Rischia di finire annullato il processo che vede protagonista Lindsay Clancy: almeno fino a ieri sera, la giuria, dopo giorni di deliberazioni, non era ancora riuscita a trovare un accordo che permettesse di arrivare a un verdetto.
È in tal senso che, mercoledì, il giudice, William F. Sullivan, aveva esplicitamente fatto presente ai giurati la possibilità che, in caso di mancata unanimità da parte loro, l’intero procedimento penale potesse essere dichiarato nullo.
Qualora dovesse verificarsi questo scenario, secondo la Cnn, «l’accusa molto probabilmente manifesterebbe l’intenzione di riaprire il caso e la Clancy verrebbe riportata all’ospedale di Tewksbury, dove continuerebbe a essere detenuta senza possibilità di cauzione con l’accusa di omicidio».
Triplice omicidio a Duxbury: psicosi post partum contro tesi dell’accusa
Era il 24 gennaio del 2023 quando, nella casa di famiglia a Duxbury (in Massachusetts), Lindsay Clancy ha strangolato i suoi tre figli: Cora di 5 anni, Dawson di 3 e Callan di 8 mesi.
A seguito dell’assassinio, la donna ha cercato di suicidarsi, tagliandosi i polsi e gettandosi dalla finestra. Pur sopravvivendo, è rimasta paralizzata dalla vita in giù e costretta a vivere su una sedia a rotelle. Il processo non deve appurare la responsabilità materiale del triplice omicidio: entrambe le parti riconoscono infatti che la Clancy abbia commesso il fatto. Lo scontro in aula è andato invece a vertere su altro.
Secondo l’avvocato difensore Kevin Reddington, la donna soffriva di psicosi post partum e delle «cure mediche scadenti» avrebbero aggravato decisamente le sue già problematiche condizioni.
Dall’altra parte, l’accusa, rappresentata dalla Procura distrettuale della contea di Plymouth, ritiene che la Clancy avrebbe «agito intenzionalmente, razionalmente e rapidamente per raggiungere un obiettivo ben preciso: uccidere». «È penalmente responsabile degli omicidi, perché le prove dimostreranno che sapeva esattamente cosa stava facendo», hanno precisato i procuratori, sostenendo inoltre che non è il sistema sanitario a dover essere giudicato nell’ambito del processo.
Social e femminismo: la difesa di Lindsay Clancy divide l’opinione pubblica
La questione, anche in virtù della sua oggettiva drammaticità, ha suscitato un serrato dibattito pubblico, che si è svolto soprattutto sui social network.
Un fattore, questo, che potrebbe avere delle conseguenze nella sempre più probabile eventualità di un annullamento del processo. «In passato, la convinzione comune era che l’accusa avesse maggiori probabilità di vincere in un nuovo processo dopo una giuria non unanime.
Ora è diverso. La nuova convinzione comune è un punto interrogativo a causa dei processi influenzati dai social media», ha dichiarato a Fox News il giudice in pensione della Corte superiore del Massachusetts, Jack Lu.
Tuttavia, al di là di queste pur importanti dinamiche, è anche interessante dare un’occhiata al dibattito dal punto di vista contenutistico. Specialmente su TikTok, molte utenti femministe hanno preso le granitiche difese della Clancy, puntando il dito ora contro il patriarcato ora contro il sistema sanitario che, a loro dire, non avrebbe assistito adeguatamente la donna.
Alcune utenti sono arrivate a sostenere che gli uomini, in quanto uomini, non avrebbero il diritto di esprimersi sul caso. «Online si è rapidamente diffusa una sorta di consenso unanime sull’idea che Clancy sia stata vittima di un crimine», ha scritto il New York Times il 27 agosto. «Qualsiasi seria riflessione sulla brutalità in sé», ha proseguito il quotidiano, «è stata subordinata alla compassione per la profonda angoscia della Clancy».
Candace Owens, Joe Rogan e la veglia in rosa: il caso diventa una battaglia ideologica
Anche la commentatrice ex trumpista, Candace Owens, ha detto che la Clancy «è ovviamente innocente» e che a essere incarcerati dovrebbero essere i medici che la curavano.
Era inoltre fine agosto, quando una residente del Maine, Renee Kimball, ha organizzato una veglia per la donna davanti al tribunale, richiedendo un dress code rosa ai partecipanti. «Chiunque di noi abbia avuto a che fare con problemi di salute mentale, ansia, depressione, post parto, sa che ognuno di noi potrebbe trovarsi nella sua stessa situazione», ha detto la Kimball.
«Questa donna ha ucciso i suoi figli e tutti dicono: “Oh mio Dio, aveva bisogno di aiuto”. Immaginate se un padre single uccidesse i suoi figli.
Pensate che ci sarebbero padri disposti a dire: “Capiamo. Comprendiamo. Anche io mi rattristo!”», ha affermato, dal canto suo, il noto podcaster, Joe Rogan, mettendo nel mirino il doppiopesismo di un certo femminismo radicale, oltre a stigmatizzare il problema che quest’ultimo sembra avere con il concetto di «parità».
Del resto, che la psicosi post partum sia un problema reale, è indubbio. Ed è altrettanto giusto tenere conto del contesto in cui una tragedia avviene.
Il caso Clancy e la deriva «woke»: tra problemi sistemici e ricerca della verità giudiziaria
Tuttavia, proprio davanti alla complessità del caso Clancy, bisognerebbe forse evitare non solo di tagliare la realtà con l’accetta ma anche di proiettare un avvenimento tragico all’interno di cornici ideologiche e politicizzate.
Il che è tipico di quella mentalità «woke» che qualcuno erroneamente crede ormai in via di archiviazione negli Stati Uniti. Una mentalità che punta a deresponsabilizzare il singolo, annacquando il tutto in problemi di natura «sistemica».
Questo fa sì che un fatto di carattere morale e penale finisca snaturato e strumentalizzato per fini eminentemente politici. Il che – diciamolo – non ha molto a che fare con la verità. Figuriamoci con la giustizia.
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