Un rapporto Onu di due anni or sono stimava che le truffe online nell’area del Sudest asiatico e nell’Asia orientale abbiano realizzato un enorme giro d’affari, sottraendo cifre che si avvicinano ai 37 miliardi di dollari. Questo perverso modello di business si sta diffondendo sempre più in quell’area geografica, seguendo in qualche modo l’evoluzione geopolitica del mondo.
Le conseguenze globali delle truffe online nel Pacifico
Ma questa particolare situazione andrebbe seguita seriamente, perché il problema ci riguarda direttamente, dato che le truffe originano sì da tali Paesi asiatici, ma hanno come destinatari e vittime i Paesi più ricchi dell’Occidente, Europa in testa.
Ma procediamo per gradi. Solo qualche anno fa, molti Paesi dell’area del Pacifico non avevano ancora connessioni Internet stabili e valide tramite i cavi sottomarini, o al massimo disponevano di un solo cavo. Negli ultimi anni c’è stato un grande impegno per migliorare la connessione delle comunità insulari del Pacifico: in particolare il governo australiano si è impegnato a garantire che tutti i Paesi avessero almeno un collegamento.
L’isola micronesiana di Palau, le Isole Salomone e Tonga, attraverso finanziamenti e prestiti, sono riuscite a ottenerne un secondo. Google, da parte sua, ha annunciato alcuni progetti di cablaggio del Pacifico e il governo della Papua Nuova Guinea è in attesa di ricevere da Canberra fondi per altri tre cavi. Inoltre l’arrivo di Starlink nella regione ha reso possibile l’aumento della copertura via satellite.
L’incremento delle truffe online nel Pacifico
Tutto questo è naturalmente positivo, ma l’estensione della Rete ha portato con sé notevoli rischi che le organizzazioni criminali dedite alle truffe sono pronte a sfruttare. Sono proliferati in diverse aree del Sudest asiatico, dalla Cambogia al Laos, dalle Filippine al Myanmar, i cosiddetti «Scam Center», i centri per le truffe online.
Il meccanismo lo conosciamo: attraverso telefonate, messaggi sul cellulare, contenuti social, siti Web e altre piattaforme vengono presi di mira gli ignari utenti. Via via che vengono contrastate in Asia sudorientale, queste reti organizzate si spostano in altri luoghi in cui si insediano sfruttando la crescita della connettività e delle infrastrutture nel Pacifico che le agevolano indubbiamente nel loro disegno.
I fattori dietro ai raggiri informatici
Tre sono gli elementi che favoriscono ciò.
Innanzitutto, queste organizzazioni si nascondono per lunghi periodi dietro ad attività legali prima di poter essere scoperte: dagli alberghi ai casinò fino alle aziende di servizio online. Hanno inoltre una straordinaria capacità di adattamento e «mimetizzazione»: per ridurre le probabilità di essere individuate, prediligono la creazione di piccole strutture temporanee in camere di albergo, o immobili affittati per brevi periodi, al di là delle attività su larga scala più facilmente «tracciabili».
In secondo luogo, sono in possesso di un bagaglio di conoscenze per capire dove aprire i nuovi centri in base a vulnerabilità legali e istituzionali. Ci riferiamo a norme incomplete contro i reati informatici, alla presenza di un potere frammentato delle forze dell’ordine e a limitate capacità professionali e finanziarie per portare avanti indagini e azioni penali. Le isole del Pacifico, con leggi e norme ampiamente superate o debolissime sui reati informatici e sul sequestro dei beni, rappresentano contesti a bassissimo rischio per questa rete organizzata.
Truffe che si fondano sul lavoro forzato
Quasi sempre, infine, si basano sul lavoro forzato e sul traffico di esseri umani. Già alle Fiji, così come a Palau, ci sono stati diversi interventi di polizia che hanno raccolto prove di lavoro forzato, scoprendo recentemente un gruppo di persone bloccate per oltre due anni in diversi alberghi, senza potersi spostare, perché private di passaporto.
Un recentissimo rapporto descrive ad esempio la Papua Nuova Guinea e Timor Est come Paesi esposti al rischio di ospitare centri per le truffe. Anche in questo caso, in quell’area vi sono legislazioni debolissime contro il traffico di esseri umani.
Il contrasto alle truffe online nel Pacifico
Le autorità della regione del Pacifico dovrebbero attrezzarsi per tutto ciò, e inoltre servirebbe una maggiore cooperazione internazionale per affrontare un problema così vasto, ma manca ancora una adeguata consapevolezza e convinzione. Perché, se le truffe non hanno confini (chi non ha mai ricevuto una telefonata da qualche paese lontano?), anche la battaglia per contrastarle non dovrebbe averli.
Le autorità (dalla polizia alle agenzie per l’immigrazione e il lavoro) dovrebbero collaborare per identificare concentrazioni insolitamente alte di lavoratori stranieri, combinate con poco supporto locale, subappalti di manodopera opachi, frequenti irregolarità nei visti e attività che usano molto la rete. Si potrebbe persino monitorare se il consumo di pasti, elettricità e acqua corrisponda realisticamente alle necessità dell’impresa.
Bisogna capire che anche tutto questo è parte integrante della nuova geopolitica delle attività criminali che sta ridisegnando il mondo. Tra l’altro questi processi avvengono con una rapidità ancora poco conosciuta. Se, come ormai sembra accertato, le truffe online troveranno presto casa nelle isole e negli arcipelaghi del Pacifico, è lì che va spostata rapidamente l’attenzione.
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