati».

E la Under 21?

«Ci sono ragazzi interessanti, dovrebbe fornire giocatori alla nazionale A ma gli allenatori dovrebbero farli giocare un po’ di più nelle squadre di club. Nella nazionale A ora è arrivato Mancini, che è propenso a far giocare i giovani… Vediamo».

Cabrini fallì il rigore al Bernabéu. Se ci fossi stato tu l’avresti trasformato?

«Secondo me sì, anche se la certezza non c’è mai. Non avrei cercato l’angolo. L’avrei tirato forte, centrale. Tra l’altro ero rigorista della squadra…».

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