Non lo ferma nemmeno un muro, se invece parliamo di Helmut Klopfleisch, nato nel 1948 a Berlino Est e disposto a tifare a costo di mettere a rischio la propria libertà.
La passione per l’Hertha Berlino all’ombra del Muro
Perché la ritualità di un credo può essere persino osteggiata, e serve molto coraggio e molta fede per conservarla lo stesso.
Helmut ha cominciato a tifare per l’Hertha Berlino molto presto, da piccolissimo: il padre lo portò per la prima volta allo stadio nel 1954, lui si innamorò della squadra e del pallone e da allora non ha avuto paura delle conseguenze, pur di non sottrarsi al rito libero della partita.
Il suo modo di tifare cambiò all’alba del 13 agosto 1961, quando i berlinesi dell’Est si svegliarono scoprendo che il regime comunista aveva iniziato nella notte la costruzione di un muro per evitare la fuga delle persone nella parte occidentale del Paese.
Da quel giorno tra Helmut, lo stadio e l’Hertha c’era un confine fisico, invalicabile.
Il tifo a distanza e le radioline vicino al confine
Nessun confine, però, che potesse evitare il sacro momento della partita. Bastava radunarsi vicino al Muro il giorno in cui l’Hertha giocava in casa, avere una radiolina, molto spesso capire cosa stesse accadendo solo tendendo l’orecchio, sentendo i rumori del pallone e del pubblico che arrivavano dallo stadio, poco più di un chilometro più in là.
Non era solo: con lui c’erano abitualmente quasi sessanta persone, che affidavano al vento il proprio tifo e qualche speranza.
Un gesto quasi spontaneo che molto presto finì per essere avversato dalla temibile Stasi, che in quel radunarsi e tifare per una squadra che giocava a occidente, come se il Muro non ci fosse, vide una sfida politica e la vietò, anche perché il Muro, nel frattempo, diventava sempre più consistente (inizialmente era filo spinato), l’Hertha cambiava stadio e diventava anche più difficile seguire una partita a distanza.
Klopfleisch, che seppure anticomunista per formazione e per educazione familiare non vedeva nel calcio nessuno strumento di lotta ma solo un modo per amare, finì sotto il controllo della polizia segreta, che cominciò a seguire la sua vita e ogni sua attività con un agente che spiava casa sua, accumulando materiale per un fascicolo così voluminoso da risultare sorprendente, quando glielo hanno mostrato.
Nel mirino della Stasi: ventotto anni da tifoso clandestino
Ventotto anni di vita da tifoso clandestino, una sola partita dell’Hertha vista dal vivo in quel lunghissimo periodo: quando la sua squadra giocò in Polonia, contro il Lech Poznań, e allora pensò di varcare il confine polacco. Come molti altri, che però furono respinti dalla guardia di frontiera.
Lui no, perché portò con sé la famiglia, per farlo sembrare un viaggio diverso, e in particolare portò la madre. Al confine raccontò che la madre era cresciuta in Polonia, che andavano a vedere la sua vecchia casa. Gli bastò per passare, ma non per sfuggire al controllo a distanza, al dossieraggio, essendo ormai catalogato come dissidente calcistico.
Perché, per amore del calcio e della sua libertà, Helmut cominciò a un certo punto della sua vita a seguire le squadre che rappresentavano l’Occidente quando sfidavano quelle che erano emanazione dei regimi, a est.
Una volta fu spiato mentre seguiva la Germania Ovest contro la Bulgaria, controllata dai sovietici, e la Stasi scrisse nel rapporto che aveva causato “danni significativi alla reputazione internazionale della Repubblica Democratica Tedesca”.
Nel 1985 fu arrestato per aver donato a Beckenbauer un orso, simbolo di Berlino unita, prima della partita della Germania Ovest contro la Cecoslovacchia.
Vedeva in segreto calciatori del blocco occidentale, aveva creato un ritrovo clandestino di tifosi dell’Hertha a Berlino Est e riusciva a organizzare incontri con calciatori e allenatori del club, che varcavano il confine con un pretesto.
La persecuzione del regime e il riscatto finale
Seguiva il calcio e la sua squadra sbirciando dalle fessure del Muro e anche il Bayern Monaco quando andava a Berlino Est, Dresda, Magdeburgo, Lipsia, come forma di disobbedienza.
Fino a quando non gli venne confiscato il passaporto e cominciarono una serie di rappresaglie: il figlio Ralf era una promessa del calcio, ma subì un brutto infortunio e gli furono negate le cure perché la famiglia era nemica dello Stato.
A Helmut, invece, fu tolto il lavoro da elettricista e dovette mettersi a pulire i bagni. Fu tolta anche la casa estiva, donata successivamente a un funzionario della Germania Est.
Ma la più dura punizione del regime non era ancora arrivata: con sua moglie e suo figlio avevano fatto domanda per emigrare nel 1986, ma non avevano avuto risposta, quando improvvisamente le autorità il 26 giugno 1989 gli dissero che potevano andare.
Era una specie di trappola: la Stasi sapeva che la madre di Klopfleisch, malata, aveva poche ore di vita, ma alla richiesta di attendere qualche giorno risposero “o parti entro le 22 o non parti più”.
Decise di partire, non poté rimanere accanto alla madre nelle sue ultime ore di vita (morì quattro giorni dopo) e nemmeno gli fu autorizzato il rientro per il funerale. Oggi vive nella Berlino libera, non perde una partita dell’Hertha, ha vinto.
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