Basta veramente poco per fare inceppare la macchina dei rimpatri via Cpr. Un semplice «no», da brandire come arma per opporsi alla visita di idoneità e trasformare in carta straccia i decreti di espulsione.
Sicuramente l’hanno capito quei dieci immigrati irregolari che, tra settembre 2024 e gennaio 2026, sono riusciti a schivare i Centri di permanenza per i rimpatri, rifiutando gli accertamenti medici presso l’ospedale di Ravenna, dove è partita l’inchiesta sui medici anti-Cpr.
Quando i migranti sfuggono ai rimpatri (e delinquono)
Succede così che su 64 pazienti destinati alla detenzione amministrativa prima dell’espulsione, ben 44 siano tornati in strada: 34 con in tasca certificati di inidoneità ritenuti falsi dalla Procura, mentre 10 hanno semplicemente opposto un diniego alla richiesta di essere visitati.
L’epilogo è allarmante: i migranti «ostruzionisti» ora sono liberi di circolare, da clandestini, sul nostro territorio. E, in alcuni casi, anche di commettere reati. Per almeno due di loro, nelle cronache, c’è traccia di una simile traiettoria. Da irregolari e con decreto di rimpatrio pendente, hanno rifiutato gli esami clinici e hanno infranto la legge. Con conseguenze più o meno gravi.
L’altro ieri, sulle nostre colonne, abbiamo raccontato il caso di un marocchino di 57 anni, condannato in appello a 2 anni e 8 mesi per violenza sessuale su una giovane affetta da un disturbo dello spettro autistico. Lo straniero, privo di permesso di soggiorno, aveva un decreto di espulsione a carico. Bloccato grazie al rifiuto di sottoporsi al controllo di idoneità per il trasferimento nel Cpr.
Prima dell’aggressione del 3 giugno 2024 alla ragazza, aveva avuto anche un precedente. A denunciarlo era stato il suo avvocato in un procedimento per droga, bersaglio di pedinamenti e minacce. In quel caso, il provvedimento del questore era stato efficace e l’uomo aveva smesso di avvicinarla.
Scontata la pena nel carcere di Modena, ora il marocchino è libero ed è già tornato a Ravenna. Il divieto di dimora è decaduto e nessun provvedimento gli impedisce di stare in città, dove sarebbe già stato avvistato in diverse aree. Le vittime del nordafricano sono state informate del suo ritorno nella città romagnola e ora dovranno preoccuparsi degli spostamenti dell’uomo.
Come i migranti scavalcano la macchina dei rimpatri
A fare propria la strategia del rifiuto dei controlli, seguita probabilmente su consiglio di legali esperti in materia, è stato anche un cinquantaquattrenne tunisino, protagonista di una vicenda analoga che affiora dalle carte dell’ordinanza del tribunale di Ravenna.
È il 16 dicembre 2025. Ben K.H., quel giorno, si presenta nel reparto di infettivologia dell’ospedale romagnolo per la valutazione d’idoneità, ma si rifiuta di sottoporsi agli esami clinici. Decide solo di prestarsi a una valutazione psicologica, che non avrebbe evidenziato alcuna criticità. Per la dottoressa Anastasia Zoffoli non ci sono, tuttavia, abbastanza elementi per giudicarlo idoneo e spedirlo in un Cpr.
Ed è così che Ben riceve un certificato di inidoneità. Gli esami rifiutati lasciano incompleta la valutazione, anche se il colloquio psicologico non avrebbe fatto emergere particolari disagi. Del tunisino, però, rimane traccia in una denuncia del 31 dicembre 2025, rimediata per inottemperanza all’ordine del questore.
A rendere inefficaci i Cpr è la legge italiana
Al caso del cinquantasettenne marocchino finisce così per aggiungersi anche quello del classe ’72 tunisino. Entrambi dovevano essere espulsi. Sono due storie che permettono di constatare un’amara verità: a vanificare (in parte) gli sforzi dell’esecutivo, sull’accelerazione delle procedure di rimpatrio, non sono solo i camici rossi ideologizzati che godono del supporto di una rete di associazioni immigrazioniste.
È la stessa legge italiana, infatti, a dare il proprio contributo nel rendere «inefficaci» i Cpr. Il buco è nella direttiva ministeriale Lamorgese del 2022. Il decreto prevede che l’accesso dei clandestini avvenga previa visita medica e che la certificazione attesti la compatibilità delle condizioni di salute con la permanenza nella struttura.
Senza l’accertamento sanitario, il trasferimento può dunque incontrare un ostacolo procedurale, che mette in luce una norma dai contorni poco chiari e con diverse zone grigie che gli irregolari, coadiuvati dai propri legali, possono sfruttare. La questione diventa, perciò, spaventosamente semplice: il migrante può rifiutare di sottoporsi alla visita medica e, di conseguenza, non essere ammesso nel Cpr.
Il cortocircuito sui rimpatri dei migranti
È un cavillo legislativo che pesa come un macigno sul corretto funzionamento della macchina dei rimpatri: i clandestini, infatti, possono continuare ad opporsi ai controlli, paralizzando l’apparato. Un cortocircuito, in cui l’accertamento previsto per consentire l’ingresso nei centri diventa l’ostacolo che lo impedisce. Ed è così che, in assenza di una storia sanitaria, i camici bianchi presenti nel Cpr inevitabilmente finiscono per astenersi da qualsiasi valutazione.
Il Parlamento proprio quest’anno ha cercato di metterci una pezza. In caso di mancata visita preventiva, il controllo medico sarebbe stato effettuato al massimo entro le 24 ore successive all’ingresso nel Cpr. L’accorgimento non ha però risolto il nodo della questione. E si ritorna, di nuovo, alla possibilità di ribadire più volte il diniego.
Cosa accade infatti quando lo straniero rifiuta di sottoporsi anche all’ulteriore visita? Se la normativa non verrà più toccata, il rischio sarà quello di vedere sempre più irregolari, alcuni protagonisti di reati, che traggono vantaggio da questo limbo giudiziario. E su cui prosperano anche diverse associazioni ben inserite nella mangiatoia immigrazionista.
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