Mettiamoci bene d’accordo: o qui si capisce che siamo al limite e quindi si aboliscono i se e i ma, oppure finisce che i balordi si ritengono padroni delle loro aree d’azione.
Quel che certi fenomeni mettono sui social o le bravate che filmano coi loro telefonini è fuori dalla legge, è reato. Contro cui gli operatori della legge devono intervenire cominciando a leggere oltre la norma infranta, e quindi alzando lo sguardo sulle dinamiche di scontro tra balordi e vittime. Lo ripeto, siamo al limite della sopportazione di un atteggiamento, non c’è solo la tenuta della legalità. Quindi essendo al limite dobbiamo decidere come procedere.
Oltre alla consapevolezza che non ci può e non ci deve essere spazio per le vendette, c’è da fare i conti con quell’istinto che si scatena per l’esasperazione generata dalla sfacciataggine con cui gli autori di certi reati predatori si comportano. Il mondo dei balordi, dei delinquenti, delle bande, ha la sua narrazione, ha la sua «epica», ha la sua potenza emulativa che diventa atteggiamento «campione». Dall’altra parte c’è invece il mondo di chi ha tutto da perdere e che esplode proprio perché non regge più gli atteggiamenti di prepotenza. Lo scontro si sta spostando su questo livello. È persino oltre la mera infrazione delle legge.
Siamo nel solito malinteso della «integrazione» che non c’è mai stata ma che per colpa della sinistra va perseguita. L’integrazione fallisce e accade la disgregazione sociale. Prendiamo Torino, perché oggi la cronaca ci porta lì. Tre aggressioni in dieci minuti, un monopattino come mezzo di fuga, uno spray al peperoncino usato contro chi osa intervenire. Poi un imprenditore che insegue gli scippatori della propria collana e finisce lui in carcere, mentre uno dei due giovani aggressori – già con precedenti alle spalle – viene sistemato in comunità. Infine un influencer che si filma mentre salta i tornelli della metro e lancia la sua sfida alle forze dell’ordine e alla eurodeputata che si era «occupata» di lui.
Tre aggressioni in dieci minuti a Torino
Tre episodi diversi, la stessa città e infine una domanda che si infila nella testa della gente per bene: chi comanda per strada? Ripeto, non è una questione di guardie e ladri, qui l’esercizio è più complicato e boccia la sinistra perché la sinistra ha il naso troppo «fighetto» per intercettare la puzza della devianza strafottente, e gli occhi troppo sensibili per sopportare la polvere alzata dalla feccia.
Se due uomini in monopattino colpiscono tre passanti in centro storico nel giro di dieci minuti – una donna aggredita alle spalle per strapparle la collana, un uomo derubato in via Garibaldi (con tanto di coltello da 11 centimetri perso in fuga e recuperato dalla vittima) e un altro che è riuscito a sfilarsi prima – non possiamo fermarci solo all’ordinanza di custodia cautelare o all’ennesima presa d’atto che uno dei due balordi era ospite del Cpr.
Qui si tratta di capire se accettiamo la bonifica del loro ecosistema: perquisizioni, controlli, e ancora perquisizioni, controlli. Fin tanto che non te ne vai da lì. Devi rompere i loro ecosistemi ed evitare che si replichino altrove. Altrimenti, nella rottura degli equilibri, scatta quel che è successo all’imprenditore di 39 anni, padre di quattro figli, che ha inseguito con l’auto i due giovani che gli avevano appena strappato la collana.
Dei due balordi uno, diciannovenne, finisce in terapia intensiva con un trauma cranico, mentre il complice diciassettenne racconta di essere stato investito e poi colpito a terra. Risultato? L’uomo va in carcere, indagato per tentato omicidio, mentre il minorenne – già con un’altra rapina alle spalle e una messa alla prova sul groppone – viene collocato in comunità «per proseguire il percorso di recupero». Chi subisce un furto e reagisce rischia il carcere; chi scippa rischia, nella peggiore delle ipotesi, una comunità.
La sfida dei maranza sui social
Certi segnali la gente non li regge più e diventa non tollerante – intollerante – perché è la reazione alla polvere che si alza nell’ecosistema maranza o roba simile. Infine, la ciliegina simbolica: Ilyas Maluma, influencer torinese di origine marocchina con circa 29.000 follower, pubblica un video in cui scavalca i tornelli della metro senza pagare, invita i follower a imitarlo e si rivolge direttamente a Silvia Sardone, eurodeputata della Lega: «Guarda, qui in Italia noi maranza non paghiamo il biglietto».
Solo dopo la diffusione del filmato, e le polemiche innescate proprio dalla condivisione social di Sardone, arriva la reazione delle istituzioni e, settimane più tardi, un avviso orale del questore Massimo Gambino, notificato addirittura all’aeroporto di Fiumicino al rientro del ragazzo da un viaggio all’estero.
Capite bene che questa cosa rispettosa di ogni cavillo provoca il cortocircuito e dal cortocircuito se ne esce con una «bonifica» della loro bolla. Prima avevamo imparato a conoscere «Don Alì» (oggi in carcere), ora quest’altro «campione»: ma cos’altro deve accadere per leggere che non è solo un discorso di mera sicurezza, ma di lettura politica. Che non consente zone di grigio.
Tra la pubblicazione del video e l’arrivo del provvedimento sono passate settimane, e la misura è scattata solo grazie a un controllo di frontiera casuale, non a un’azione tempestiva della questura torinese. Se un video del genere, capace di generare migliaia di visualizzazioni e quindi produrre un evidente effetto emulativo, può essere consentito perché nessun governo impone alle piattaforme di bloccare altrimenti ti denuncio per una responsabilità oggettiva, allora troveremo sempre più casi come quello dell’imprenditore che si riprende la sua collana. O il suo orologio. I suoi vestiti. E via elencando.
Il decreto Maranza e la risposta del governo
Il governo, con il ministro dell’Interno Piantedosi, ha varato nei mesi scorsi il pacchetto ribattezzato decreto Maranza, che integra il ddl Sicurezza approvato a febbraio con cinque nuovi articoli pensati apposta per casi come questi. E lo ha fatto alzando il solito polverone di critiche da sinistra.
La strada è giusta. Perché indica la matrice politica: qui non è più una questione di decreti e di leggi, ma di polvere che si alza. Di sfide che lanciano. Di gesti che diventano codici. Tutto questo va spezzato. Bonificato. E se non vi piace la parole, pazienza.
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