- Israele uccide il primo ministro dei ribelli yemeniti e annuncia l’offensiva senza pause su Gaza. Netanyahu: «Riporteremo a casa tutti gli ostaggi».
- Mosca: di nuovo freddi i rapporti con gli Usa. Lo zar da domani in Oriente tra vertici e parate.
Lo speciale contiene due articoli.
La guerra in Medio Oriente entra in una nuova fase di tensione, con sviluppi che coinvolgono la Striscia di Gaza, la Turchia, l’Iran e gli Stati Uniti. Israele ha annunciato il recupero del corpo senza vita di un ostaggio rapito a Gaza e dei resti di un’altra persona deceduta ancora da riconoscere. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, in una dichiarazione ufficiale, ha ribadito che «la campagna per il ritorno degli ostaggi continua senza sosta e non ci fermeremo finché non avremo riportato a casa tutti, vivi o deceduti». Il presidente israeliano Isaac Herzog ha inviato le sue condoglianze alla famiglia di Ilan Weiss, il cui corpo è stato ritrovato dopo 692 giorni dal rapimento, avvenuto insieme alla moglie Shiri e alla figlia Noga. L’operazione è stata condotta congiuntamente dalle Forze di difesa israeliane e dallo Shin Bet. Netanyahu ha elogiato la «determinazione» e il «coraggio» delle proprie forze armate.
Parallelamente, Hamas ha lanciato un appello ai governi del mondo chiedendo di «intensificare misure punitive» contro Israele. L’invito è arrivato poche ore dopo che la Turchia ha annunciato la chiusura dei propri porti e del proprio spazio aereo a navi e aerei israeliani. «Esortiamo la Turchia, così come i Paesi arabi, islamici e le nazioni libere, a recidere ogni relazione con Israele e a isolarlo per costringerlo a fermare il genocidio a Gaza», ha scritto il gruppo in un comunicato. La reazione israeliana non si è fatta attendere. Il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha pubblicato sui social una foto che ritrae il presidente turco Recep Tayyip Erdogan stringere la mano all’ex leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ucciso da Israele a Teheran. Il commento è stato lapidario: «Turchia = Hamas».
Intanto l’esercito israeliano ha annunciato la fine delle pause tattiche a Gaza City. «A partire dalle 10 di oggi - si legge in una nota dell’Idf - la sospensione delle attività militari non sarà più applicata all’area della città di Gaza, divenuta zona di combattimento pericolosa». L’esercito ha chiarito che continuerà a sostenere le operazioni umanitarie «parallelamente alle offensive contro le organizzazioni terroristiche». Poche ore dopo, il portavoce militare Avichay Adraee ha annunciato su X: «Non stiamo aspettando. Abbiamo iniziato le prime fasi dell’attacco contro Gaza City. Stiamo operando con grande forza nelle periferie della città».
Sul fronte diplomatico si registra un duro scontro tra Netanyahu e la direttrice del Programma alimentare mondiale dell’Onu, Cindy McCain. Dopo un incontro a Gerusalemme, il premier israeliano ha accusato McCain di aver cambiato posizione riguardo al ruolo di Hamas nel sequestro degli aiuti. «McCain aveva convenuto che Hamas sequestra gli aiuti e li rivende a prezzi esorbitanti. Ma poi ha rilasciato dichiarazioni che contraddicono ciò che aveva affermato di persona», ha sostenuto l’ufficio del premier. Un ulteriore fronte di tensione arriva dagli Stati Uniti. Secondo il New York Post, un promemoria interno del Dipartimento di Stato raccomanderebbe l’introduzione di divieti di visto per i funzionari palestinesi, incluso il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas. L’annuncio ufficiale del Dipartimento di Stato conferma la decisione di negare i visti per presunte violazioni degli impegni assunti con gli Accordi di Oslo, ma non specifica ancora i nomi delle persone coinvolte. Nel frattempo, sul fronte yemenita gli Huthi, sostenuti dall’Iran, hanno proseguito gli attacchi contro Israele, spingendo lo Stato ebraico a intensificare la propria risposta militare. Fonti locali riportano che un raid israeliano ha colpito il primo ministro del governo Huthi, Ahmed al-Rahawi, uccidendolo insieme ad alcuni suoi collaboratori. Secondo il quotidiano Aden Al-Ghad, si sarebbe trattato di un’operazione distinta da quella del giorno precedente, che aveva preso di mira dieci alti dirigenti del movimento, incluso il ministro della Difesa, durante una riunione fuori da Sana’a convocata dal leader Abdul Malik al-Houthi.
Dall’Iran arrivano segnali di ulteriore radicalizzazione. Il parlamento di Teheran ha iniziato a discutere un piano per ritirarsi dal Trattato di non proliferazione nucleare, in risposta all’attivazione del meccanismo di «snapback» da parte di Regno Unito, Francia e Germania. Secondo il deputato Hossein-Ali Haji-Deligani, «il ritiro sarà approvato entro la prossima settimana». Lo stesso parlamentare ha accusato i Paesi europei di essere «la fonte di molti problemi nel mondo». A questo si aggiunge l’avvertimento di Mosca. La Russia ha parlato di «conseguenze irreparabili» in caso di ripristino delle sanzioni contro Teheran per il controverso programma nucleare. In una nota del ministero degli Esteri, il Cremlino ha invitato Francia, Germania e Regno Unito a «rivalutare e rivedere le loro decisioni sbagliate prima che portino a conseguenze irreparabili e a una nuova tragedia». La posizione europea è stata chiarita dall’Alto rappresentante per la Politica estera, Kaja Kallas, che ha sottolineato: «Se si legge il Jcpoa e le condizioni in esso contenute, emerge come l’Iran non le abbia rispettate per un bel po’ di tempo». Parlando al suo arrivo alla riunione informale dei ministri della Difesa Ue a Copenaghen, Kallas ha spiegato che «è una decisione dei Paesi E3 e ora abbiamo questi 30 giorni per sistemare le cose e magari trovare una soluzione diversa, anche diplomatica». La diplomatica estone ha aggiunto: «Le preoccupazioni che abbiamo nei confronti dell’Iran sono molto chiare, riguardano il loro programma nucleare, i missili balistici e anche il loro sostegno alla Russia».
Giravolta di Putin: in missione da Xi
Comincia domani in Cina, nella città di Tianjin, il vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), al quale parteciperà una ventina di leader tra cui Vladimir Putin. A fare gli onori di casa sarà il presidente cinese Xi Jinping, con tutta la gerarchia del Partito comunista schierata. Putin parteciperà successivamente, a Pechino, alla grande parata militare del 3 settembre, in occasione dell’80esimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale. Alla parata presenzierà anche il leader nordcoreano Kim Jong-un: sarà l’occasione per un bilaterale proprio con lo zar. I rapporti tra la Russia e la Corea del Nord di Kim si sono rafforzati dopo l’invasione dell’Ucraina. Pyongyang ha fornito a Mosca proiettili di artiglieria, missili balistici e altre munizioni, fino a fornire truppe sul campo in cambio di cibo e tecnologia. Atteso anche il presidente indiano Narendra Modi, alla prima visita in Cina dopo oltre sette anni di assenza. Ma le attenzioni maggiori saranno sul vertice tra Xi e Putin, ospite d’onore particolarmente corteggiato dal presidente cinese. Dal 2012, i due si sono incontrati oltre 40 volte. Xi Jinping è stato a Mosca una decina di volte negli ultimi dodici anni. Gli incontri dello Sco dei prossimi giorni hanno una grande rilevanza per l’Occidente, nonostante si tratti di una questione apparentemente solo asiatica. Infatti, il tentativo di Donald Trump di tenere vicina la Russia per evitare che scivoli tra le braccia di Pechino si sta rivelando velleitario, almeno sinora. L’incontro del 15 agosto in Alaska è stato vuoto di contenuti sostanziali. Aumentando la tensione commerciale con la Cina, Trump ha rafforzato l’asse Pechino-Mosca e il suo tentativo di vestire i panni di un Kissinger al contrario non ha prodotto i risultati sperati. Le sanzioni occidentali hanno chiuso alla Russia i principali canali commerciali e per continuare a vendere energia, reperire materiali e tecnologia, mantenendo vivo il circuito finanziario, Mosca ha un assoluto bisogno della Cina. Pechino compra petrolio e gas a prezzi scontati, offre sbocchi logistici alternativi, garantisce forniture industriali essenziali e consente regolamenti finanziari in yuan, che rompono l’isolamento del rublo. In cambio ottiene materie prime a condizioni favorevoli e un vicino non contrario in linea di principio ad allinearsi alle sue priorità strategiche. È una relazione sempre più asimmetrica, però: il Cremlino accetta di diventare fornitore di risorse, mentre Pechino consolida il proprio ruolo di potenza industriale e tecnologica. Il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi ha raggiunto i 245 miliardi di dollari nel 2024, mentre il 40% del commercio internazionale russo oggi è denominato in yuan. Pechino riduce la dipendenza da rotte marittime vulnerabili, diversifica gli approvvigionamenti e allarga l’orbita della propria valuta.Ma non c’è solo l’economia, in ballo. La Russia fornisce alla Cina anche quella profondità geografica che a Pechino manca, utile a stabilizzare strategicamente il fianco nord. Esiste una avviata cooperazione tra i due eserciti e si tengono regolari esercitazioni militari congiunte. Si sta creando, anzi è già molto sviluppata, una architettura strategica eurasiatica, con la Russia a contatto tra i due mondi agli estremi. Mosca trova a Pechino ossigeno finanziario e domanda per i propri prodotti, Pechino trova a Mosca energia, metalli, spazio strategico e un partner disposto a seguirla. Una relazione di reciproco interesse che è difficile abbattere, nella situazione attuale. La guerra in Ucraina riveste una importanza vitale per l’Occidente proprio in questa chiave. Della delegazione russa a Tianjin faranno parte anche il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, il ministro della Difesa Andrei Belousov, il governatore della Banca centrale Elvira Nabiullina e il capo di Gazprom Alexei Miller. Un portavoce del Cremlino ha affermato che vi sarà la firma di tre accordi Russia-Cina che riguardano proprio la società del gas russa. A dimostrazione che i legami si rafforzano.







