«La Lazio di estrema destra? Io smisi di votare comunista solo dopo aver conosciuto Gianfranco Fini…». Giancarlo Oddi, simbolo biancoceleste dello scudetto del 1974, ricorda passioni e bravate: «In allenamento ci picchiavamo, in campo di proteggevamo. Al Jackie O’ facemmo a botte con i romanisti». Erano gli anni di Giorgio Chinaglia. E della «sbagliatissima» passione per le armi…
E pensare che nell’estate 1973 la Juventus era intenzionata ad acquistarlo. La Lazio disse no. È quel che si chiama destino. Se Giancarlo Oddi, classe 1948, fosse stato ceduto non avrebbe vinto l’epico scudetto della stagione 1973-‘74, il primo dopo 74 anni di storia della Lazio. La partita decisiva si giocò all’Olimpico contro il Foggia domenica 12 maggio 1974, primo giorno del referendum sul divorzio. Sugli spalti 75.000 spettatori, cielo sereno, arbitro Panzino di Catanzaro. Al 60° ai biancocelesti fu assegnato un penalty. Giorgio Chinaglia lo trasformò. La partita si chiuse sull’1 a 0. Enrico Ameri, alla radio, decretò: «Sono le 16 e 45, la Lazio è campione d’Italia». Sul Guerin Sportivo Gianni Brera così attaccò: «Sissignori, l’ha vinto la Lazio: che vi brucia? Se siamo onesti battiamo le mani. Per suo merito».
Ma su quel cielo azzurro sopra Roma poi si addensarono nubi torve. L’allenatore Tommaso Maestrelli, deus ex machina di quel successo, fu colpito da un tumore al fegato. Stoico, tornò in panchina e salvò la squadra dalla retrocessione. Morì il 2 dicembre 1976. Giorgio Chinaglia, il bomber, se ne andò a giocare nel New York Cosmos con Pelè. Oddi era legato con Long John da un’amicizia fraterna. L’inquieto centravanti di quella Lazio folle e stellare spirò nel 2012, in Florida, a soli 65 anni. Poi, in una sera piovosa, quella del 18 gennaio 1977, in una gioielleria di via Nitti, a Roma, zona Fleming, Luciano Re Cecconi, il centrocampista biondo della Lazio scudettata, figlio di un carrozziere lombardo, fu ucciso da un colpo di una 7 e 65, sparato dal titolare. «Era solo uno scherzo» pare abbia mormorato. Non era armato. «Le entrate su Benetti poteva farle solo lui» ha osservato Aurelio Picca, «un bue maremmano del Nord con due gambe come due pezzi d’olmo».
Sei nato a Roma al Tufello. L’origine della tua passione per la sfera…
«È stata un caso perché giocavo con la squadra del quartiere. Poi sono passato all’Almas, che esiste ancora. Giocava in Promozione. Dovevo prendere due autobus, da casa mia, per raggiungere il campo. Finivo scuola e andavo, a volte anche senza mangiare. Avevo 14 anni».
Il papà che mestiere faceva?
«Mio padre era camionista, lavorava nella zona ma andava pure a Caserta e io sono andato insieme a lui, mi sono divertito e giocai pure là sulla strada».
Poi fosti notato dagli osservatori della Lazio…
«Sì, andai nella Primavera, allenatore il signor Flamini, perché anche con l’Almas feci metà campionato nella Primavera. Ero abituato a giocare contro gente più grande di me. Poi alla De Martino, in serie B, la storia è nata così».
Nella stagione 1971-72 la Lazio è in B. Entri in prima squadra, giochi 10 partite e contribuisci alla promozione in A…
«Certo, dieci partite non erano poche…».
Allenatore Tommaso Maestrelli, il coach dello scudetto. Fu prigioniero di guerra in Germania.
«Tommaso Maestrelli è stato l’artefice di quello scudetto, persona troppo bella. Entrava nello spogliatoio, ti guardava negli occhi e capiva subito se avevi un problema. Era l’uomo giusto in una squadra in cui eravamo tutti un po’ scemetti. È stato la fortuna nostra e della Lazio. Senza di lui non avremmo vinto niente».
Tu, colonna della difesa.
«Ho cominciato come mezzala. Poi sempre un po’ più indietro fino a fare il terzino e poi il difensore centrale. Avrei fatto pure il portiere».
La miglior retroguardia di quel campionato ’73-‘74.
«Sì. Pino Wilson, grandissimo giocatore, centrale difensivo assieme a me. Chinaglia era uno che la buttava dentro. Subimmo solo 16 gol in tutto il campionato».
Nel calciomercato 1973 blasonati club del nord ti avrebbero voluto…
«Mi dissero che la Juve era interessata… Non avevo un manager. Ma volevo gioca’ a Roma e basta. Flamini disse no e rimasi. È stata la fortuna mia e della Lazio perché abbiamo vinto lo scudetto».
Il presidente della società?
«Umberto Lenzini, con la Lazio è diventato povero. Faceva case, via Gregorio VII l’ha costruita tutta lui… Giocava a carte con noi prima delle partite, bellissima persona».
Per tre anni consecutivi hai giocato 30 partite su 30 senza mai uscire dal campo.
«Sì, è vero».
Mai un infortunio, mai una sostituzione?
«No no, ho giocato anche con problemi fisici ma la voglia era talmente tanta che pure i dolori passavano. Quando ero in diffida stavo attentissimo».
Il 12 maggio 1974, la domenica dello scudetto, si votava per il referendum sul divorzio. Voi giocatori andaste alle urne?
«Io ho votato».
La domenica della partita?
«No, il giorno dopo. Il sabato sera andavamo in ritiro».
Favorevole o contrario al divorzio?
«Favorevole. Se le cose non vanno bene tra moglie e marito meglio il divorzio che le brutte cose che si sentono in tv».
Quella sera festeggiaste al Jackie O’…
«Locale importante, ci si divertiva molto. Il direttore era un tifoso e nostro amico. Si mangiava, si ballava e abbiamo fatto anche delle litigate perché c’erano anche tifosi della Roma, un po’ stupidi loro e anche noi».
Scazzottate?
«Sì, solo pugni, non c’erano pistole. Andavamo là per divertirci. Qualcuno ci veniva a provocare. Non eravamo tipi da andar via, prima litigavamo e poi andavamo via. Eravamo permalosi».
Donne famose, attrici come Lilli Carati che poi ebbe un destino infausto…
«Si c’erano donne, si faceva un po’ di tutto, rapporti amichevoli. Eravamo un bel gruppo, un po’ pericolosi ma un bel gruppo».
Nelle gare di allenamento si creavano fazioni e ve le davate di santa ragione.
«Sì, è tutto vero. Per dire Re Cecconi, Martini, Nanni erano un gruppetto, io con Giorgio (Chinaglia, ndr), Pino (Wilson, ndr), un altro. Quando giocavamo le partite di allenamento litigavamo sempre perché volevamo vincere e loro pure».
Per motivi calcistici?
«Ma certo! Se giocavo contro Giorgio ci davamo qualche scarpata nonostante fossimo amici fraterni. Di solito si faceva difesa contro attaccanti. La domenica guai a toccare uno di noi. Se qualcuno avesse toccato un altro gli altri dieci gli saltavano addosso. La forza nostra è stata questa».
Con voi giocò anche Giancarlo Leone, uno dei tre figli del Presidente della repubblica…
«Le prime volte Maestrelli ci disse “è il figlio del presidente, è tifoso, non lo possiamo far giocare?”. A noi faceva piacere. Però, quando giocava, cercava di fa’ il tunnel a qualche giocatore. A noi farci fare il tunnel dal figlio del presidente non piaceva e allora gli davano qualche scarpata. Ma poi diventava amicizia…».
Giorgio Chinaglia, tuo grande amico.
«Viveva per fare goal. Poteva fare anche la partita più bella del mondo ma se non segnava diceva di aver fatto schifo».
Nato a Carrara nel 1947, i suoi emigrarono in Galles, padre minatore, fece il lavapiatti…
«Non andava a dar fastidio alla gente ma se gli davi fastidio si creava un problema. Conoscevo anche tifosi della Roma e il responsabile del servizio d’ordine allo stadio, Roberto, diceva “se lo trovo gli spacco la gobba”. Un giorno Giorgio doveva venire a pranzo da me, entrai nel bar, e c’era Roberto. Gli dissi “vai in macchina che c’è Giorgio, se gli vuoi spaccare la gobba”. Sapevo benissimo che non si sarebbero presi a botte. Tornai dopo un quarto d’ora e li trovai che parlavano. Roberto, che aveva il negozio di pesce a Val Melaina, vicino al Tufello, gli regalò una cassetta de pesce… Venne ai funerali di Giorgio nella chiesa del Cristo Re».
Aurelio Picca l’ha definito «un cristianaccio folle, l’arcangelo di Roma».
«Giorgio era un cristiano, come lo eravamo noi, ma un cristiano che se gli davi fastidio reagiva. Non se le andava a cerca’. Lo cercavano gli altri. Quando andavamo al cinema e qualcuno gli diceva “aho, a gobbo…” lui lo menava. Se lo disprezzavi diventava cattivo. Era generoso, purtroppo se n’è andato troppo presto e quando diventò presidente della Lazio sono successe cose che non ha potuto evitare…».
Vari giocatori della Lazio, in quel periodo, si presero un’arma da fuoco. Chinaglia un fucile di precisione. Strumento di difesa?
«No, no, no, non hanno mai usato le armi contro persone, sparavano ai barattoli».
Anche ai lampioni. In quella Roma c’era una corsa ad armarsi. In seguito alla tragedia di Re Cecconi Giuliano Montaldo girò Il giocattolo, film assai amaro con Nino Manfredi. Momento molto duro.
«È vero, basta pensare a come è morto uno dei nostri… Erano cose sbagliatissime… Purtroppo a quei tempi era così».
Si disse anche che la Lazio era orientata all’estrema destra.
«Non è vero niente. Quando sono andato a votare per la prima volta mio padre mi disse “sai per chi devi votare”. Comunista. Poi ho conosciuto Gianfranco Fini e ho votato per lui. Non sono mai stato uno che vedeva una sola cosa…».
Chinaglia andò a giocare negli Usa perché a Roma era assediato?
«Non poteva nemmeno più andare a far la spesa al supermercato con la moglie Connie, non ce la faceva più, non poteva uscire di casa».
Quando vi siete visti per l’ultima volta?
«Quando tornò dall’America siamo stati molto insieme, lui voleva che andassi dietro a lui, insomma tante cose e poi è successo quel che è successo, non doveva morire, è stato nel mio cuore e sempre ci sarà».
Nel 2000 la Lazio ha vinto il suo secondo tricolore. Allenatore Sven-Göran Eriksson, presidente Sergio Cragnotti.
«Una luce bellissima. Finalmente un altro scudetto. La Lazio è la mia seconda casa».
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