Mancano poco meno di sei anni a Euro 2032. Sembrano tanti, ma per l’Italia sono pochissimi. Il tempo per consegnare alla Uefa la lista dei cinque stadi definitivi per la fase finale – che ospiteremo insieme alla Turchia – sta già per scadere. E il confronto con i nostri partner è impietoso: mentre a Istanbul e Ankara gli impianti moderni sono praticamente già pronti, da noi si continua a rinviare tra tavoli tecnici e progetti impantanati tra perizie e vincoli.
Il rischio, inutile nasconderlo, è che di fronte a ritardi e inadempienze l’intera manifestazione possa scivolare del tutto oltre la sponda del Bosforo. Secondo la clausola «Joint Bid», infatti, la Uefa impone garanzie stringenti sui tempi di consegna degli impianti e la Turchia ha già le risorse logistiche e infrastrutturali adatte a gestire il torneo nella sua totalità. Non è nemmeno un mistero, per altro, che la Federazione turca stia spingendo fortemente su questo aspetto per ottenere la sede della finale.
Euro 2032, l’Italia rischia di perdere gli stadi
Per scongiurare la figuraccia e non perdere la quota di evento spettante al nostro Paese, il governo ha deciso di accelerare: una vera e propria rincorsa contro la burocrazia, affidata a poteri straordinari e procedure semplificate. L’obiettivo è realizzare un mezzo miracolo e trasformare dossier impolverati in cantieri reali.
Ma la strada, stadio per stadio, resta un percorso a ostacoli. La tabella di marcia impostata dal ministro per lo Sport e i giovani, Andrea Abodi, può segnare una svolta metodologica rispetto alle storiche paludi nostrane. Il piano mobilita 4,5 miliardi di euro di investimenti privati, coordinati da una struttura commissariale guidata da Massimo Sessa e supportata da deroghe normative studiate per snellire l’iter delle conferenze dei servizi.
La cartina d’Italia conta 13 città e 16 stadi in lizza per cinque slot. Entro lo scorso 31 luglio la Figc ha raccolto la documentazione da Bari, Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Lecce, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Salerno, Torino e Verona. Ora l’istruttoria tecnica deve correre: la scadenza decisiva per indicare alla Uefa le cinque sedi ufficiali è fissata al 1° ottobre. Successivamente, le norme continentali imporranno l’avvio formale dei cantieri entro marzo 2027 e il collaudo definitivo entro giugno 2031.
Sul piano strutturale, il paradosso italiano è evidente. Se si guarda agli impianti di proprietà più moderni e funzionali del Paese – come il Gewiss Stadium dell’Atalanta a Bergamo, il Bluenergy Stadium dell’Udinese o il Mapei Stadium di Reggio Emilia – si notano gioielli architettonici e gestionali che tuttavia restano esclusi dal dossier europeo per carenza dei requisiti di capienza minima imposti dalla Uefa. Di fatto, l’unico impianto in Serie A già completamente a norma e pronto all’uso senza bisogno di stravolgimenti è lo Juventus Stadium di Torino.
Cinque stadi per Euro 2032: la corsa contro il tempo
Tra le candidate principali alla selezione d’ottobre, l’Artemio Franchi di Firenze rappresenta il cantiere più avanzato tra quelli in fase di ristrutturazione pubblica.
Il progetto del restauro presenta tuttavia rilevanti criticità funzionali: le prescrizioni della Soprintendenza sul vincolo monumentale della struttura progettata da Pier Luigi Nervi hanno imposto la costruzione della nuova Curva Fiesole all’interno e a ridosso di quella storica. Questa sovrapposizione finisce per sacrificare la fruibilità degli spazi interni e riduce la visibilità di diverse sedute, creando un corto circuito tra tutela archeologico-sportiva e reale utilità dell’impianto.
Passando al setaccio il resto della Penisola, la situazione resta a macchia di leopardo. A Bologna la riqualificazione del Dall’Ara procede tra complessi incastri finanziari tra il Comune e la società felsinea. A Genova l’adeguamento del Ferraris appare in forte salita, mentre Verona ha scartato l’ipotesi di un nuovo impianto concentrandosi sulla ristrutturazione del Bentegodi.
Al Sud, oltre la spinta di Palermo dopo l’intesa in extremis tra la giunta e il City Football Group per il Barbera, e le velleità di Salerno con il restyling dell’Arechi, si registra l’iperattività di Lecce, che sfrutta i fondi dei Giochi del Mediterraneo per la copertura completa del Via del Mare, dove si disputeranno le partite del torneo di calcio maschile.
Più defilata Bari per mancanza di finanziamenti certi sul San Nicola. A proposito di Giochi del Mediterraneo e di Puglia, è emblematico il caso Taranto: la città pugliese ha appena completato il restyling dello Stadio Erasmo Iacovone per ospitare la ventesima edizione della manifestazione al via il 21 agosto.
Una struttura all’avanguardia realizzata per un club che milita nell’Eccellenza regionale, a dimostrazione di come la leva dei grandi eventi possa muovere le risorse dove la normale amministrazione fallisce.
A Napoli, invece, la priorità resta l’adeguamento del Maradona con l’eliminazione della pista d’atletica, mentre l’ipotesi avanzata da Aurelio De Laurentiis per un nuovo impianto privato a San Giovanni a Teduccio incontra enormi ostacoli procedurali e bonifiche ambientali ancora lontane dal traguardo.
San Siro fuori dai giochi: il nodo Milano
In questo quadro frastagliato, la partita più spinosa e strategica si gioca all’ombra del Duomo. Lo Stadio Meazza è formalmente fuori dalla corsa per Euro 2032. La Uefa ha già dato una dimostrazione d’inflessibilità sfilando a San Siro la finale di Champions League del 2027, proprio per l’incapacità del Comune di garantire l’assenza di cantieri nell’area. Dalle parti di Nyon non si scherza e la Figc non può rischiare. La linea dell’amministrazione guidata da Beppe Sala continua a suscitare forti perplessità: l’ostinazione nel rincorrere un nuovo impianto nell’area dell’attuale Meazza ha generato anni di ritardi e stalli burocratici, penalizzando le alternative fuori dai confini comunali, come i progetti avviati dai club a San Donato Milanese o Rozzano.
Euro 2032 come occasione per rifare gli stadi italiani
Va tuttavia riconosciuta una verità pragmatica: la questione stadio a Milano esiste, è urgente e va risolta. Immaginare un Europeo made in Italy senza la capitale economica del Paese sarebbe una follia organizzativa e di immagine a cui nessuno può rassegnarsi. Milano deve correre: la giunta ha siglato un accordo con la Regione per accelerare l’iter del «Nuovo Stadio di Milano», con l’obiettivo di aprire i cantieri nel 2027. Ma la tabella di marcia non ammette altre esitazioni. Il rischio concreto è quello di assistere a una clamorosa beffa: mentre Roma incassa le garanzie dell’Olimpico, spinge sull’acceleratore per Pietralata ed evoca la suggestione del recupero del Flaminio, Milano rischia di restare al palo.
L’obiettivo del governo, del resto, è doppio e ambizioso: riuscire nell’impresa di portare cinque impianti all’altezza degli standard Uefa entro i tempi prefissati e utilizzare Euro 2032 come volano per lasciare in eredità al calcio italiano strutture finalmente moderne e funzionali anche a riflettori spenti.
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