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Dalila Di Lazzaro (Getty Images)
Parla la popolare attrice: «Soffro da quando ho avuto un incidente. Andava un po’ meglio, fino al preparato anti Covid. Se ora avessi davanti chi ce lo ha imposto lo ammazzerei... Sono molto devota, oggi prego affinché le guerre finiscano».
Questi occhi, così intensamente celesti ed evocativi, gli occhi di Dalila Di Lazzaro, che lei tende finanche a minimizzare, hanno visto il successo ma anche il dolore, soprattutto quello per la perdita del figlio Christian. E quello che, purtroppo, continua a persistere e a limitare i suoi spostamenti, dovuto a una caduta in motocicletta nel 1997, a Roma, per colpa di una buca sul selciato.
L’attrice e modella (altezza: 1,80), di cui fa piacere cogliere una leggera inflessione friulana rimasta, è ambasciatrice e portavoce del dolore neuropatico cronico attraverso un’associazione, Nevra (www.nevra.it). A complicarle la vita ha contribuito anche il vaccino per il Covid.
Dalila, sei nata a Udine nel gennaio 1953. Cosa vorresti ricordare di questa città nella tua infanzia?
«La libertà dei bambini, che potevano giocare per strada, andare in bicicletta… Prendevo la bici e, con le forbici, andavo a rubare le rose che sbocciavano nei giardini delle ville dando sulla strada. E c’era questo profumo di tiglio, t’inebriava».
Com’eri da bambina?
«Tendevo a essere solitaria. Inventavo, immaginavo. Nel grande giardino di casa, laggiù in fondo, addomesticavo le galline. Ero bravissima. Uno dice che le galline son stupide e invece no. Mi abbracciavano, pensa tu… Mi mettevo su un muretto più alto, gli mettevo i semini e loro venivano. E poi c’era un fico meraviglioso. Passavo ore a mangiare i fichi che mi facevano venire l’irritazione negli angoli della bocca. Poi, verso sera, mi distendevo e guardavo la luna, pensando “cosa pagherei per andarci…”».
È vero che tuo padre faceva il pugile?
«Sì, pesi massimi. Si allenava con Carnera, che gli ruppe il naso. Era alto 1, 90, proprio un boxeur professionista, fece incontri in Francia, Jugoslavia… Questo prima di sposarsi. Poi mollò è diventò vigile urbano di Udine. Vide arrivare una bellissima ragazza in bicicletta, mia madre. La rivide e andò a finire che si sposarono. Andavano in giro in moto».
Fratelli o sorelle?
«C’è mia sorella Daniela, che vive a Udine, e un’altra, purtroppo venuta a mancare. Eravamo in tre sorelle».
Eri ribelle?
«Ero pacifica. Mia madre mi diceva “vai a prendermi le sigarette, vai a giocare la schedina”, faceva freddo d’inverno, con la nebbia. Dicevo sempre sì. Anche perché mia sorella Daniela era ribelle, rispondeva male e prendeva qualche ceffone».
Poi la gravidanza, gli inizi come modella…
«Il fatto di essere rimasta incinta a 15 anni ha dato molto fastidio ai miei. Andai a casa di mio marito, ma a mia suocera ’sta cosa non andava bene. Diceva “almeno vai a lavorare” e una sua amica ha cominciato a fare sfilate… Però nella mia vita ho sempre avuto l’angoscia che tutti gli uomini mi mettevano le mani addosso, le violenze da bambina di 5 anni in su, l’ho scritto nei miei libri. A 17-18 anni a Milano feci foto per Grazia, Gioia, Vogue… Mandavo i soldi a casa, mio figlio era dai miei. Poi l’agente mi disse “c’è un’occasione a Roma” e mi trasferii».
A Roma come andò?
«Iniziai con le pubblicità e andai a vivere in affitto con una ragazza che faceva la hostess. Poi cominciarono i film, potendo così mandare più soldi per il piccolo e finalmente portarlo a Roma. C’erano anche i furbi, un sottobosco tremendo, ti chiamavano per fare foto, volevano ti mettessi nuda. Per l’educazione avuta dai miei genitori, molto severi, meno male l’ho scampata sempre, sempre, li mandavo a quel paese e scappavo via».
Con il padre del tuo amatissimo Christian, nato il 5 aprile 1969, ti sposasti?
«Sì, mi sono sposata, io 15 e lui 17. Il viaggio di notte lo facemmo insieme alla suocera perché non ci prendevano in albergo, essendo minorenni. Durò circa 3 anni e mezzo. Poi a 18 anni sono andata a Roma».
Vi siete rivisti dopo?
«Non l’ha presa bene».
E per vostro figlio?
«Io glielo mandavo espressamente, tramite mia madre, ma trovava scuse. Non ho mai voluto una lira, ho mantenuto io mio figlio, e gli parlavo sempre, sempre bene di suo padre, mai parlato male. È questo che bisogna fare con i bambini. Con suo padre ha sempre avuto un rapporto tranquillo».
Il tuo ex-marito è vivente?
«Sì».
Poi con i film, oltre 40 cui hai partecipato, sei diventata famosa. Quali quelli cui sei più legata?
«Io direi Oh, Serafina! (1976, ndr) di Lattuada, il mio lancio nel cinema. Luigi Comencini, quando ero alle prime armi, mi ha fatto fare l’infermiera di Bette Davis nel film Lo scopone scientifico con Sordi e la Mangano. È stato molto carino con me, mi prese per tre film. Poi Jacques Deray (Tre uomini da abbattere, 1980, ndr) con Delon in Francia».
In Oh Serafina! come fu il rapporto con Pozzetto?
«Non era un uomo così affabile. Dopo il set si ritirava sulla sua roulotte… Il giorno della scena finale, in centro a Milano, pioveva che Dio la mandava, c’era un’attrice di teatro che nel film faceva la sua tata, non avevamo la roulotte, chiesi a Lattuada di metterci al riparo. Bussò alla roulotte e Pozzetto ci fece entrare, ma doveva essere lui a rendersi conto…».
Hai spesso fatto parti di femme fatale in storie di passioni anche oscure. Ti consideri una femme fatale?
«No, no, no. Si vede il mio fisico. Ho detto di no per 4 anni per far film mezza nuda, che andavano di moda, perché non li sopportavo. Al mio agente dicevo che volevo fare film che lasciano un segno, drammatici, impegnativi».
Alain Delon...
«A 14-15 anni in camera mia avevo il poster. Sono crescita col mito di Delon. Fu un’emozione. Mi corteggiava pesantemente, ma per questa storia non ero tanto per la quale, c’era Mireille Dark. Io dicevo, “ma Mireille?”. Poi la lasciò per altre attricette».
E Gianni Agnelli?
«Particolare, molto simpatico, buffo, mi faceva scherzi. Ma era un mondo un po’ particolare da cui cercavo di allontanarmi perché non aveva niente a che fare con il mio. Lui continuava a corrermi dietro. Un giorno gli dissi “mi sono fidanzata e ora non posso più seguirti” e lui rispose “ah, ho capito, allora hai un fidanzato che ti picchia, che ti picchia…” (imita la voce dell’Avvocato, ndr)… Risposi “ma no, mi sono innamorata”. Era legato, mi cercò per 3 anni, poi sono volata verso l’amore con questo ragazzo giovane».
Ti sei espressa a favore dell’adozione da parte di genitori non sposati.
«Nel periodo in cui Christian voleva un fratello o una sorella, volevo tanto adottare una bambina. Tutto in Italia è così complicato. Anche quando Christian è mancato, pensavo magari di dare una famiglia a un povero ragazzo in un orfanotrofio, perché no? Ma non hanno dato ascolto al cuore».
Già, Christian, purtroppo volato via a 22 anni in un incidente stradale a Roma. Lo senti vicino a te, lo sogni?
«No, per carità, in sogno morirei dal dolore, sarebbe un’emozione fortissima. Tutti i giorni, tutti i giorni, boh, non voglio dire niente, ho una grande sensibilità come donna, dovunque vado trovo dei cuori, se apro l’uovo si forma un cuore, ho migliaia di foto, un “buongiorno per sempre” che mi manda mio figlio. Questo mi dà una grande serenità, un barlume di luce verso la vita che sarà, dopo questa».
Sei devota a Sant’Espedito…
«Io sono devota a Dio, a Gesù, alla Madonna, a Padre Pio, sono cristianissima, e anche a Sant’Espedito. Lo prego perché ho problemi con il dolore neuropatico, è come avere un leone che ti sbrana la schiena, e lui è un santo per richieste impossibili. È vicino a casa, in una chiesa, metto una candela, gli dico una preghiera. Un italiano su quattro soffre di dolore neuropatico cronico, è micidiale».
Originato dall’incidente motociclistico?
«Sono dovuta andare in America, un mucchio di soldi… per, purtroppo, capire quello che avevo».
Un po’ meglio dopo gli Stati Uniti?
«Era andata meglio… Ma con il Covid, dopo questi maledetti vaccini, ho avuto un crollo neuropatico mostruoso. Ho avuto problemi al cuore, al pancreas, poi ho vertigini mostruose, cosa che non avevo prima. Poi mi è venuta una cosa agli occhi».
Che marca di vaccino hai fatto?
«Pfizer, mortacci sua! Scusa se lo dico. Se li avessi davanti li ammazzerei quelli che ci hanno imposto questo vaccino. Se ti fai il vaccino e poi ti viene il Covid che roba è? L’anno prima del Covid ho fatto quello per la Sars, tre volte ricoverata al Policlinico con broncospasmi micidiali che mi sembrava di soffocare e questo era l’anticipo di quello che ci volevano iniettare. Tanti amici miei che se ne sono andati…».
Tornando a Sant’Espedito?
«Nella mia famiglia ha fatto un miracolo, a mio cognato, a me no… Stava per morire per un tumore al fegato. In ospedale gli diedi il santino, “pregalo”. L’ha fatto, ora sta bene, il tumore è sparito, il diabete sceso, sta benissimo. Io gli chiedo “fa’ che la guerra finisca nel mondo”».
Protagonista dello spot del collirio Octilia, 1986. L’autista vede i tuoi occhi nello specchietto retrovisore. Da chi li hai presi?
«Sia il papà sia la mamma avevano occhi azzurri bellissimi. I miei occhi hanno visto cose bellissime e cose bruttissime. Mi auguro adesso di continuare ad amare la vita, un dono immenso».
Manuel Pia, bravo musicista, il tuo compagno, mi ha fatto ascoltare una sua canzone, I bambini delle fate.
«È una compagnia meravigliosa che Dio mi ha mandato. Ero molto scettica. Avevo la porta chiusa con sette mandate, perché di matti se ne incontrano tanti. Mi ero chiusa un po’ in me stessa. In una serata di 14 anni fa ho visto questo ragazzo con i capelli lunghissimi che suonava la chitarra in maniera pazzesca. Poi al bar mi sono sentito bussare sulla spalla. “Vorrei mandarti la mia musica”. Rimasi stupita dalla sua sensibilità. L’ho chiamato. Tra un caffè e l’altro, dopo sei mesi, siamo diventati intimi».
Vorresti rivedere i luoghi della sua infanzia a Udine?
«Mi piacerebbe tanto, ho un piccolo cane. Hanno tolto gli aerei. Non posso andare in auto per via del dolore neuropatico che mi costringe alla morfina. Ma ci tornerò, perché la mia nipotina Francesca, la figlia di mia sorella, mi vuole abbracciare…».
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Giovanni Scialpi
Giovanni Scialpi è stato nove anni senza musica per curare la madre con l’Alzheimer: «Campavo grazie alla pensione dei genitori».
«Tutte le volte che vado in televisione mi fanno piangere, sono sempre cose strappalacrime». «Il discorso è che ci sono argomenti che, nonostante siano passati anni, sono sempre…». Certo, sensibili, come lo è Giovanni Scialpi, classe 1962, in arte Scialpi, mito della generazione dei giovani degli anni Ottanta. A un certo punto della sua vita il cantautore ha lasciato il mondo della canzone per stare vicino alla madre, Giuseppina, colpita dalla malattia di Alzheimer, per darle presenza e cure. Ciò l’ha fatto per molti anni, rinunciando a esibirsi e mettendosi a repentaglio dal punto di vista economico. Gesto nobile, verrebbe da dire, ma ha ragione lui. Che c’è da stupirsi? Si tratta di un atto che dovrebbe essere vissuto come normale e dovuto. Un gesto permanente di cura.
«Siamo isole nell’oceano della solitudine / e arcipelaghi le città / io ti vorrei raggiungere». Versi di Cigarettes and coffee. Era il 1984. Ma testo e musica li scrivesti a 14 anni…
«A 13 anni e mezzo per la precisione. Sì, per ripicca a un papà assente, non per colpa sua: essendo lui poliziotto, per guadagnare di più andava in trasferta e lasciava Parma. Mia madre protestò insieme ad altre mogli di poliziotti e mandò una lettera al capo dello Stato. Quando ero piccolo capì che ero un po’ speciale, sensibile, rischiavo l’introversione, lei lavorava, stavo da solo…».
Volevi esprimerti…
«Sì, chiesi a mio padre di regalarmi una chitarra perché un’insegnante delle superiori aveva un negozio di dischi: per 35.000 lire la comprai e con altre 5.000 lire presi un libretto con i rudimenti. Quindi da autodidatta, con i primissimi accordi, ho iniziato a inventare».
Dunque creasti Cigarettes and coffee proprio con questa chitarra?
«Me la regalarono per Santa Lucia e quello stesso giorno iniziai con un dito solo, ha un giro cromatico usato più dagli americani (accenna Feelings, ndr.). Siccome ascoltavo Il fantasma del palcoscenico di Brian del Palma, ero innamorato della protagonista, Jessica Arber - somigliava a mia madre e a mia zia - le dedicai Cigarettes and coffee. Musica e parole sono venute insieme».
Sei figlio unico. Avresti voluto avere un fratello o una sorella?
«Ci ho pensato a 5-6 anni. Mi facevo le fantasie, avrei voluto avere un gemello per scambiarmi l’identità, un fratellino gemello per avere la complicità, forse per confrontarmi con me stesso».
La solitudine è condizione che può far soffrire, ma da essa può nascere lo sgorgo poetico,
«L’arte, anche quella che diverte, nasce dalla sofferenza, questo è un postulato. Se stai bene e sei felice non produci arte. Io, un bambino solo, pensa a quanta materia potevo generare».
Pregherei: «Pregherei, sei mi sentisse lui, / chiederei, / chiederei che ne sarà di noi».
«La canzone è pragmatica e logica. Dice: “Prendimi tutto quello che vuoi, ma lasciami l’amore che mi fa soffrire”, “lascialo così! Non lo toccare!”, è proprio un monito! (sorride, ndr). Per me Dio è qualcosa che rappresenta non proprio un’iconografia cristiana, sono gli alieni che ci hanno messo qui, erano gli dei in altre culture, l’Olimpo degli dei era sicuramente un’astronave, io credo a queste cose, ogni tanto hanno mandato qualcuno per emanciparci e l’ultimo è stato Gesù. Nella Bibbia c’è scritto: “Ascese al cielo”. Mi ricorda tanto Star Trek. L’uomo esiste sulla terra da migliaia di anni prima di Cristo, quanti Gesù saranno scesi? Forse la Chiesa cattolica ne fa una versione un po’ romanzata ma, detto questo, sono allineato con la Chiesa».
Talvolta ci arrabbiamo perché proviamo infelicità. Ti capita di pregare Dio?
«Assolutamente sì. La preghiera è un’invocazione, una forma di energia che possa arrivare il più lontano possibile. Nei miei concerti, prima di cantare Pregherei, dico: “Lo sapevate che la prima forma di preghiera è stato il canto? Quindi vorrei che questa sera cantaste, pregaste con me, affinché chi toglie il respiro del mondo con la violenza, la morte, il crimine, la guerra, non abbia più ragione di esistere”. Di solito parte un coro di 10.000 persone».
Rocking rolling: «Per resistere, per difenderci, per non cedere mai..». La musica è un grido di libertà?
«È un grido di libertà ma anche uno strumento, insieme alla parola e al pensiero, non di ribellione, ma di affermazione di valori, concetti, pensieri. “Per resistere, per difenderci”, diceva la canzone. Da chi? Da chi non ha valori, non ha scrupoli. Uno ci legge la vita, anche quotidiana, di tutti noi».
Tua madre, da ragazzo, vide che ti baciavi con un altro ragazzo.
«Probabilmente aveva capito, non per auto-incensarmi, che ero un bambino intelligente. Andavo a scuola per diventare geometra. Facendo i compiti con un mio compagno di classe, mi baciai con lui. Collaboravo con Radio Parma e lavoravo come cameriere all’Uno più di Parma, vicino al Battistero, era il 79-80. Arrivò in un locale mentre ero abbracciato con il mio primo fidanzatino, Claudio, 5 anni insieme da quando avevo 14 anni, ci sentiamo ancora molto spesso. Un giorno comprai due anellini, andai alla Chiesa di Ognissanti in via Bixio, a Parma, dove andavo a messa e cantavo nel coro, ce li scambiammo».
Con Francesco, tuo padre, un rapporto difficile. Quando ebbe problemi di salute ti approssimasti.
«Quando ha avuto l’infarto mi sono avvicinato. Noi Toro siamo per la famiglia. Quando è stato male ho fatto la mia parte di figlio. Poi ha avuto l’aneurisma e poi gli è venuto il tumore alla testa, inoperabile. Ho cercato di renderlo felice e sereno, di farlo andare via bene. Negli ultimi giorni facevamo questo gioco, pugno contro pugno, “dai babbo, spingi!” per stimolargli la forza. E vedevo che lui sorrideva».
Desideri ritrovare i tuoi cari nella dimensione ultraterrena?
«Guarda, io parlo di energie che si mescolano con altre energie. La mia missione post-mortem, che ho già stabilito, è andare a ritrovare l’energia dei miei cari, mia madre in primis, tutte le persone che mi sono state vicino, mio nonno, mia nonna, mia zia, la mia cagnolina Emily… Ecco, voglio rifarmi una famiglia nell’universo».
Tua mamma, Giuseppina, persona dolcissima. Fu colpita dall’Alzheimer. Lasciasti il mondo della canzone per 10 anni per occuparti di lei, starle vicino e darle cura e affetto. Gesto ammirabile.
«Ti contesto “ammirabile”. Non lo trovo ammirabile ma un dovere che tutti i figli dovrebbero avere nei confronti dei genitori. Dovrebbe essere la cosa più logica e normale. Ed è passata come una cosa straordinaria. Pensa a che livello di civiltà siamo arrivati. Cinica. Quel periodo durò quasi nove anni. All’inizio, quando apparivano le prime dimenticanze, era facile perché, pur non lavorando, potevo portarla a Roma ad esempio…».
Un problema anche economico.
«Certamente. Ho dovuto togliere tutto. Firmai la liberatoria, ci fu la solidarietà di alcune amiche dello spettacolo, ma siamo un Paese di bastardi, ti chiedo di scriverlo, perché basta che uno abbia un problema per essere emarginato a vita. Sono un redivivo perché mi sono tolto questo marchio. Quando ero a casa non dico che vivessi in indigenza, ma solo con la pensione e le spese di due malati insomma. Non potevo lasciare mia mamma sola per andare a lavorare da qualche parte. Un po’ mi riposavo, ma dopo il terzo/quarto anno non mi sono più riposato, tant’è vero che i medici si preoccupavano quasi più di me che della mia mamma».
Di quegli anni c’è un momento che ricorderai per sempre?
«Sì, ce l’ho, ed è stato l’ultimo momento che l’ho vista. L’Alzheimer è una malattia feroce e atroce. Mi sono ritrovato il 23 dicembre 2024 - lei è morta nel 2016 - con mia madre completamente fuori di sé, urlava, si era sporcata, si tirò via i vestiti, a Parma un metro di neve, 7 gradi sotto zero. Alle 4 e mezzo del mattino l’ho pulita più o meno, l’ho vestita, l’ho portata a fare un giro con un faretto glaciale, a Barriera Bixio, alle 6 e mezza del mattino apriva il bar, le ho preso cappuccino e cornetto, come piaceva a lei, il cuore infranto, un sorriso e un fiume di lacrime dentro. La portai a casa e le dissi “mamma, adesso facciamo la doccia insieme”. Siano entrati tutti e due, nudi, a fare la doccia, tra mamma e figlio non c’era più quel pudore di quando ero ragazzo, era un figlio che curava una mamma. Quando siamo usciti lei si è voltata, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Giovanni, perdonami”. Poi si è rigirata e si è persa completamente. Di corsa ho cercato una casa di cura comunale vicino a casa e per sei mesi non sono andato a trovarla, mi faceva troppo male. Avevo una depressione in atto, me l’avevano detto. L’Alzheimer ha una quota molto alta tra le malattie degenerative degli anziani. Andai a Nizza da Dalila Di Lazzaro, un’amica da tanto tempo, guardammo la tv, ci abbracciamo e nel lettone mi addormentai subito, la prima notte di sollievo».
Per l’Alzheimer le istituzioni aiutano?
«Le istituzioni, se sai attivarle, fanno il minimo indispensabile. Non la butterei in politica. Dovrebbero esserci un’assistenza e un protocollo anche per malattie degenerative. Ma noi siamo un popolo di goliardi, spesso la droga la fa la padrona. Nel Tevere hanno trovato molte tracce di cocaina… Se mi capita di aver a che fare con persone alterate mi sento ancora più solo e per la strada è un pericolo…».
Ti è accaduto di sognarla, tua madre?
«Sì, mi è apparsa in sogno tre o quattro volte da quando è morta, ma stato un sogno amaro perché è stata una voce al telefono e diceva che non tornava a casa, oppure in cucina, ma di schiena, senza mai vederla in viso».
Ieri eri in sala registrazione. Hai ripreso l’attività.
«Sì, con un cortometraggio su valori/denaro, per stimolare le generazioni di oggi a non pensare che sei potente perché hai il denaro. Il mio nuovo tour partirà probabilmente in autunno».
Una canzone del repertorio italiano che più hai ascoltato?
«Battiato, La cura, simbolicamente dedicata a tutti, anche con una risatina, “curatevi”».
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