Quando manca la materia prima, il business si riduce, e le strutture chiudono. È una banale legge di mercato che si applica, guarda caso, anche al sistema italiano dell’accoglienza. Secondo i dati del Viminale, dal 1° gennaio al 15 luglio di quest’anno sono sbarcati sulle nostre coste 15.323 migranti: un calo del 53,7% rispetto ai numeri del 2025, quando arrivarono 33.116 stranieri, e di circa il 49% in meno rispetto al 2024.
La conseguenza quasi immediata è che nei Cas, i centri di accoglienza straordinaria che sul territorio italiano sono oltre 3.000, molti posti rimangono vuoti. Ciò non significa che il sistema di accoglienza sia stato smantellato, o che non si spendano più denari per gli immigrati, anzi le cifre messe a disposizione dall’Unione europea fino al 2027 sono ancora piuttosto alte (decine di milioni di euro per lo più destinati a progetti di cosiddetta integrazione). Tuttavia dall’inizio del 2026 diversi bandi per i Cas sono giunti alla naturale scadenza e non sono stati rinnovati appunto perché manca la materia prima, cioè gli stranieri irregolari.
A Novara ha chiuso definitivamente proprio in questi giorni l’Hotel Victoria, gestito dalla cooperativa Versoprobo. Niente flussi in ingresso, niente ospiti, niente più soldi da spendere. A Montecatini Terme la prefettura ha disposto a inizio agosto la chiusura dell’ex Hotel Zenith. A San Giuliano Milanese ha chiuso il centro di via Gorki, con qualche protesta degli impiegati per mancati pagamenti. Un altro centro ha chiuso a Penne, vicino Pescara. Ancora prima era toccato al centro di Onè di Fonte in Veneto. Altri centri in Sicilia sono stati invece chiusi perché – come spesso accaduto in passato – mancavano le condizioni minime di decenza per la prosecuzione del servizio: dallo Stato arrivavano i soldi, ma i gestori non garantivano igiene, pasti dignitosi, e rispetto degli ospiti.
Notizie positive, dunque. Ma non per le cooperative a cui in questi anni è stata affidata la gestione dell’accoglienza. La situazione l’ha spiegata chiaramente ieri al Corriere del Veneto Andrea Zorzan, dirigente di Legacoop. In Veneto le coop sono in grado di gestire circa 10.000 posti per i migranti, ma attualmente ne hanno soltanto 6.800. «La situazione di stallo ci costringe a lavorare con numeri molto più ridotti, il flusso degli sbarchi da anni non fa che scendere, siamo arrivati a un -60%, ma il nostro personale, le strutture e i costi sono rimasti inalterati», dice Zorzan. «E quindi, paradossalmente, se un tempo i prefetti dovevano fare i salti mortali per trovare spazio a tutti i richiedenti asilo continuamente in arrivo, adesso noi contiamo almeno 2.000-3.000 posti vuoti e dipendenti in eccesso. È una grande preoccupazione perché affrontiamo investimenti importanti, paghiamo l’affitto di appartamenti che restano vuoti e come tali non vengono rimborsati dal ministero dell’Interno. È un nostro rischio d’impresa, non sappiamo quante cooperative riusciranno a sopravvivere in queste condizioni. Ma d’altra parte finché riusciamo dobbiamo mantenere la rete inalterata, perché se cominciamo a ridurla e poi all’improvviso gli sbarchi riprendono ad aumentare in maniera significativa e le prefetture tornano a chiederci posti ormai chiusi, il sistema dell’accoglienza salta».
Capito? Le coop hanno fatto investimenti robusti e fino a qualche tempo fa erano in grado di mantenere strutture e dipendenti. Ma oggi rischiano di perdere soldi. Che fate dunque? Ecco la grande idea di Legacoop: sfruttiamo il ritorno dei cosiddetti dublinanti, cioè gli stranieri sbarcati qui e poi andati all’estero che ora alcune nazioni europee vogliono rimandarci indietro. «Rilanciamo i Cas, dotandoli di nuovi servizi in grado di trattenere e integrare sul territorio gli ospiti», dice Zorzan.
Le coop propongono due soluzioni alla loro crisi. La prima sarebbe quella di cambiare la natura dei Cas rendendoli più simili ai centri Sai, cioè quelli per la accoglienza di secondo livello, in teoria riservati soltanto ai veri profughi, ai soggetti fragili e a coloro che hanno ottenuto forme di protezione. L’altra possibilità è appunto quella di prepararsi ad accogliere i dublinanti nei centri che si stanno svuotando per mancanza di arrivi. Il dirigente coop la impacchetta bene al Corriere: «Il problema non sono i dublinanti ma il coraggio di passare dalla gestione dell’emergenza, che non c’è più, alla gestione quotidiana e adeguata del fenomeno immigrazione», dice. «Le soluzioni sono due: vogliamo trasformare i posti Cas in eccesso in posti Sai o vogliamo allargare le maglie di questo secondo livello di accoglienza, rendendolo accessibile a una percentuale di richiedenti asilo superiore al 10%, evitando così che chi resta fuori crei problemi di sicurezza o si renda irreperibile? Regaliamoci l’opportunità di fare integrazione vera altrimenti poi non ci lamentiamo di eventuali degenerazioni in termini di sicurezza». Parole splendide: integrazione, gestione sana… Ma la traduzione è piuttosto semplice e suona così: continuate ad alimentare il sistema dell’accoglienza altrimenti perderemo soldi. Dopo tutto, gli immigrati sono una risorsa, no?
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