Le toghe: troppo lavoro coi rimpatri

Per una volta che dall’Unione europea, in materia di immigrazione, è arrivato un buon viatico, figurarsi se, per i giudici, non c’era qualcosa capace di ostare alla sua applicazione.

Che cosa? L’usato – e abusato – spauracchio dell’ingolfamento degli uffici giudiziari e della carenza di personale che, a dire il vero, nel nostro Paese nessuno a memoria ricorda siano mai stati meno che «oberati dalle pratiche».

Le procedure accelerate di frontiera e il decreto 100

Lo scorso 12 giugno il governo Meloni – con tanto di voto di fiducia – ha approvato il decreto legge numero 100 che contiene – tra altre novità – l’applicazione di «Misure urgenti in materia di giustizia e per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo». Il punto è il rafforzamento delle cosiddette «procedure accelerate di frontiera», ossia di quell’iter speciale che prevede di esaminare – velocemente e direttamente nelle zone di approdo – le richieste di protezione internazionale presentate da chi arriva nel nostro Paese in modo irregolare.

Prima del decreto queste procedure si applicavano agli immigrati irregolari che – beccati come tali sul territorio – presentavano (per evitare il rimpatrio immediato) solo in quel momento domanda di protezione internazionale. Dallo scorso 12 giugno, invece, le procedure accelerate di frontiera riguarderanno tutti i richiedenti asilo che provengono da Paesi sicuri, che non scappano – per dirla semplice – da una guerra.

Le loro richieste di protezione verranno vagliate seduta stante, senza il permesso per gli stessi di allontanarsi nel frattempo dal luogo dello «sbarco». Un principio difficile da eccepire. Salvo che non si ricorra a motivi, per così dire, fattuali.

L’alzata di scudi dei Tribunali per il rischio ingolfamento

Nei giorni scorsi i presidenti delle sezioni speciali dei Tribunali dedicate all’immigrazione hanno messo le mani avanti. Brescia, Milano, Trieste, Napoli, Bologna: Il Sole 24 Ore di ieri ne riporta l’alzata di scudi motivata dal numero di pendenze da smaltire, considerate eccessive rispetto alle effettive possibilità.

«Il nostro ufficio, dopo il decreto, si deve occupare nuovamente delle convalide dei trattenimenti delle persone che chiedono la protezione internazionale e anche delle nuove procedure urgenti perché le zone dell’aeroporto di Malpensa e di Linate sono divenute di frontiera e malgrado l’incremento di ricorsi il numero di magistrati è rimasto invariato. Questa mole di lavoro ha conseguenze importanti sulla durata dei processi di tutto il settore civile del Tribunale», ha chiarito al Sole la presidente della sezione, il giudice Valentina Boroni.

«Oltre me nella sezione ci sono cinque giudici, riusciamo a smaltire 2.000 fascicoli l’anno: il saldo è negativo», le ha fatto eco il collega di Napoli, Mario Suriano. E anche da Trieste la stessa preoccupazione: «Con l’ufficio per il processo stralcio previsto dal decreto potremmo impiegare 15 anni a smaltire l’arretrato», ha aggiunto il giudice Michela Bortolami.

Per Luca Minniti, presidente della sezione protezione internazionale di Bologna «il dl si sta rivelando un’illusione per chi ha pensato di usarlo contro il diritto di asilo» in quanto «sono norme che, se correttamente interpretate, consentono ai giudici di garantire i diritti fondamentali» perché «la premessa da cui muove, e cioè che alla maggioranza dei migranti che arrivano nella Ue non spetta il diritto di asilo, si sta rivelando errata».

Le contromisure previste e la reazione delle toghe

Poco importa se il decreto ha stabilito, per far fronte alla nuova mole di lavoro, di «potenziare le Commissione territoriali, con l’assunzione di oltre 300 unità di personale» e se lo stesso ministero del Lavoro ha chiarito che «mentre le nuove norme intervengono in via d’urgenza» la «gestione degli aspetti più complessi, tecnici e strutturali richiedono tempi di attuazione più lunghi».

Area Democratica per la Giustizia ha già emesso la sua sentenza: «È molto dubbia la possibilità per la magistratura di gestire i nuovi carichi di lavoro», si legge sulla rivista on line della corrente delle toghe, e il decreto «va considerato come una nuova emergenza per tutta la giustizia italiana».

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