Valter Lavitola, il faccendiere arrestato come mandante dell’attentato al conduttore di Report Sigfrido Ranucci, vedeva così il rapporto tra il suo amico (e vittima) e i magistrati: «Questo è un giornalista più potente, più vicino ai giudici che ci sono in Italia».
Una convinzione che, fino all’arresto di Lavitola era radicata in molti, al pari di quella sulla vicinanza dei dem a Ranucci, che ieri è riapparso in pubblico per la prima volta dopo l’arresto dell’oste del Cefalù Bistrò. Arrivato a Lavarone, in Provincia di Trento, per una presentazione del suo libro Ranucci ha declinato la richiesta dei cronisti di commentare la confessione di Lavitola con un cortese «dell’inchiesta non parlo».
Nelle stesse ore, altre dichiarazioni pubbliche, quelle di una toga con una storia professionale non banale come Clementina Forleo, hanno iniziato a mettere in discussione il feeling tra il conduttore e le toghe. In un post pubblicato nei giorni scorsi su suo profilo Facebook la Forleo ha rilasciato parole durissime contro Ranucci, apparentemente collegate a un’indiscrezione di stampa legata alla battaglia del giornalista, che punta a mantenere la conduzione di Report.
«Chi sta ricattando Ranucci? Perché vuole a tutti i costi mantenere il timone di Report (trasmissione del servizio pubblico) con la minaccia di spifferare le chat con “tutti”? E chi sono i “tutti” di cui parla?», scrive la toga nel suo post. Secondo la Forleo, «in un Paese normale (attentato falso o vero a parte) Ranucci sarebbe stato già indagato per estorsione e i suoi telefoni sequestrati: solo per tali gravi intimidazioni».
Va detto che, almeno sul fronte giornalistico, le parole attribuite a Ranucci sulle sue chat non sono di prima mano, cosa che le rende tutte da verificare. Sul Foglio del 15 agosto Carmelo Caruso ha infatti scritto: «Come Flaubert anche Ranucci crede che “Report sono io”, Madame Ranuccy, e che “se mi tolgono la conduzione, allora ci divertiamo”, “nel mio telefono ho le chat di tutti”. La polizza di Ranucci è l’archivio, il suo telefono, il mestolo dell’Italia rancida. Sta dicendo ai suoi colleghi Rai che dirigenti, ministri, agenti spioni e pesciaroli hanno messaggiato con lui e che “se volesse”, insomma…, “io ho le chat di tutti”».
Insomma, difficile immaginare che un retroscena di palazzo, oltretutto apocrifo, possa portare a conseguenze giudiziarie, ma ciò non toglie che la presa di posizione della Forleo faccia emergere con chiarezza che, su questa vicenda, il mondo dei magistrati è tutt’altro che monolitico. Tanto che la toga conclude il suo post con un auspicio sulla sua idea che il conduttore debba essere oggetto di indagine: «Voglio credere che sarà così e che è solo una questione di tempo: non tutti i magistrati appartengono alla categoria del “tanto meglio”».
Il riferimento, tutt’altro che velato, rimanda alla frase pronunciata da Stefano Celli, pm di Rimini ed esponente di Magistratura democratica, che con il Corriere ha difeso l’invito a Ranucci all’assemblea generale dell’Anm del 25 ottobre 2025: «C’era stato l’attentato. Risulta che non lo sapesse. Non abbiamo fatto un reato». E aveva aggiunto: «Se poi questo ha favorito il No e la difesa della Costituzione, tanto meglio».
Va detto che la Forleo non è nuova a prese di posizione di rottura rispetto alle dinamiche correntizie che nel tempo hanno guidato l’operato del parlamentino delle toghe. Pagando anche il prezzo in prima persona.
Come quando, nel 2008, era stata trasferita da Milano (dove ricopriva il ruolo di gip, lo stesso che esercita adesso a Roma) a Cremona, per incompatibilità ambientale, motivata con alcune sue dichiarazioni pubbliche sull’inchiesta sulle scalate bancarie. Nel corso della quale la Forleo aveva emesso un’ordinanza relativa alla vicenda Unipol-Bnl che chiedeva la trascrizione delle intercettazioni di alcuni parlamentari, tra quali spiccavano esponenti dem di peso come l’ex premier Massimo D’Alema, Piero Fassino e Nicola Latorre. A novembre del 2007, davanti alla I commissione del Csm la Forleo aveva spiegato di essersi sentita isolata: «Mi hanno lasciata sola, l’Associazione nazionale magistrati non mi ha difesa quando sono stata attaccata sul caso Unipol-Bnl». Nel 2012 la toga fu reintegrata nel suo incarico a Milano, dopo che il Consiglio di Stato aveva confermato la decisione favorevole del Tar sul ricorso del magistrato.
Adesso, come un fiume carsico, quello scontro interno alla magistratura riemerge a distanza di vent’anni. Stavolta però, ad accompagnarlo, c’è anche una sinistra all’interno della quale le posizioni sulla vicenda di Ranucci iniziano a essere meno unitarie.
Tra tutte spicca la presa di posizione di un esponente di primo piano della componente riformista del Pd come Luigi Zanda, che al Corriere ha dichiarato: «Il passo indietro di Ranucci dalla conduzione di Report è auspicabile, non solo nell’interesse del giornalista, ma anche della Rai».
Comunque vada a finire la vicenda giudiziaria, gli effetti del caso Ranucci sul mondo della sinistra e sul rapporto tra magistrati e informazione saranno quasi certamente dirompenti.
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