Le bombe ucraine scoppiano pure in Europa
I danni ad un edificio di Montecarlo dopo l'attentato contro il businessman ucraino Vadym Yermolaiev (Ansa)

Pacchi bomba, conti salatissimi e un coinvolgimento sempre più profondo nella guerra contro la Russia: aiutare Kiev ha un prezzo, da ogni punto di vista.

Se ne sono accorti nel Principato di Monaco, dove la quiete da paradiso Vip, lunedì sera alle 21, è stata spezzata da un’esplosione in un edificio residenziale tra Boulevard d’Italie e Rue du Révérend Père Louis Frolla, al confine con la Francia. L’ordigno, che sarebbe stato piazzato da un uomo visto mentre depositava una borsa, ha ferito gravemente l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev. Alla moglie sono state amputate le gambe e rischia di morire, mentre il figlio tredicenne della coppia non è in pericolo di vita.

La Procura monegasca indaga per tentato omicidio e non per terrorismo. Il sospettato, che indossava una maglia scura e un cappello, sarebbe fuggito in Francia. La pista più accreditata è quella del crimine organizzato: l’agguato sarebbe collegato alle attività truffaldine di alcuni call center a Dnipro, la città d’origine di Ermolaev.

L’oligarca è da anni in pessimi rapporti con le autorità di Kiev. Indicato da Forbes come uno dei 100 paperoni ucraini, aveva però preso cittadinanza cipriota ed era stato messo sotto sanzioni da Volodymyr Zelensky a dicembre 2023, perché non aveva interrotto i propri commerci di alcolici nella Crimea occupata, dove le tasse derivanti dalle attività economiche vengono riscosse dai russi. Ermolaev si era stabilito in Costa Azzurra, insieme a un altro manipolo di imprenditori e politici, fuggiti in direzione di Monte Carlo o Nizza dopo l’inizio del conflitto con Mosca. Tutti individuati da un’inchiesta della testata Ukrainska Pravda sul cosiddetto «Battaglione Monaco».

Il principe Alberto II ha parlato di «crimine efferato» e di «choc per l’intera comunità».

D’altronde, di rese dei conti tra ucraini, nel Vecchio continente, se n’erano già viste: a dicembre 2025, a Vienna, si era consumato il brutale omicidio del figlio ventunenne del vicesindaco di Kharkiv, torturato e bruciato per un furto di criptovalute; lo scorso gennaio, era volato giù dalla finestra di un bed & breakfast di via Nerino, a Milano, un banchiere di 54 anni, per la cui uccisione è stato arrestato in Spagna il figlio, anche lui coinvolto in un’operazione di trasferimento illecito di denaro digitale. Tutta ricchezza di provenienza oscura, che circola su canali difficili da tracciare. Sarà anche per questo che alcuni Paesi, Germania in testa, sembrano non vedere l’ora di rispedire a casa i rifugiati ucraini? Donne e bambini meritano protezione e accoglienza; disertori, faccendieri e businessmen controversi sono una grana. Una delle tante.

L’altra, bella grossa, la intravede Euroclear: l’ente finanziario con sede in Belgio, che detiene gli asset congelati, facenti capo alla Banca centrale russa, si è giocato la carta della disperazione, intentando una causa contro lo stesso istituto di credito di Mosca presso il tribunale francofono di Bruxelles. L’obiettivo è ottenere una sentenza che neutralizzi gli effetti di un verdetto emesso in Russia, con cui si impone a Euroclear il pagamento di oltre 220 miliardi di euro a titolo di risarcimento, per il blocco illegale dei fondi custoditi nell’Ue, dopo lo scoppio della guerra. Il guaio è che la pronuncia russa era accompagnata da un ordine di esecuzione: significa che tutte le risorse di Euroclear detenute al di fuori dell’Europa potrebbero essere sequestrate e impiegate per indennizzare la Banca di Vladimir Putin. La società contesta la competenza del tribunale russo e lo svolgimento iniquo del processo, che si è tenuto a porte chiuse. Fatto sta che da mesi il Belgio avvisava l’Unione europea delle insidie nascoste nell’operazione di confisca degli asset, a lungo caldeggiata dalla Commissione, per finanziare il maxi prestito da 90 miliardi all’Ucraina. Dopo gli accorati appelli del premier, Bart De Wever, e anche grazie all’opposizione di Italia e Francia, nonché alle banderuole di Viktor Orbán, il piano era saltato. Ciò, comunque, non è bastato a schermare Euroclear dall’azione risarcitoria; non si sa nemmeno se la fiducia dei grandi investitori verso l’Ue sia rimasta intatta; in più, gli eventuali oneri dello stanziamento in favore di Kiev saranno condivisi da tutti gli Stati membri. La nostra quota parte, nell’ipotesi, niente affatto improbabile, che gli ucraini non ci restituiscano le somme anticipate, ammonta ad almeno 25 miliardi.

Ieri, intanto, nel quadro della sovvenzione sbloccata grazie alla rimozione del veto ungherese, Bruxelles ne ha sborsati 3,9. Il governo di Zelensky li userà per acquistare droni, rigorosamente fabbricati in Ucraina. Rigorosamente da impiegare nei raid contro le raffinerie e le città nemiche. Mosca inclusa. Certo, ci si augura che la pressione militare induca lo zar a un negoziato risolutivo. Ma rimane un fatto: con i nostri soldi, si pagano i bombardamenti nel territorio della Federazione russa. In che modo questo ci ponga nella posizione di accreditare un mediatore europeo, è un enigma avvolto in un mistero.

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