Per fermare il trasferimento al Cpr gli era bastato rifiutare la visita medica. E ora il marocchino di 57 anni, condannato in appello a 2 anni e 8 mesi per violenza sessuale su una giovane affetta da un disturbo dello spettro autistico, è tornato a Ravenna.
Dopo la condanna era finito in carcere a Modena. Ma è libero: il divieto di dimora è decaduto e nessun provvedimento gli impedisce di stare in città. La famiglia della vittima però teme di trovarselo accanto. E pare che sia già capitato in un supermercato. Dopo l’incontro è seguita una segnalazione in Questura. Ma gli avvistamenti si sarebbero ripetuti in diverse aree della città.
La ricostruzione di quanto accaduto
Lui, insomma, può tornare nei luoghi della sua vita quotidiana, mentre loro devono fare i conti con la paura di incontrarlo. L’aggressione risale al 3 giugno 2024. La ragazza, allora poco più che ventenne, stava tornando a casa dopo essere stata in una struttura educativa di via Gramsci. Lo straniero le si era affiancato in bicicletta.
Secondo quanto ricostruito nel processo, l’aveva avvicinata ponendole alcune domande personali e poi l’aveva palpeggiata nelle parti intime. La vittima era riuscita a salire sull’autobus. E una volta a casa aveva raccontato tutto ai genitori.
Nei giorni successivi aveva rivisto l’uomo e il padre era riuscito a fotografarlo, fornendo agli investigatori l’immagine che ha consentito l’identificazione. In primo grado, nel processo con rito abbreviato, il gup Federica Lipovscek (che da gip ha firmato l’ordinanza cautelare per i medici No-Cpr del Santa Maria delle Croci) lo aveva condannato a 4 anni di reclusione, a fronte dei 16 mesi chiesti dalla Procura.
Alla vittima, costituita parte civile con l’avvocato Valentina Bartolini, era stata riconosciuta anche una provvisionale da 10.000 euro. In appello la pena era stata ridotta a 2 anni e 8 mesi, con il riconoscimento dell’ipotesi di violenza sessuale di minore entità.
I precedenti dello stupratore marocchino
La difesa aveva quindi chiesto la scarcerazione, sostenendo che il periodo di detenzione già trascorso fosse pari o superiore alla pena inflitta. Ma c’è un precedente. Prima della ragazza, a denunciarlo era stata il suo avvocato in un procedimento per droga che, successivamente sarebbe stata seguita e minacciata.
I pedinamenti in bicicletta e le minacce avevano cambiato le abitudini di vita della professionista: aveva tolto il proprio nome dal campanello e dalla buca della posta e aveva cominciato a evitare di uscire da sola. Il provvedimento del questore, secondo quanto raccontato, aveva avuto effetto: l’uomo aveva smesso di avvicinarla.
Ora a preoccuparsi dei suoi spostamenti sono i familiari della vittima dei palpeggiamenti. Lo straniero risultava privo di permesso di soggiorno, ma aveva a carico un decreto di espulsione che era stato impugnato. E il trasferimento in un Centro di permanenza per i rimpatri si era bloccato perché aveva rifiutato di sottoporsi alla visita medica necessaria a valutare l’idoneità al trattenimento.
Il legame con l’inchiesta sui medici anti Cpr
C’è anche una vicenda analoga chpraffiora dalle carte dell’ordinanza del tribunale di Ravenna. È il 16 dicembre 2025 e il protagonista è un cinquantaquattrenne tunisino. Ben K.H., quel giorno, si presenta nel reparto di infettivologia dell’ospedale romagnolo per la valutazione d’idoneità, ma si rifiuta di sottoporsi agli esami clinici. Decide solo di prestarsi a una valutazione psicologica, che non avrebbe evidenziato alcuna criticità.
Per la dottoressa Anastasia Zoffoli non ci sono, tuttavia, abbastanza elementi per giudicarlo idoneo e spedirlo in un Cpr. Ed è così che Ben riceve un certificato di inidoneità. Gli esami rifiutati lasciano incompleta la valutazione, anche se il colloquio psicologico non avrebbe fatto emergere criticità. Del tunisino, però, rimane traccia in una denuncia del 31 dicembre 2025, rimediata per inottemperanza all’ordine del questore.
Al caso del cinquantasettenne marocchino finisce così per aggiungersi anche quello del classe ’72 tunisino. Entrambi dovevano essere espulsi.
È così, grazie a un buco nella direttiva Lamorgese, che la macchina dei rimpatri può incepparsi già prima dell’ingresso nel Cpr: la direttiva ministeriale prevede, infatti, che l’accesso avvenga previa visita medica e che la certificazione attesti la compatibilità delle condizioni di salute con la permanenza nella struttura.
Perché è facile per i migranti evitare il Cpr
In assenza dell’accertamento sanitario, il trasferimento può dunque incontrare un ostacolo procedurale, che mette in luce una norma dai contorni poco chiari, caratterizzata da diverse zone grigie che danno ampio spazio alle difese. Il migrante può rifiutare di sottoporsi alla visita medica e, di conseguenza, non essere ammesso nel Cpr.
L’accertamento previsto per consentire l’ingresso diventa così l’ostacolo che lo impedisce. E chi dovrebbe essere visitato può contribuire a bloccare il passaggio. A quel punto, i medici del centro non possono procedere agli accertamenti. In assenza di una storia sanitaria, poi, gli stessi camici bianchi presenti nel Cpr inevitabilmente finiscono per astenersi da qualsiasi valutazione.
Il Parlamento proprio quest’anno ha cercato di metterci una pezza. In caso di mancata visita preventiva, il controllo medico sarebbe stato effettuato al massimo entro le 24 ore successive all’ingresso nel Cpr.
Il nodo della questione rimane però irrisolto: cosa accade quando lo straniero rifiuta di sottoporsi anche all’ulteriore visita? L’arma è un semplice rifiuto: basta opporsi alla visita medica necessaria.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >