Il primo «falso 9» della storia fuggì dal ritiro per vedere padre Pio

«Il mio accompagnatore mi disse: vedi quel signore? Sarà il tuo allenatore». Sandro Mazzola aveva 13 anni, a condurlo per mano al campetto dei boys dell’Inter a Rogoredo era Benito Lorenzi detto Veleno, il bomber feroce dell’epoca.

E «quel signore» in tuta e scarpini era Giuseppe Meazza. C’è poco altro da dire per inquadrare il romanzo di formazione, se non che proprio ieri, mentre lo stadio intitolato al balilla del gol compiva 100 anni, la leggenda nerazzurra se ne andava per sempre dalla valle di lacrime, portata via a 83 anni da un doloroso tumore osseo che la tormentava.

Un mese fa in un’intervista alla Gazzetta sembrava intuire il tempo del fischio finale: «Combatto una partita più grande di me, proverò a portarla ai supplementari, magari ai rigori. Prima di smettere per sempre di giocare ai giovani dico: abbiate sogni, credeteci e sacrificatevi». Lascia sei amori: la moglie Graziella, quattro figli e l’Inter. Domani alle 14.45 i funerali in Sant’Ambrogio.

Nel nome del padre: l’ombra di Superga e i trionfi

Tutto più facile, tutto più difficile per quel ragazzino che entrava da orfano di padre in uno stadio. Tutto più facile perché era il figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino schiantatosi a Superga nel 1949 in un tramonto di nebbia; tutto più difficile perché a quel figlio nessuno avrebbe perdonato niente.

Eppure nel nome del padre ha vinto quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e con la Nazionale ha conquistato l’Europeo del 1968 ed è stato vicecampione del mondo nel 1970 in Messico in un’Italia battuta solo dal Brasile di Pelè dopo l’immortale 4-3 alla Germania.

Attaccante veloce e modernissimo degli anni ‘60 e ‘70, re del dribbling, è stato il primo «falso nueve» della storia. «Non eravamo lenti, anzi verticalizzavamo più di oggi». Per far capire ai millennials di chi stiamo parlando (comunque YouTube vive e lotta assieme a noi) nella classifica del Pallone d’oro 1971 arrivò secondo, dietro Johann Cruijff e davanti a George Best.

L’era di Helenio Herrera e la Grande Inter

Mazzola detto «il baffo» è stato con Giacinto Facchetti e Mario Corso (il piede sinistro di Dio) il simbolo della Grande Inter di Helenio Herrera, eppure da bocia era incerto se giocare a calcio o a pallacanestro («ero un play alla Marzorati prima di Marzorati»).

Poi il destino scelse per lui e il Mago fece il resto. Quando lo vide all’opera disse nel suo italiano da Dario Fo: «Gran jugador el padre. Vederemo te». Lo voleva centravanti ma Sandro non amava le botte da area di rigore, meglio partire da lontano e lasciare lì gli avversari come paletti dello slalom.

Ricordando scherzava: «Herrera fu un grande innovatore, ci metteva pure a dieta; però Luisito Suarez nascondeva in camera prosciutto e salame. Un mondo spontaneo, con meno stress e più senso di comunità». Nell’intervista inedita sul sito nerazzurro ha ammesso: «L’Inter per me è stata una mamma».

L’infanzia divisa e il talento scoperto da Veleno

Il figlio di Valentino nasce a Torino l’8 novembre 1942 e avrà sempre sul comodino la tenera foto del padre che gli allaccia le scarpe da calcio. «Entravo in campo con la manina aggrappata alla sua. Più delle partite mi piacevano gli intervalli perché potevo correre sul prato con la palla».

Poi la tragedia e un seguito che oggi farebbe impazzire i social: la nuova compagna del padre lo nasconde in un fienile e chiede soldi per restituirlo. «Mamma con l’avvocato e i carabinieri mi riporta a Cassano d’Adda dove abitava: ci trovai un fratellino, Ferruccio, e due zie. Eravamo poverissimi ma ci volevamo un gran bene».

Irrompe il calcio, Lorenzi lo vede palleggiare e capisce che in quei piedi c’è la stessa magìa di Valentino.

L’esordio surreale contro la Juventus

L’imprinting nerazzurro arriva alla prima partita da titolare nel 1961, persa 9-1 a Torino contro la Juventus (suo l’unico gol dell’Inter) al culmine di un pasticciaccio gaddiano.

Si gioca per lo scudetto, i tifosi bianconeri invadono il campo, l’arbitro sospende la partita e i nerazzurri chiedono la vittoria a tavolino come da regolamento. Ma il presidente della Juventus Umberto Agnelli fa ricorso al presidente della Federcalcio, che è sempre Umberto Agnelli e si dà ragione: sfida da ripetere. Angelo Moratti si indigna e manda la Primavera, finale scritto.

Con una postilla. La mattina della partita Sandro ha tre interrogazioni: inglese, tecnica bancaria ed economia politica. La mamma Emilia dice: «Non vai, prima la scuola». Ma i compagni di classe convincono i prof a interrogarlo per primo. Il taxi per Torino aspetta fuori a motore acceso.

Il dualismo con Rivera: l’Italia divisa a metà

Sandro diventa Mazzola mentre dall’altra parte del Naviglio Gianni sta diventando Rivera: dualismo perfetto per la Milano dei «bauscia» interisti e dei «casciavit» milanisti. Una contrapposizione mediatica, direbbe Carlo Calenda, che i due porteranno avanti per tutta la carriera e che provoca la famosa staffetta nella Nazionale di Ferruccio Valcareggi.

Sentenza finale di Rivera, ieri: «Mai capìta quella faccenda. Giocavamo in modo così differente da poter scendere in campo tutti e due. Lo stimavo, era un grande ma non potevamo neppure farci vedere a cena insieme, sarebbe accaduto il finimondo. Lontano da tutto eravamo amici».

Così fuoriclasse e così diversi: il milanista golden boy rubacuori, l’interista sposato a 21 anni con Graziella, conosciuta da ragazzo. Famiglia benestante, lei girava in spider e lui in tram. «Si innamorò di me quando non avevo niente».

La notte di Vienna, l’offerta di Agnelli e Padre Pio

Nella finale di Coppa Campioni a Vienna (1964) il baffo parte malissimo, è incantato dai fenomeni blancos, Suarez gli grida «Ehi, svegliati!». Detto fatto: spacca la partita, segna due gol e chiude il ciclo del Real Madrid di Ferenc Puskas e Alfredo Di Stefano. Quest’ultimo – il Maradona dell’epoca – alla fine scambia la maglia con lui e lo mette sul trono con cinque parole: «Sei degno di tuo padre».

A Torino Gianni Agnelli comincia a pensare al ratto del Sandrino, gli offre il doppio dello stipendio, mette sul piatto un’agenzia di assicurazioni, una concessionaria Fiat. Mamma Emilia è lapidaria: «Tuo padre si rivolterebbe nella tomba». Niente Juventus, diventa la bandiera dell’Inter.

Compassato, saggio ma anche poco malleabile, come rivela alla Gazzetta dello Sport. «Sono scappato due volte dal ritiro. La prima in Nazionale quando è nato mio figlio perché Valcareggi mi aveva negato il permesso. La seconda durante una trasferta a Foggia, volevo andare da padre Pio a cercare risposte spirituali su mio papà. Ho capito che da lassù era fiero di me».

L’addio al calcio giocato e i colpi di mercato da dirigente

Dopo 16 anni da numero uno nerazzurro (570 partite, 162 gol) Mazzola appende la «numero otto» all’attaccapanni. E lo fa a modo suo, dopo una finale di Coppa Italia persa contro il Milan (il passo d’addio non poteva che essere un derby). L’arbitraggio non gli è piaciuto, allora davanti a un Beppe Viola basito sfodera Dante Alighieri: «Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole. È più non dimandare». Dopo aver tradotto il terzo canto dell’Inferno la Figc gli rifila 700.000 lire di multa.

Negli anni da direttore sportivo – eloquio elegante, pensiero raffinato e toscano sempre acceso – Sandro vede sfumare due colpi per meriti altrui: la Juventus gli soffia Michel Platini e Giulio Andreotti dirotta su Roma Paulo Roberto Falcao. A Mazzola non resta che appendere al muro di casa il contratto già siglato dal brasiliano. Ma la rivincita è micidiale: c’è lui quando Ronaldo il fenomeno firma l’accordo per venire nella Milano morattiana.

Il fischio finale

«La voglia di ricordare si mischia con il pudore: quanto è difficile trovare le parole per celebrare chi ha scritto la storia in maniera indelebile». È l’ultimo saluto dell’Inter e di tutto il calcio mondiale al baffo elettrico che ha ritrovato suo padre. E che vedendo scorrere gli ultimi granelli di sabbia nella clessidra aveva dettato da sé il suo epitaffio: «Ricordatemi come un bravuomo che se la gioca anche quando è impossibile vincere, come in quel 9-1».

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