Sánchez si sveglia sul disastro a Ceuta e mostra il pugno contro gli immigrati
Ansa

Saremo «in piazza ogni giorno a protestare finché non se ne andranno», affermano gli abitanti di Ceuta, convinti che la soluzione risieda nell’espulsione di tutti coloro che sono entrati illegalmente in Spagna a fine luglio.

Dopo la grande manifestazione di mercoledì e in attesa di quella del 2 settembre, che dovrebbe richiamare persone da tutta la Spagna in una mobilitazione di solidarietà per l’enclave sulla costa africana, ieri in centinaia hanno cercato di bloccare un camion che trasportava cibo e rifornimenti ai migranti radunati sulla spiaggia di El Trampolín. «La pazienza è terminata», ha dichiarato Kissy Chandiramani, uno dei due vicepresidenti di Ceuta. Chiede a Madrid il ritorno alla normalità, che venga accettata la loro lista delle strutture dove si possono sistemare provvisoriamente i migranti, e non gli edifici che si vogliono imporre con regio decreto, come i centri sportivi «così di fatto esclusi alla cittadinanza».

«Ci sono ancora 12.000 persone entrate illegalmente e la prossima settimana riaprono le scuole. Gli abitanti hanno paura, in casa e per strada. Possono comprare due sole pagnotte a testa, non è accettabile. Basta», ha tuonato Chandiramani. Il coordinatore dell’emergenza migratoria nell’exclave, Ángel Víctor Torres, spegne le speranze di soluzioni rapide ricordando che per la legge sono impossibili i rimpatri di massa auspicati dal Pp e da Vox.

La tensione è molto forte, poco ascoltati gli appelli contro la violenza perché troppo lenta è stata la risposta dell’esecutivo e la crisi di Ceuta «è fuori controllo», accusa il Partito popolare. Giovedì mattina, alla trasmissione Espejo Público su Antenna3, una residente nell’exclave di nome Gema ha raccontato che girano volontari delle Ong intenti a distribuire ai migranti spray al peperoncino, «dicendo che servono per aggredire i militari». Ripresa dai social, la notizia è stata accolta con rabbia, ma non ci sono conferme ufficiali dell’accaduto.

Intanto le forze dell’ordine sono sotto attacco. Durante un’imboscata ieri mattina all’alba a Benzú, vicino al confine con il Marocco, una quarantina di migranti ha circondato e preso a sassate un veicolo militare. I quattro soldati a bordo sono stati colpiti e percossi, dodici marocchini sono stati arrestati mentre ancora si cercano gli altri assalitori, scappati sulle montagne.

Non hanno certo rasserenato gli animi le parole, seppur condivise, dell’ex presidente José María Aznar in visita giovedì a Ceuta. «L’integrità territoriale della Spagna è stata violata e l’ordine e la sicurezza devono essere ripristinati», ha detto, criticando l’atteggiamento assunto dal premier Pedro Sánchez. «La sovranità nazionale non va in vacanza», ha ricordato l’esponente del Pp, attirandosi gli strali della segretaria organizzativa del Psoe, Rebeca Torró, che ha parlato di volontà di «alimentare il conflitto» della crisi migratoria per meri scopi elettorali.

Di certo, il Partito popolare preme perché si torni a votare e accusa il governo di continuare a mentire su quello che il Marocco sta facendo. «Qualcuno crede davvero che 80.000 persone possano entrare in Spagna e che il loro Paese d’origine non lo sappia?», denuncia il portavoce nazionale del Pp, Borja Sémper.

Oggi sono previste le audizioni del ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, del ministro degli Affari esteri, José Manuel Albares, e del ministro dell’Inclusione, della Previdenza sociale e della migrazione, Elma Sáiz. Ieri, la responsabile della Salute, Mónica García, ha ribadito che il sistema sanitario di Ceuta «non è collassato», che «i migranti non portano scabbia e tubercolosi» e che accusarli di diffondere malattie «è ingiusto e xenofobo».

Però ammette che il monitoraggio sarà difficile «finché la popolazione non si troverà in ambienti abitabili e igienicamente controllati». La campagna di vaccinazione prenderà il via la prossima settimana, a un mese esatto dall’aggressione a Ceuta. Con molta calma, si muove l’esecutivo. Sánchez ha aspettato più di tre settimane prima di convocare il Consiglio di sicurezza nazionale, per dichiarare Ceuta «zona di emergenza», poi ha battuto cassa a Bruxelles e promesso di cambiare la legge sulla migrazione e l’asilo, secondo le direttive del nuovo Patto europeo. Si è trovato costretto a farlo, se vuole aiuti per Ceuta dopo aver regolarizzato mezzo milione di stranieri.

La sua prima preoccupazione, dice, sono i minori stranieri non accompagnati (Mena), almeno 4.000 quelli arrivati nell’exclave. L’Ong per la tutela dell’infanzia Save the Children ha fatto sapere che le procedure di identificazione devono basarsi sul superiore interesse del minore e che quando è fuori dubbio che non siano maggiorenni, i ragazzini non dovrebbero essere sottoposti a test di accertamento dell’età.

Secondo CanarioToday, girano dei volantini bilingue, spagnolo e arabo, nei quali la Ong ricorda ai Mena che serve il loro consenso perché vengano sottoposti a esami medici e che il rifiuto del test è un’opzione. Non solo, viene detto esplicitamente a un irregolare che può contestare la classificazione come adulto, e chiedere la documentazione originale dal suo Paese d’origine.

Nel frattempo, deve essere trattato come minorenne e avere la tutela pubblica, un posto in un centro per minori e l’istruzione garantita.

Così, come purtroppo capita sovente, un adulto in un centro per l’infanzia condivide gli spazi con adolescenti e ha accesso a risorse destinate ai bambini.

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