Per le conversazioni probabilmente ritenute più delicate si cambiava strategia di comunicazione. Una volta Valter Lavitola, l’oste del Cefalù bistrot che si è trasformato nel bombarolo altruista, si rifiuta di affidare al telefono una «notizia importante» per il suo amico Sigfrido Ranucci. Un’altra è la vittima dell’attentato a dire: «Non per mail però». Poi arrivano le chiamate attraverso canali telematici che la normale intercettazione dell’utenza non riesce a catturare. E infine una consegna del silenzio a Clesio Tavares Gomes, l’uomo accusato di aver ingaggiato il commando avellinese. Ora il punto è capire quanto fosse estesa questa seconda rete delle comunicazioni. Perché il telefono di Lavitola è stato sequestrato, i dati sono stati estratti, ma gli investigatori hanno messo nero su bianco che, al momento della richiesta di arresto per Lavitola, l’analisi non è ancora terminata. Nel frattempo, seminate qua e là, nei documenti dell’inchiesta, ci sono le cautele messe in campo.
La prima è di Ranucci. È il 20 aprile 2026. Lavitola sta lavorando al progetto politico che dovrebbe misurare attraverso un sondaggio le possibilità di una candidatura del conduttore di Report. Vuole mandargli la bozza del questionario e gli chiede l’indirizzo di posta elettronica. Quattro minuti dopo arriva la risposta: «Non per mail però». Tre settimane dopo i ruoli si invertono. Questa volta è Lavitola a non voler comunicare a distanza.
Il 13 maggio cerca Ranucci: «Ti devo dare una notizia importante». Poi insiste: «Per piacere fammi sapere. Un abbraccio». Il giornalista è impegnato e gli propone di risolvere senza vedersi: «Ma al telefono non puoi?». Passano 13 secondi: «No», ribatte Lavitola, «preferirei di persona, ovviamente». La mattina del 14 maggio è Ranucci a ricontattare l’amico: «Buongiorno tutto ok? Se passo per le 9.40-10? Ti trovo?». Lavitola risponde: «Sì mi faccio trovare». Alle 9.26 Ranucci avverte: «Tra dieci minuti ci sono». L’incontro avviene quindi come aveva chiesto il faccendiere: di persona.
Ma questa, nei rapporti tra i due, non era una regola. Ranucci e Lavitola comunicavano normalmente attraverso il telefono. Le carte consentono di andare indietro almeno all’ottobre 2024. E i carabinieri ricostruiscono attraverso il dispositivo sequestrato e i tabulati telefonici una quantità considerevole di contatti in chiaro. Poi scoprono che le comunicazioni prendono altre strade. È il 4 luglio 2026. Lavitola ancora non sa che di lì a poche ore verrà perquisito e scoprirà di essere il sospettato mandante dell’attentato. Intorno alle 18.30 sale sulla sua Toyota Aygo. Nell’utilitaria, però, i carabinieri hanno piazzato una microspia. L’ambientale registra la conclusione di una conversazione con Gomes. Nella richiesta di misura cautelare i pm scrivono che sarebbe avvenuta «probabilmente attraverso applicazioni come Whatsapp» e dunque non è stata «intercettata in chiaro». Poche ore dopo la situazione precipita. Lavitola viene bloccato mentre si prepara a raggiungere Fiumicino per prendere un volo diretto in Africa. I carabinieri gli notificano il decreto di perquisizione. L’oste scopre l’accusa. E quella notte c’è un’altra conversazione che non passa dalle linee telefoniche tradizionali. Durante la perquisizione, sul telefono dell’oste del Cefalù arriva infatti un messaggio attraverso Signal: «Ciao Valter mi ha chiamato Sigfrido, mi ha detto che i carabinieri sono venuti da te. Ci vogliamo sentire?». A scriverlo è Daniele Autieri, l’autore di Report che Ranucci aveva messo in contatto con Lavitola alcuni mesi prima per un’inchiesta. Gli investigatori annotano la circostanza e ne danno una prima lettura: Ranucci, venuto a sapere della perquisizione, avrebbe «preferito non chiamare» l’amico «direttamente» e avrebbe contattato Autieri per avere informazioni. Una ricostruzione che Autieri ridimensionerà quando verrà sentito, raccontando di essere stato effettivamente contattato da Ranucci, attraverso una chiamata «su WhatsApp o Signal», e di aver saputo così che i carabinieri erano da Lavitola. Ma sostiene che fu poi una sua iniziativa scrivere all’indagato per cercare di capire che cosa stesse accadendo. Il dettaglio resta interessante per un’altra ragione. Anche in questo caso, nelle ore più calde dellìinchiesta, ricompaiono le applicazioni telematiche.
Nella notte l’oste del Cefalù torna sulla sua Aygo. E chiama direttamente Ranucci. La conversazione, annotano i pm, non viene «censita tramite le attività in atto» sull’utenza di Lavitola e dunque è stata effettuata utilizzando «sistemi di comunicazione che sfruttano canali telematici non monitorabili con i convenzionali strumenti di intercettazione». Ma non sfugge alla captazione, perché Lavitola la fa proprio dall’automobile nella quale è installata la microspia. È una telefonata che la Procura considera «di fondamentale importanza per le indagini». Perché i due discutono proprio di quello che è appena accaduto. E non è una chiamata lampo: Lavitola, parlando successivamente con un altro interlocutore, racconterà di essere rimasto con Ranucci circa «due ore al telefono».
E poi c’è Gomes. Due giorni dopo la perquisizione spunta una cautela ancora più esplicita. È il 6 luglio. Sul dispositivo di Lavitola, questa volta, è attiva un’intercettazione telematica tramite spyware. Gli investigatori riescono così a intercettare una chat WhatsApp. La Procura precisa che l’applicazione sfrutta «canali di comunicazione telematica criptata end-to-end». Gomes esordisce ricordando a Lavitola una disposizione che evidentemente aveva già ricevuto: «Dottore buonasera, lo so che mi hai detto che non dobbiamo tenerci in contatto in questi giorni». E i magistrati descrivono infatti il camerunense come colui che sta «contravvenendo alle disposizioni». Gomes vuole sapere quale sia il «problema serio» che lo riguarda. Lavitola gli gira il capo d’accusa e gli chiede di verificare se i carabinieri abbiano perquisito anche casa sua. Ma gli spiega anche il rischio: «Non devono poter pensare che io e te siamo d’accordo su qualche cosa». Lavitola sa ormai di essere indagato e che Gomes è entrato nell’inchiesta. La prudenza ha quindi una spiegazione immediata. Negli altri casi, invece, le carte documentano le cautele. Non ancora le ragioni.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >