Ventidue trasferimenti superiori ai 100 milioni di euro, per un valore complessivo di 2,838 miliardi. Ma il numero che racconta meglio il nuovo potere del calcio inglese è un altro: sette di queste operazioni sono avvenute direttamente tra due società inglesi e hanno mosso 876,3 milioni.
Nessun altro Paese ha prodotto più di un affare interno sopra quella soglia.La ricerca realizzata da Winsportsonline fotografa la trasformazione del mercato mondiale.
Il Chelsea è diventato il primo club a comprare cinque calciatori valutati almeno 100 milioni: Kai Havertz, Romelu Lukaku, Enzo Fernández, Moisés Caicedo e Morgan Rogers, per una spesa complessiva di 587,3 milioni. Barcellona e Real Madrid si fermano a tre acquisti ciascuno, mentre Neymar e Kylian Mbappé, entrambi comprati dal Paris Saint-Germain, rimangono i due trasferimenti più costosi della storia.Trent’anni fa la geografia del denaro era completamente diversa. Il centro del calcio mondiale era la Serie A.
Nel 1992 Gianluca Vialli passò dalla Sampdoria alla Juventus per 26,4 miliardi di lire, equivalenti a circa 13,4 milioni di euro. Poco dopo il Milan ne investì 13 per Gianluigi Lentini. Nel 1997 l’Inter portò Ronaldo a Milano, nel 1999 acquistò Christian Vieri dalla Lazio per 90 miliardi di lire e l’anno successivo la Lazio rispose con Hernán Crespo, valutato complessivamente 110 miliardi. Per quasi un decennio i record mondiali vennero stabiliti soprattutto da società italiane e spesso da operazioni concluse tra due club di Serie A.
La differenza non è soltanto quantitativa. La potenza italiana dipendeva soprattutto dalla disponibilità dei grandi proprietari. Silvio Berlusconi, la famiglia Agnelli, Massimo Moratti, Sergio Cragnotti e Calisto Tanzi utilizzavano il calcio come strumento industriale, politico e personale. Un presidente poteva decidere di cambiare il mercato con un assegno, anche quando i ricavi ordinari della società non sarebbero stati sufficienti a sostenere l’operazione.
Era un modello spettacolare, ma fragile. Quando alcuni proprietari ridussero .gli investimenti o i rispettivi gruppi entrarono in difficoltà, diminuì anche la capacità di spesa dei club. Le società italiane non avevano ancora costruito stadi moderni, ricavi commerciali internazionali e un prodotto televisivo capace di competere con quello inglese. La Premier League ha seguito il percorso opposto. I grandi proprietari e i fondi stranieri contano ancora, ma operano all’interno di un sistema che produce denaro per quasi tutti.
Nella stagione 2024-2025 i venti club inglesi hanno generato ricavi per 6,8 miliardi di sterline, dei quali 3,4 miliardi provenienti dai diritti televisivi. Nello stesso periodo la Serie A si è fermata complessivamente a 3 miliardi di euro.È questo che permette non soltanto alle grandi inglesi, ma anche alle squadre di seconda fascia, di trattenere i giocatori, respingere offerte e imporre valutazioni superiori ai 100 milioni. Aston Villa, Newcastle e altri club che un tempo sarebbero stati semplici fornitori delle grandi d’Europa sono diventati interlocutori economicamente forti.
Possono vendere, ma non sono costretti a farlo.Il mercato inglese funziona ormai come un circuito interno. Il denaro dei diritti televisivi e delle sponsorizzazioni passa da una società all’altra, gonfia i prezzi e rende sempre più difficile l’ingresso dei club stranieri. Sette operazioni inglesi sopra i 100 milioni valgono da sole più di tutti i trasferimenti record costruiti dall’Italia negli anni della sua massima espansione.
La Serie A degli anni Novanta era guidata dai presidenti. La Premier contemporanea è sostenuta da un’intera industria. È questo il cambiamento più profondo: il centro del mercato non si è spostato semplicemente da Milano e Torino a Londra e Manchester. È passato dalla ricchezza di alcuni proprietari alla forza economica di un sistema.
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