Lavitola a Ranucci: «Per gli inquirenti il mandante sei tu»
Valter Lavitola (Ansa)

Quando La Verità ha scoperto la «piramide» che Valter Lavitola aveva descritto in un’intercettazione come la struttura che avrebbe organizzato l’attentato a Sigfrido Ranucci, una casella, quella di un potenziale secondo mandante al fianco dell’indagato, era rimasta vuota. Gli inquirenti, però, il passaggio che il gip ha omissato nella sua ordinanza di custodia cautelare per l’oste del Cefalù ce l’avevano.

E l’hanno fissato nella loro richiesta di arresto per Valterino. Perché proprio Lavitola, prima di confessare di essere il bombarolo premuroso, quella casella aveva provato a riempirla. Lo aveva fatto con un nome pesante, quello della vittima, con cui era a telefono: «Allora a ’sto punto a fianco sei tu… secondo me». Quel «tu» è rivolto a Ranucci.

Nella conversazione Lavitola ricostruisce ciò che ritiene di aver carpito dai carabinieri durante la perquisizione che ha subito il 4 luglio: «Gomes (Clesio Tavares, ndr) sarebbe stato il tramite con questi qua (gli uomini del commando, ndr)… allora Gomes avrebbe assoldato questi qua… io avrei assoldato Gomes e io avrei pure uno a fianco a me… o sopra… allora io gli ho detto (ai carabinieri, ndr) io ho pure un grande capo… io no… semmai a fianco dico, vabbè… avete un’idea di chi… “no”… allora a ’sto punto a fianco sei tu… secondo me». La piramide è completa.

È la notte tra il 4 e il 5 luglio 2026. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Ranucci viene a sapere dell’attività in corso e inizialmente preferisce non chiamare direttamente l’amico. Chiede al collaboratore Daniele Autieri di contattarlo. Alle 3.56 circa del 5 luglio, terminate le operazioni, Lavitola sale sulla sua Toyota Aygo. L’auto è intercettata. L’indagato effettua una telefonata che non viene registrata tramite l’attività tecnica sulla sua utenza. Gli investigatori ritengono quindi che sia stato utilizzato un sistema di comunicazione telematico. Ma nell’abitacolo c’è la microspia. E registra tutto. Viene riconosciuta la voce di Ranucci. La data è importante. Perché precede la confessione di Lavitola, ma è successiva alla convocazione di Ranucci in Procura, che risale al 2 luglio. Lavitola gli chiede: «Scusami, non te lo potevano dire a te no che avevano… il timore che fossi io?». Ranucci replica: «E allora che mi hanno chiamato a fare?». E ricorda di essere rientrato rapidamente da Bologna. Lavitola va oltre: «Eh vabbè… l’altro ieri gli elementi su di te ce li avevano già…». Ranucci non sembra sorpreso e risponde: «A posta ti sto dicendo…». La Procura interpreta quella risposta sostenendo che Ranucci, «invece di dissentire, assecondava il ragionamento dell’amico».

È importante distinguere i livelli: questa è la lettura di chi indaga, il gip, invece, marcherà il perimetro rispetto alla posizione di Ranucci, ritenendolo «estraneo». E Lavitola in quel momento cerca di ricostruire il momento preciso in cui il sospetto sia caduto su di lui: «Ma se ce li avessero avuti gli elementi su di me… quando hanno fatto l’arresto… da me venivano pure all’epoca per… cioè quando hanno fatto l’arresto a quelli là (gli uomini del commando, ndr)… mi arrestavano pure a me… può essere che li hanno avuti dopo… oppure dopo che sei venuto tu…». E ipotizza: «Può essere che questi qua quando sono stati arrestati hanno detto che il mandante ero io…». È in questo momento che Ranucci, come era già emerso, evidenzia un problema: «Comunque vada non c’è un movente… non c’è un movente». Lavitola, però, un movente dice di averlo appena sentito. Racconta di avere sfidato il colonnello durante la perquisizione: «Lei mi dica un motivo concreto per il quale io possa essere il mandante dell’attentato a Ranucci… un motivo qualsiasi… non mi dica neanche concreto… un motivo… e io glielo firmo… confesso adesso». Secondo il racconto che Lavitola fa a Ranucci, l’ipotesi degli investigatori gli sarebbe apparsa come paradossale: la bomba non sarebbe servita a fare del male al giornalista: «Quale bene è stato?». E, sempre nella sua narrazione, l’ufficiale gli avrebbe risposto: «Ah questo ce lo deve dire lei». Ed è a questo punto che il discorso cambia. Lavitola racconta di avere avvertito l’ufficiale delle conseguenze che avrebbe prodotto pubblicamente quell’accusa: «Lei si rende conto che con questa cosa andiamo a finire su tutti i giornali e si dirà che Ranucci si è fatto l’attentato da solo? Chi ci crede che gliel’ho fatto io?». E la risposta sarebbe stata: «No no… questo no perché lui in questo caso sarebbe indagato pure lui». E Valterino valuta: «Cioè… l’indagato si fa l’attentato da solo?». Poi conclude: «Tanto vale che diciamo che lo abbiamo preparato insieme». È il paradosso che Lavitola sostiene di avere prospettato all’investigatore.

Ma non è finita. Ranucci domanda: «A Gomes perché lo avete tirato in mezzo?». Proprio con Gomes c’è un selfie nella documentazione giudiziaria. È lui che scatta mentre abbraccia Ranucci sorridente, che a sua volta abbraccia Lavitola sorridente. Quando il gioco degli specchi sembra aver preso il sopravvento, Ranucci contesta la logica della ricostruzione: «E poi un’altra cosa ancora no, cioè se me lo devi far te l’attentato… no?! Allora me lo devi far te e hai Gomes… […] e pagavi a uno che se ne intende… ma che c’è necessità di mettere di mezzo quegli scanzacani (il commando avellinese, ndr)… che così… […] io qui l’unica cosa è che se loro hanno dei contatti tra questi e Gomes, bisogna capire se ci sono stati e che tipo di contatti sono. Cioè se sono contatti perché chi cazzo… (incomprensibile)… deciso».

Nella stessa giornata il ragionamento ritorna. Ma cambia l’interlocutore. Poco dopo le 22, al Cefalù bistrot, come aveva svelato La Verità, la microspia che gli investigatori hanno denominato «Tavolo fondo sinistro interno» comincia a registrare Lavitola. Con lui c’è l’imprenditore Giovanni Bracale. Sono trascorse circa 18 ore dalla telefonata nell’Aygo. Lavitola torna sulla perquisizione e racconta all’amico ciò che sostiene di avere capito dagli investigatori. Ed è a questo punto che tira fuori il multilevel: «La piramide sarebbe questa… i mandanti arrestati, Gomes il mediatore e io la mente». E ricompare la casella della notte precedente: «A fianco a me, io ho detto, eh eh e ci sarebbe anche un’altra persona e quindi avrei un capo?». Riferisce la risposta dell’ufficiale dei carabinieri: «No, no lei non è uno che aveva un capo, è uno a fianco a lei». Questa volta Lavitola non pronuncia il nome di Ranucci. Ma lo aveva già messo nella casella. E nella conversazione con l’imprenditore ritorna anche l’altro tema: l’attentato organizzato non per danneggiare la vittima, ma per aiutarla. E racconta quanto quella spiegazione carpita dagli investigatori lo abbia messo in difficoltà: «Cazzo mi ha fottuto». L’ufficiale avrebbe anche aggiunto: «Sì, l’ha fatto per aiutarlo, ho capito. Comunque questo è stato il nostro sospetto dall’inizio».

Il ragionamento dell’oste del Cefalù non muore nella giornata della perquisizione. Arriva il momento in cui deve presentarsi davanti ai magistrati. È l’8 luglio. Si avvale della facoltà di non rispondere ma decide di verbalizzare delle dichiarazioni spontanee. E torna su Ranucci. Comincia difendendo l’amico: «Sono rimasto sconvolto da quanto accaduto e ho avuto paura sino all’ultimo minuto che Sigfrido mentisse». Dice anche di aver provato vergogna: «Qualora fosse emerso che avevo tradito Sigfrido, sarebbe stato un disonore per me». Spiega: «Con lui ho un rapporto molto familiare, un attentato non si fa per fare del bene». Contesta quindi l’idea del movente favorevole a Ranucci: i benefici che il giornalista avrebbe potuto ricavare dall’attentato «li aveva già» e la bomba avrebbe potuto provocargli anche conseguenze economiche. Poi dice: «Sono felice della difesa di Sigfrido nei miei confronti. Non riesco ad immaginare una motivazione concreta».

Sembra la chiusura del discorso. Ma non lo è. Perché immediatamente dopo mette agli atti questo passaggio: «Ho letto da qualche parte che Sigfrido era consapevole o connivente, a questo punto dovrebbero indagare anche lui, la vittima dell’attentato». Il meccanismo è lo stesso del 5 luglio. L’oste del Cefalù sembra voler respingere una ricostruzione. Ma per respingerla la formula. E questa volta non è nella sua utilitaria o attovagliato con Bracale. È davanti ai magistrati. E arriva alla politica: «Ho letto da qualche parte che vi sarebbe un movente politico, che lui avrebbe dovuto avere una candidatura. Non nego che ne abbiamo parlato, io stavo lavorando anche a un sondaggio per una cosa del genere». Precisa che Ranucci «si è sempre schernito in proposito» e che «non era assolutamente questo il momento». Ma conclude: «Saremmo stati due deficienti». Ancora una volta Lavitola, mentre sembra voler allontanare Ranucci da uno scenario accusatorio, per farlo, riporta l’inchiestista Rai, suo «amico fraterno», esattamente nello stesso punto: accanto a lui.

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