Gianfranco Fini
Gianfranco Fini (Ansa)

Da tempo immaginavo che sarebbe finito tutto in una bolla di sapone e adesso ne ho la certezza. Il processo a Gianfranco Fini, accusato di riciclaggio per la storia della casa di Montecarlo, si concluderà con una bella archiviazione, sia per l’ex leader di An che per i suoi famigliari.

In pratica: chi ha avuto, ha avuto, ha avuto. Chi ha dato, ha dato, ha dato. Scurdammoce ô ppassato. Simmo ‘e Roma, paisà.

La mia supposizione che tutto si sarebbe risolto con un bel colpo di spugna non era basata su informazioni di prima mano. No, nessuna soffiata dalla Procura o dal Tribunale: solo semplice aritmetica. Osservando la lentezza con cui procedevano l’inchiesta prima e il processo poi, avevo dedotto che a una sentenza nel merito, con cui stabilire se Fini era colpevole o innocente, non si sarebbe arrivati mai.

Dalla casa di Montecarlo alla prescrizione

I fatti, cioè la consumazione del supposto reato di riciclaggio per la cessione al «cognato» del leader di Alleanza nazionale dell’appartamento di Montecarlo, risalgono al 2008 e la vicenda deflagrò, con l’emersione dell’intrigo internazionale, nel 2010.

Dunque, partendo dalla data di compravendita dell’immobile, donato da una signora per «una buona battaglia» e non certo per far ricco Giancarlo Tulliani e la di lui sorella, sono passati 18 anni.

Se invece si conteggia la prescrizione dal giorno in cui la faccenda esplose in prima pagina, di anni ne sono trascorsi 16: comunque troppi, considerando che a seconda dei casi il reato si estingue fra i 4 e i 12 anni.

Certo, volendo cavillare, si potrebbe posticipare il calcolo, recuperando un anno o due, ma anche nella migliore delle ipotesi è difficile pensare che sia possibile arrivare a sentenza definitiva prima che alla prescrizione.

Ed è praticamente impossibile che Fini e insieme a lui la compagna Elisabetta Tulliani e i familiari, tutti condannati in primo grado a pene variabili fra i 2 e i 6 anni di carcere, rinuncino ad una via d’uscita che consentirà a tutti loro di chiudere senza troppi danni la brutta storia.

Fini torna in televisione

Del resto, che sarebbe finita così lo avevo dedotto anche dal fatto che, dopo anni in cui, al pari di un sommergibile, si era inabissato nei fondali della politica, cercando di farsi dimenticare, Fini negli ultimi tempi è tornato a parlare e a calcare le scene dei talk show.

I conduttori dei programmi di prima serata se lo contendono, un po’ perché è un volto noto che può essere usato per capire ciò che farà la destra, e un po’ perché, essendo molti di loro di sinistra, pensano di poter sfruttare invidie o risentimenti dell’ex leader (sempre possibili se si pesca nel ristretto acquario della politica) per attaccare il presidente del Consiglio.

«Fini attacca Meloni» oppure «L’ex capo di An dà la linea all’attuale capo di Fdi» sono sempre titoli che attirano l’attenzione e presumo che i cronisti, soprattutto se di tendenza Schlein o 5 stelle, le tentino tutte pur di riuscire a estorcerne uno.

La rottura con Berlusconi e il tramonto politico

Temo però che il gioco di mettere l’ex vicepremier contro l’attuale capo del governo non raggiungerà lo scopo. E non tanto per quel che dirà o non dirà Fini.

L’uomo che traghettò il Movimento sociale italiano dalla sponda che lo escludeva da tutti i giochi a quella opposta che gli consentì di entrare nella stanza dei bottoni è stato un abile politico, che con i suoi interventi era capace di conquistare le platee.

Ma purtroppo o per fortuna quella è una stagione che appartiene al passato e Fini non ha più nessuna possibilità di influenzare le vicende politiche italiane, della destra o del centro.

Come si suol dire, si è rovinato con le sue stesse mani, o, se preferite, con la sua stessa scelta di schierarsi contro Silvio Berlusconi, cercando di farlo cadere nell’illusoria speranza che Giorgio Napolitano avrebbe affidato a lui il compito di sostituirlo.

Il peso della casa di Montecarlo

Il tradimento non premia mai, ma per chi sta a destra ancor meno. Per dirla chiara, a prescindere da come andrà il processo che lo vede imputato e per ora condannato in primo grado, Fini è finito.

Per lo meno politicamente. Non solo gli resterà appicciato addosso il ricordo della casa di Montecarlo e i suoi rapporti poco limpidi con un boss del gioco d’azzardo, ma porterà sempre sulle spalle il peso di aver cercato di far cadere un governo che gli italiani si erano scelti, aprendo di fatto le porte a quello tecnico di Mario Monti.

Una colpa che non si processa nell’aula di un tribunale, ma che pesa più di una condanna agli occhi degli elettori di destra, impedendo qualsiasi ritorno di fiamma.

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