«Per la prima volta nella storia», Madrid dichiara «una situazione di emergenza per la sicurezza nazionale a Ceuta» e crea un comando unico per la gestione della crisi, affidato al ministro della Politica territoriale, Ángel Víctor Torres, ha riferito la portavoce del governo, Elma Sáiz, al termine della prima riunione del Consiglio dei ministri dopo la pausa estiva.
Alla buon’ora. Dopo quasi un mese dall’arrivo di 80.000 marocchini nell’enclave, ieri è stato tutto un riconoscere che «Ceuta e Melilla sono spagnole» e che gli abitanti hanno ragione a sentirsi abbandonati ma che la «situazione è sotto controllo», seppure tra notevoli difficoltà. L’esecutivo non fornisce dati ufficiali su quante persone siano ancora per le strade della città autonoma, ha solo detto che lunedì erano più di 2.900 i minori stranieri non accompagnati già registrati.
Gli abitanti dell’enclave temono che l’emergenza durerà fino a fine dicembre, circola la bozza del regio decreto predisposta dal governo spagnolo che prevede l’utilizzo di tutti gli impianti sportivi per accogliere le migliaia di migranti, come scrive El Faro de Ceuta. Di sicuro, la Moncloa sa che per mesi non si potrà parlare di ritorno alla normalità.
Madrid dichiara l’emergenza e chiede aiuti all’Ue
Infatti, Pedro Sánchez ha presentato richiesta formale alla Commissione europea, per ottenere fondi di aiuti di emergenza. Regolarizza 500.000 migranti, poi batte cassa quando viene invaso. Intanto tra due ministri, alla Difesa e all’Interno, ieri si è registrato uno scontro titanico. La responsabile della Difesa, Margarita Robles, davanti al Congresso ha detto che i servizi di intelligence avevano «condiviso» le informazioni su un arrivo di massa dei migranti con le forze di sicurezza, che dipendono dal ministero dell’Interno. Non ha rivelato, «per dovere di segretezza», che cosa i 25 funzionari del Cni sapevano, ma «che era risaputo, di dominio pubblico, che delle persone stessero nuotando verso Ceuta».
La spiegazione fornita da Robles contrasta con quello che ha detto fin dall’inizio il ministro dell’Interno. L’ha ribadito anche ieri, Fernando Grande-Marlaska, che nessun servizio di intelligence, nazionale o internazionale, «aveva previsto nulla di simile», a quello che poi era capitato a Ceuta, e che «non esisteva alcun rapporto». Pronta la replica di Robles: «Non bisogna sempre basarsi su rapporti scritti a mano», ha detto, precisando che «il 29 luglio» funzionari del Centro nazionale di intelligence aveva informato verbalmente la delegazione governativa.
Di fatto, se la minaccia venne segnalata, non ci corse ai ripari. Al momento dell’invasione di fine luglio, la Guardia civil disponeva di soli cinque agenti a terra e di quattro sommozzatori, oltre ai 15 di stanza a Ceuta.
Robles ha citato un rapporto dello Stato maggiore congiunto che delinea tre fasi del «massiccio assalto» del 30 e 31 luglio al confine di Ceuta, pianificato sui social media. La prima fase aveva preso il via con la sentenza della Corte Suprema dell’8 luglio scorso, che stabilisce che non sono ammessi rimpatri se l’attraversamento del confine avviene a nuoto. «Un fattore di attrazione alimentato da un’interpretazione opportunistica della sentenza», l’ha definito il ministro.
Nella seconda fase, iniziata alle 11 del 30 luglio, «decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine spinte da un senso di urgenza», convinte da messaggi sui social che per la Festa del trono ci sarebbe stati meno controlli marocchini. Nella terza, c’è stato «il ritorno di massa in Marocco, che inizia gradualmente la sera del 30 luglio», ha spiegato il ministro «circa il 90% di coloro che sono entrati si è reso conto che la situazione a Ceuta era difficilmente sostenibile» e se n’è andato. Ma parecchi sono ancora rimasti e rendono insostenibile la situazione per gli abitanti, malgrado le rassicurazioni del governo spagnolo.
Il governo Sánchez ora deve gestire il caos migratorio
Martedì, il Consiglio dei ministri ha approvato un progetto di legge per la riforma delle norme sull’immigrazione e sull’asilo, in linea con il nuovo patto europeo. L’iter si prevede lungo, ci vorranno mesi perché possa essere approvata dal Congresso, intanto Marlaska ha tenuto a far sapere che l’elaborazione delle domande di protezione internazionale sarà «agevolata».
L’urgenza, adesso, è rimpatriare quelli che rimangono accampati a Ceuta. E rimane il problema di dove distribuire i minori stranieri non accompagnati, in attesa delle singole decisioni sul loro rientro in Marocco. Diverse Regioni non li vogliono, il partito indipendentista catalano Junts ha confermato quanto minacciava nei giorni scorsi: se la Catalogna sarà costretta ad accogliere minori, «il governo spagnolo non avrà neanche un nostro voto», ha scritto su X la portavoce Míriam Nogueras. Nel 2023, Junts aveva votato a favore dell’investitura di Sánchez ma si può proprio dire, tempi e opportunismi sono cambiati.
Il premier comparirà davanti al Congresso in merito alla crisi migratoria. Con calma, date certe ancora non ce ne sono. Magari proverà anche a spiegare come mai sono così buoni i rapporti con re Mohammed VI, se ieri durante la cerimonia nel Palazzo reale di Rabat in occasione della nascita del profeta Maometto, il monarca ha permesso che il ministro marocchino degli Affari islamici Ahmed Toufiq chiamasse alla mobilitazione per liberare «i territori occupati» di Ceuta e Melilla.
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