Aldo Cazzullo, qualche tempo fa, scrisse sul Corriere della Sera che il calcio italiano è in crisi e la Nazionale non si era qualificata ai mondiali perché siamo ancora troppo pieni di pregiudizi e non valorizziamo a sufficienza «i nuovi italiani», cioè gli stranieri che invece potrebbero salvarci dal tracollo assoluto.
Beh, a quanto pare ci sono pessime notizie per la autorevole penna del Corriere della Sera: a quando pare gli stranieri non salveranno un bel niente, e la Nazionale – se vorrà tornare tra le grandi del mondo – dovrà farlo con i connazionali di antico conio, non con quelli di importazione. La brutta notizia va girata anche a tutti coloro – e sono numerosi, da Andrea Riccardi di Sant’Egidio in giù – i quali sostengono da anni che si debbano aprire le frontiere per fare fronte al calo demografico interno. Del resto, ebbe a dire Emma Bonino anni fa, l’Africa è un meraviglioso giardino di infanzia che sta proprio davanti alle nostre coste. Ebbene: sono ed erano tutte balle. Lo spiega l’Istat in un rapporto intitolato Previsioni della popolazione residente, delle famiglie e delle forze di lavoro. La sentenza è lapidaria: gli immigrati presenti in Italia passeranno dai 432.000 circa registrati nel 2025 ai 423.000 previsti per il 2030, «per poi ridursi a 372.000 nel 2050 e risalire a 404.000 nel 2080».
«La popolazione residente continuerà a diminuire per tutto l’orizzonte previsivo (2025-2080), anche negli scenari più favorevoli», scrivono gli statistici. «L’invecchiamento della popolazione rappresenta la prospettiva più certa, trainato dall’ingresso nelle età anziane delle generazioni del baby boom». E fin qui si tratta di informazioni tremende ma certo non ignote. Ecco però che l’Istat aggiunge un passaggio fondamentale: «Il saldo migratorio con l’estero resterà positivo ma non sarà sufficiente a compensare il persistente deficit tra nascite e decessi».
E ancora, se non fosse chiaro: «Per quanto riguarda i movimenti migratori con l’estero, le previsioni indicano che gli immigrati passano da circa 432.000 nel 2025 a 423.000 nel 2030, per poi ridursi a 372.000 nel 2050 e risalire a 404.000 nel 2080. Gli emigrati per l’estero si attestano invece intorno a 144.000 nel 2025, 176.000 nel 2030, 169.000 nel 2050 e 183.000 nel 2080. Il saldo migratorio estero rimane positivo lungo tutto l’orizzonte previsivo: da circa 296.000 persone nel 2025 scende a 247.000 nel 2030 e a 204.000 nel 2050, per poi tornare a crescere fino a 221.000 nel 2080. Tuttavia, il contributo migratorio non compensa le perdite derivanti dal saldo naturale negativo, neanche negli anni in cui il saldo migratorio raggiunge livelli più elevati».
Questi numeri sono piuttosto chiari e confermano ciò che in realtà si sa da tempo. Persino il rapporto sulla trasformazione demografica pubblicato dalla Commissione europea in luglio spiegava che «anche una migrazione sostenuta dovrebbe essere insufficiente a compensare completamente il declino naturale della popolazione derivante dalla bassa fertilità. La migrazione può rallentare il ritmo dell’invecchiamento della popolazione, ma non può modificarne la traiettoria».
A quanto pare, dunque, gli immigrati non servono a colmare il vuoto demografico. I dati Istat demoliscono in un colpo tutte le teorie che ci vengono rifilate da decenni a questa parte secondo cui sarebbe assolutamente necessario per l’Italia farsi carico di centinaia di migliaia di stranieri al fine di compensare il calo della popolazione. A sinistra lo hanno sostenuto praticamente tutti, anzi l’argomentazione demografica è la più strutturata assieme al classico della propaganda a tema ortofrutticolo: «Chi raccoglierebbe i pomodori se non ci fossero i migranti?». Sembra proprio che, presto o tardi, un po’ di pomodori dovremo raccoglierceli senza l’ausilio di chi viene da fuori. Così come dovremo fabbricarci da soli calciatori, sportivi eccetera. In realtà, ciò che scrive l’Istat smonta anche altri luoghi comuni, per esempio il fatto che se non si fanno più figli è per via delle condizioni economiche scadenti. A quanto sembra, gli stranieri quando arrivano qui smettono a loro volta di procreare o comunque riducono il numero dei pargoli: segno che il benessere non sempre spinge la natalità.
Quel che importa, in ogni caso, è che i tanto celebrati «nuovi italiani» non sono e non potranno essere la salvezza della patria. Non ci aspettiamo però che i progressisti smettano di utilizzare l’argomentazione demografica. Anzi, è più probabile il contrario. Di fronte ai fallimenti dell’integrazione Ue sono soliti ripetere che le cose vanno male perché «ci vuole più Europa». Facile che ora dicano: gli immigrati non bastano dunque ci vogliono più immigrati. Dopo tutto, l’Istat si limita a fornire dei dati. E di fronte all’ideologia ogni dato crolla.
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