Manifestazione degli agricoltori contro il caro carburante e la crisi del settore agricolo a Cosenza
La mobilitazione «L’Italia scende in piazza» contro il caro carburante e la crisi del settore agricolo a Cosenza (Ansa)

Il diesel a 2,3 euro al litro dà fastidio a tutti. Molti piccoli imprenditori, camionisti in primis, si lamentano. Il costo del pieno è raddoppiato. Botte da 1.200 euro al colpo. Far quadrare i conti senza scaricare i costi sul cliente finale non è facile. Le associazioni di categoria chiedono interventi al governo, che già ha provveduto nei mesi scorsi.

Come quelle che rappresentano gli agricoltori, che sono in difficoltà. Il gasolio agricolo è vitale. Le interlocuzioni proseguono per arrivare a una mediazione. Però ci sono gruppi di contadini che non aspettano e cercano di farsi sentire bloccando le strade. Piccolo particolare. A guidare la protesta non sono persone con calli duri come il marmo per la fatica. No, a capeggiare la rivolta ieri mattina c’era un condannato in un processo legato alla ’ndrangheta.

In Calabria ci sono stati momenti di tensione a Pizzo, nel Vibonese, dove la protesta degli agricoltori è arrivata fino allo svincolo dell’A2. Un gruppo di manifestanti ha tentato di raggiungere l’autostrada con l’obiettivo di bloccare la circolazione, ma l’intervento delle forze dell’ordine e, soprattutto, un lungo lavoro di mediazione hanno evitato che la situazione degenerasse.

Sul posto sono intervenuti gli agenti della polizia, insieme alla Digos e ai carabinieri. Le forze dell’ordine hanno formato un cordone per impedire l’accesso alla carreggiata. Dopo alcuni momenti concitati, i coltivatori hanno deciso di non forzare il presidio e di proseguire la protesta nell’area dello svincolo.

Una mobilitazione nata appunto dalla crescente difficoltà del comparto agricolo, alle prese con costi di produzione sempre più elevati e ricavi che, secondo i manifestanti, non consentono più di sostenere le spese delle aziende. Tra le principali richieste ci sono interventi sul costo del carburante agricolo, misure contro il caro produzione e una maggiore tutela per i produttori alle prese con prezzi di vendita considerati insufficienti.

Zangari: «Non ce la facciamo più»

Durante la mattinata non sono mancati anche momenti di commozione. Tra i manifestanti c’era Antonio Zangari, conosciuto come il «gigante buono» di Polistena e titolare di un’azienda agricola e boschiva a Laureana di Borrello, che si è rivolto alle forze dell’ordine in lacrime: «Non ce la facciamo più». E ancora: «Chi lo diceva che in Italia, nel 2026, dobbiamo arrivare a queste condizioni? Dobbiamo avere dignità per i nostri figli, i nostri nipoti».

La condanna nel processo Maestrale-Olimpo-Imperium

Zangari però non è un agricoltore duro e puro. A luglio è arrivata una sentenza, primo grado, per il maxi processo Maestrale-Olimpo-Imperium. Si tratta del verdetto per il troncone del procedimento nato dalle operazioni antimafia denominate Maestrale-Carthago, Olimpo e Imperium: tre inchieste diverse che però colpiscono tutte i clan vibonesi. Sono 183 gli imputati finiti a giudizio. E uno di questi è tale Zangari Antonio, nato a Polistena. Condannato a 4 anni per ricettazione di mezzi da lavoro, con l’obbligo di firma e legato alla famiglia Mancuso.

Il «gigante buono» già protagonista delle proteste

Il signore in questione, il «gigante buono», però non è nuovo a proteste stradali. Nel 2024 era stato oggetto di un articolo del Corriere della Sera, dove si raccontava come spopolasse su Tik Tok essendo divenuto un «volto ormai notissimo della protesta degli agricoltori italiani, acclamato sul Web». Era febbraio ed era partito verso Sanremo, in concomitanza con il Festival. E alla protesta si unirono anche Naike Rivelli e Ornella Muti. Figlia e mamma unite nella lotta a fianco di una persona che però secondo i giudici, in attesa dell’esito di un eventuale appello, è un condannato.

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