E che aumento sia. I magistrati non hanno dubbi: i magistrati devono guadagnare di più. Così dopo l’ordinanza del Consiglio di Stato (numero 5140 del 26 giugno 2026), arriva la sentenza del Tar del Lazio (numero 14271 del 14 agosto 2026). E fra le due sentenze, guarda caso, c’è piena sintonia: le toghe del Tar concordano infatti con le toghe del Consiglio di Stato nel dire che le toghe hanno stipendi troppo bassi.
Caro Stato ti condanniamo in nome del popolo italiano (così si dice) ad adeguare immediatamente la nostra paga e a versarci pure gli arretrati a partire dall’anno 2018. In media si tratta di almeno 16.000 euro per ogni magistrato. Un piccolo cadeau che, a conti fatti, graverà sui conti pubblici per circa un miliardo di euro. Proprio così: un miliardo di euro per gli aumenti ai magistrati da trovare già nella prossima finanziaria. E se poi non ci saranno soldi per aiutare gli italiani in bolletta o per sistemare la sanità, chi se ne importa? Quel che conta è la giustizia. Anche quando sembra un’ingiustizia. Per carità: è tutto regolare. Tutto limpido. Immacolato. Sentenze inappuntabili e correttissime. A rigor di legge e di aritmetica ponderata. Ma, inevitabilmente, rimane un po’ di amaro in bocca a vedere questo fiume di soldi scorrere nelle tasche togate mentre il Paese attraversa fasi di siccità monetaria.
Tutto nasce dai ricorsi dell’Associazione nazionale magistrati contro i decreti del governo che hanno fissato gli aumenti per i magistrati. Questi ultimi infatti non hanno contratti collettivi, perciò la legge prevede per loro adeguamenti automatici degli stipendi che vengono calcolati sulla media degli aumenti degli altri dipendenti pubblici. L’Anm ha contestato però il modo in cui il governo ha calcolato quegli adeguamenti automatici sia perché sarebbero state escluse alcune categorie di lavoratori pubblici sia perché sarebbe stata applicata una media ponderata anziché una media aritmetica. La media ponderata, giammai, hanno tuonato i magistrati in tribunale. E in tribunale hanno trovato, pensa un po’, magistrati che hanno dato loro ragione. Chi l’avrebbe immaginato?
La prima sentenza, come dicevamo, è quella del 26 giugno 2026, la numero 5140 del Consiglio di Stato. Ne avevamo dato notizia sulla Verità ai primi di luglio e riguardava il periodo 2018-2020. L’Anm aveva infatti contestato il decreto del governo Draghi (6 agosto 2021) con cui si fissavano gli aumenti per quel triennio. La vertenza era arrivata al Consiglio di Stato che aveva bocciato il decreto: quegli stipendi sono troppo bassi, ha sentenziato. L’aumento, rifacendo i calcoli, avrebbe dovuto essere del 6,22 per cento, invece ne era stato applicato uno «solo» del 4,85 per cento. Ordine esecutivo: pagare subito la differenza per quei tre anni. Esborso previsto: circa 200 milioni di euro. «Non è certo argent de poche», scriveva a luglio sulla Verità Giorgio Gandola. «Con un’aggravante per le casse dell’Economia. Poiché i ricorsi vinti indurranno l’Anm a proporli pari pari per i successivi trienni (2021-2024 e 2024-2026) ecco che il conto è destinato a crescere». E infatti: il conto raggiungerà quota un miliardo, per la gioia del ministro Giorgetti. E di tutti noi.
Infatti Giorgio Gandola ci ha azzeccato in pieno. Non credo che, pur essendo uno splendido collega, giornalista coi fiocchi, abbia doti di preveggenza. Eppure nell’occasione, chissà come mai, ha saputo anticipare il futuro. Infatti l’Anm ha presentato ricorso anche per il triennio successivo (2021-2024) e ha incredibilmente vinto pure questa partita in tribunale. Pensate che per confermare le previsioni di Gandola, il Tar del Lazio s’è messo al lavoro in pieno Ferragosto, alla faccia di chi dice che i magistrati non lavorano tanto e non meritano di essere pagati di più. E infatti proprio il 14 agosto ha sentenziato, sulle orme del Consiglio di Stato, che anche gli aumenti del periodo 2021-2024, come quelli del periodo 2018-2024, erano troppo bassi. Decreto da bocciare, stipendi da rivedere, dal 4,85 al 6,22 per cento, dunque adeguamento immediato e versamento degli arretrati. In nome del popolo italiano, ovviamente. Il quale popolo, siamo certi, esulterà di gioia di fronte alla possibilità di riempire le tasche delle toghe mentre vede svuotarsi le sue. Dal referendum all’addendum, in fondo il passo è breve.
Ora voglio fare concorrenza al grande Gandola e mi sbilancio pure io: scommettiamo che ora arriverà anche una sentenza anche per il triennio 2024-2026? Così giustizia sarà fatta, e i conti pubblici definitivamente sfatti. Ma tant’è. Come dicono i sindacati dei magistrati «il corretto adeguamento del trattamento economico della magistratura non rappresenta una mera questione patrimoniale o di interesse categoriale» ma «costituisce una delle garanzie attraverso il quale l’ordinamento tutela l’autonomia e l’indipendenza della magistratura». Si capisce. E siccome anche noi qui alla Verità teniamo assai alla nostra autonomia e alla nostra indipendenza abbiamo provato a chiedere al direttore un aumento, con tanto di arretrati, spiegandogli che non si tratta di «mera questione patrimoniale» né di «interesse categoriale» ma di garanzia costituzionale della nostra professione. Ma lui, anziché con un miliardo di euro, ci ha risposto con un miliardo di parolacce. E vi assicuro che, con buona pace del Tar, non era per nulla ponderato.
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