Per una volta sul banco degli imputati non c’è un sospettato, ma la «prova regina». Quella davanti alla quale di solito investigatori, periti, avvocati e giudici abbassano la voce: il Dna. Il codice a barre che lascia l’assassino, la firma biologica non smentibile, il dato scientifico che passa sopra testimonianze, alibi e ricostruzioni che lasciavano ancora intravedere qualche dubbio.
Poi è arrivata l’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, che non sta soltanto riscrivendo, secondo l’impostazione della Procura di Pavia, la storia di un delitto consumato 19 anni fa. Sta mettendo sotto una luce diversa il modo in cui la prova scientifica entra e viene utilizzata in un processo. E se verrà confermato ciò che ipotizzano i pm sulle controanalisi dei Ris relative ai pedali della bicicletta di Alberto Stasi, il problema potrebbe diventare enorme.
Soprattutto se una parte della prova scientifica, come è stato ipotizzato dai pm pavesi, resta fuori, non si sa perché, dal fascicolo. Il rischio di un effetto domino che potrebbe innescare il «revisionismo scientifico» è dietro l’angolo. E il Dna da «prova regina» potrebbe trasformarsi, come ogni altro elemento a sostegno di qualsiasi tesi, interpretabile, discutibile e, di conseguenza, non totalmente affidabile o, cosa ancor più grave, manipolabile. E il Dna lo si trova, con un ruolo più o meno importante, in molti dei casi avvolti da una verità giudiziaria che continua a far discutere.
Il caso Yara e il Dna di Bossetti
La strada che parte da ognuno dei tribunali che hanno deciso questi casi porta nella stessa direzione: Parma. Laboratori scientifici dei carabinieri del Ris. Partiamo, inesorabilmente, da Brembate di Sopra, piccolo centro della provincia di Bergamo, dove il 26 novembre 2010 scompare Yara Gambirasio, 13 anni.
Va a lezione di ginnastica ritmica, ma a casa non torna. La cercano ovunque, ma ogni speranza si spegne tre mesi dopo, quando il suo corpo viene ritrovato in un campo a Chignolo d’Isola. Le indagini finiscono in un vicolo cieco e gli inquirenti provano la carta del Dna, mettendo in campo una ricerca a tappeto del profilo dell’assassino senza precedenti.
Sugli indumenti di Yara c’era del materiale genetico attribuito a quello che per mesi l’Italia aveva imparato a conoscere come «Ignoto 1». Dopo oltre 25.000 test, il responso definitivo: il Dna sugli slip di Yara è di Massimo Bossetti.
Il muratore (che continua a professarsi innocente) viene arrestato nel 2014 e processato: per lui una condanna definitiva all’ergastolo basata proprio su quella traccia, la cui attendibilità e tenuta scientifica è stata a lungo contestata dalla difesa. Ma la Cassazione nel febbraio del 2024 aveva stoppato la richiesta di rimettere in discussione il quadro accusatorio, a partire proprio da quel dato scientifico.
La strage di Erba e la traccia nell’auto
Anche ad Erba, a sua volta distante un centinaio di chilometri da Garlasco, quasi a chiudere un triangolo dell’orrore, per anni si è sentito parlare di revisione. I legali di Rosa Bazzi e Olindo Romano, condannati in via definitiva all’ergastolo per la strage del dicembre 2006 costata la vita a quattro persone, hanno presentato una richiesta che è stata respinta un anno e mezzo fa in modo definitivo dalla Cassazione perché ritenuta inammissibile.
Anche in quel caso gli accertamenti scientifici vennero affidati ai Ris di Parma. E già allora, come avviene ormai da diciotto mesi a questa parte per Garlasco, l’ex comandante Luciano Garofano difese strenuamente l’operato dei suoi uomini, parlando di prove genuine a carico di Olindo e Rosa.
A incastrare i due coniugi era stata la traccia di sangue di una delle vittime sul battitacco dell’auto di Olindo. Una prova su cui si è discusso per anni. E sulla quale forse si continuerà a discutere. Come a Brembate. E, soprattutto, a Garlasco.
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