«Io sono la più felice del mondo», dice Anna Rosa, 4 anni appena, con la sua vocina di bimba mentre si rotola sul lettone con i fratellini. Anna Rosa voleva vivere. È morta di difterite dopo 10 giorni di calvario, all’alba del 20 agosto scorso, all’ospedale Civico di Palermo.
Quando arrivo a casa sua, al quartiere Zen 1 alla periferia della città, mamma Manuela mi mostra il video e l’angolo del salotto dove tutto parla della sua bambina. La più piccola dei suoi 5 figli, tutti maschi. «Lei era così gioiosa, sempre allegra, per noi la vita finisce qui», ricorda con un filo di voce e le lacrime che le rigano il viso.
È la prima volta che la mamma decide di parlare, dopo le accuse, le polemiche che ancora infuriano a un mese di distanza. Lo fa davanti alle nostre telecamere, quelle di «Fuori dal coro». E questa sera, insieme all’avvocato Luigi Marrandino, sarà ospite in studio, con Mario Giordano, per la ripartenza della trasmissione.
La famiglia sotto accusa per la mancata vaccinazione
Quando Anna Rosa è morta la famiglia è stata inchiodata alla croce perché la bimba non era vaccinata. I genitori accusati di omicidio colposo. Ma è davvero questa la verità?
«Oltre alla morte di nostra figlia siamo stati investiti da quest’altro dolore – racconta Manuela – Ci sono tante persone che ci hanno attaccato. Ma la verità è che abbiamo girato quattro ospedali, nessuno ha capito cosa avesse mia figlia. Aveva la febbre alta e vomito e non le hanno dato neppure un antibiotico».
Dopo la denuncia dei genitori, oggi ci sono 8 medici indagati. Perché dai verbali del pronto soccorso, dalle cartelle cliniche saltano fuori altre verità, mancata diagnosi, ritardi, omissioni su cui sta indagando la magistratura. Perché quella che è stata raccontata come una morte causata da genitori «no vax», sembra essere invece una clamorosa storia di malasanità.
Il calvario nei primi ospedali
Il calvario di Anna Rosa è durato dieci giorni. La bimba comincia a star male il 10 agosto, come racconta la mamma: «Ho scritto al pediatra, ha fatto il tampone per lo streptococco, era negativo. Mi ha dato il bentelan. Ma la febbre non scendeva così, alle dieci di sera, siamo andati al pronto soccorso pediatrico dell’Ospedale “Cervello”. Qui visitano mia figlia e mi dicono che è tonsillite. Ma io vedevo questa gola strana, aveva come un velo bianco sopra. Dopo due ore ci mandano a casa. Ci dicono di fare fuori un prelievo del sangue, ma alla vigilia di ferragosto era tutto chiuso».
Come si legge dal verbale del pronto soccorso infatti la diagnosi è «tonsillite acuta». I genitori dichiarano subito che la bimba non è vaccinata con l’esavalente. Ma non le fanno neppure un prelievo di sangue, non le danno neppure un antibiotico. Dopo appena due ore la bambina viene dimessa così: «Si consiglia alimentazione ricca di carboidrati. E se sale la febbre, Tachipirina o nurofen». Insomma siamo ancora alla tachipirina e vigile attesa.
Così Anna Rosa invece di migliorare peggiora. «Vedevo che mia figlia stava male. Dormiva e non mangiava più. Il giorno di ferragosto con mio marito abbiamo deciso di tornare al pronto soccorso del Cervello», ricorda Manuela.
È il 15 agosto. Questa volta la bimba viene trattenuta al pronto soccorso, le fanno un prelievo di sangue, escludono la mononucleosi. Ma non danno ancora alcuna terapia antibiotica, come si evince da questa nuova cartella clinica. «Di notte mia figlia ha cominciato a stare male, ricorda la mamma, la mattina arriva l’infermiera e osserva che la bambina non respirava bene. Le mettono il saturimetro, aveva 70. Fanno subito la radiografia, dicono che mia figlia ha la polmonite e la debbono intubare».
La diagnosi di difterite e il ritardo sull’antitossina
Dunque, dopo tre giorni dal primo ricovero la diagnosi della difterite ancora non c’è. C’è quella di «insufficienza respiratoria», come è scritto nella cartella clinica dell’ospedale. È il 16 agosto mattina. Il racconto di Manuela è preciso: «Esce il rianimatore e facciamo la corsa al Di Cristina. Lui dice potrebbe essere difterite».
E infatti al Di Cristina fanno per la prima volta un tampone per cercare la difterite. Ma impiegheranno altre 48 ore per avere il risultato. Si perdono così giorni preziosi. Anna Rosa poteva essere salvata?
Giro la domanda al professor Maurizio Municinò, medico legale, il perito nominato dal legale della famiglia. «Come suggeriscono le linee guida dell’Istituto superiore di sanità, bisogna intervenire per tempo con antibiotico specifico e antitossina difterica. La difterite non è mortale ma bisogna agire subito. Qui si sono persi giorni preziosi, senza una diagnosi, senza un farmaco giusto. Se si fosse agito in tempo oggi potremmo dire che Anna Rosa sarebbe ancora qui».
«Abbiamo denunciato, dice Manuela, perché abbiamo visto che non hanno trattato bene mia figlia. Il 18 mattina arriva la telefonata. Signora venga la bimba si è aggravata. Quella mattina vedo arrivare una decina di medici. Capisco subito che è successo qualcosa. Mia figlia aveva avuto il primo arresto cardiaco. Esce il medico e mi dice: signora sua figlia sono andato a prenderla all’altro mondo».
La difterite viene diagnosticata solo 6 giorni dopo dal primo ricovero, il 18 agosto. Ma a questo punto, come mostra una mail interna dell’ospedale, si perdono altre 24 ore per reperire l’antitossina ad Agrigento, che è a un’ora e mezza di macchina. L’antitossina difterica arriverà solo il 19 agosto. Nel frattempo Anna Rosa ha già avuto due arresti cardiaci. Le viene somministrata ma è troppo tardi.
«Quando ho visto mia figlia era irriconoscibile. La bacio in fronte, le accarezzo i capelli lunghi bellissimi. Amavo accarezzarglieli. E poi sono scappata via. Non ce la facevo a vederla così. Il giorno dopo con mio marito abbiamo passeggiato ore e ore davanti al quarto ospedale, il Civico dove l’hanno trasportata nel reparto di cardiologia. Passeggiavo e pregavo. Poi all’alba del 20 Anna Rosa se n’è andata. L’ho capito perché ho visto arrivare la polizia. Ci hanno chiesto i documenti. Eravamo noi sotto accusa».
L’inchiesta sui medici e la richiesta di verità
Oggi l’avvocato Luigi Marrandino dice: «Noi non vogliamo mettere sott’accusa nessuno. Confidiamo nella magistratura, ho chiesto che venga ascoltata anche la mamma perché ha cose importanti da dire. Noi vogliamo solo la verità dei fatti».
Manuela mi prende le mani e mi dice come una supplica: «Io non ho più mia figlia. La nostra vita è al cimitero. Voglio solo la verità. Solo la verità potrà darci un po’ di pace».
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