«È un boomerang». All’opposizione si è rotto il disco. Il tentativo di Elly Schlein, Giuseppe Conte e compagni è collegare gli annunci di diversi Paesi, tutti pronti a rispedirci gli stranieri dublinanti, alla decisione del governo italiano di sospendere Schengen con la Spagna.

Eventi palesemente privi di correlazione, come ha ribadito ieri il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Tant’è che proprio Madrid, come Parigi, non si unirà alle nazioni intenzionate a riconsegnarci i migranti che, dopo aver presentato richiesta d’asilo qui, si erano trasferiti altrove. La gendarmeria francese già ricaccia indietro frotte di «indesiderati» che provano a passare dalla Liguria. E nemmeno quella degli iberici è generosità: semmai, è consapevolezza di trovarsi sulla nostra stressa barca, alle prese con gli stessi barconi.

Per la Spagna, luogo di approdo degli africani, il saldo tra arrivi e partenze resterebbe negativo anche applicando le misure sui dublinanti; più che mandar via loro, dunque, le preme insistere sui meccanismi di compensazione per gli sbarchi, previsti dal Patto Ue. E rivendicati da Giorgia Meloni: su Facebook, ieri, il premier ha sottolineato che «le nuove regole tutelano molto di più gli Stati di primo ingresso» e facilitano i «rimpatri accelerati». Germania, Austria, Svezia, Finlandia, Svizzera e, da ieri, l’Olanda e l’Irlanda, non stanno affatto reagendo al ripristino dei controlli alle frontiere, voluto da Roma per chi proviene dalla Spagna. Anzi, gli esecutivi di quei Paesi, sulla crisi di Ceuta, si sono avvicinati molto di più alle posizioni di Palazzo Chigi che a quelle della Moncloa.

Il punto è che ogni leader europeo fronteggia opinioni pubbliche bramose di una stretta sui flussi, nonché partiti sovranisti sempre più forti. Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, è quello più esposto: rischia di assistere al trionfo di Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt, alle elezioni statali di inizio settembre. Ergo, ogni capo di Stato vuole dimostrare ai cittadini che sta facendo qualcosa. Vale pure per Amsterdam, che ha confermato l’esistenza di un accordo tra ministri dell’Interno, senza però precisare se gli olandesi vogliano riportare in Italia soltanto gli immigrati arrivati dopo il 12 giugno, data di entrata in vigore del nuovo regime Ue, o anche quelli che ricadevano sotto la precedente normativa.

Quelli di cui proprio Meloni, da quando si è insediata, ha negato il ricollocamento. Risparmiandoci 80.000 ospiti in più. «Cosa avrebbe fatto un governo di sinistra?», ha replicato lei sui social a chi le rinfaccia un flop. «Probabilmente avrebbe accolto quelle richieste». I numeri le danno ragione. Quando comandavano i fenomeni che, oggi, militano nel campo largo, le nostre frontiere erano un colabrodo. Gli esecutivi progressisti, ai dublinanti, hanno steso la guida rossa. Tra il 2013 e il 2016, a cavallo tra l’era di Enrico Letta e Matteo Renzi – colui che barattò i porti spalancati con la flessibilità Ue per gli 80 euro – ne riprendemmo quasi 12.000. Nel 2017, con il dem Paolo Gentiloni, 5.948. Nel 2018, anno uno del Conte uno, 6.468: fu il record storico. Nel 2019, con l’avvento dei giallorossi, 5.987; 1.367 l’anno seguente. Un calo drastico, imputabile al Covid. Già nel 2021, sotto Mario Draghi, i trasferimenti ripresero ad aumentare: 1.468; 2.315 nel 2022. Totale in nove anni: 35.440. Solamente la Meloni, in carica dal 22 ottobre 2022, fermò gli ingressi alla fine di quell’anno.

Non si tratta di negare che il Patto, a regime da giugno, contenga qualche insidioso busillis. Abbiamo ottenuto l’agevolazione delle procedure di espulsione accelerate alla frontiera e un sostanziale via libera al modello Albania (oltre che al modello Mauritania di Pedro Sánchez…), benché le intese bilaterali per realizzare gli hub in Paesi terzi siano ancora per lo più da costruire. E siamo riusciti ad attenuare la rigidità dei vecchi regolamenti di Dublino, sia grazie ai meccanismi di solidarietà per le nazioni affacciate sul Mediterraneo, sia grazie all’assenza di automatismi, che consente di vagliare ed eventualmente rifiutare ogni richiesta di ricollocamento. Un clima di cooperazione rotto, guarda un po’, dal pupillo di Bruxelles, Péter Magyar: Budapest, ha fatto sapere il premier magiaro, non accetterà alcun clandestino. Dopodiché, la gabola dei dublinanti, l’esame delle cui richieste d’asilo spetta a Roma, rimane. E i numeri potrebbero non restare così esigui, come quelli dei casi sparuti di cui si sta discutendo in questi giorni.

Eurostat stima che le domande pendenti di spostamento dei migranti siano 24.152. Se a esse si sottraggono le circa 14.000 di Francia e Germania, risalenti a prima del 12 giugno 2026 e in teoria sanate lo scorso dicembre, restano comunque in ballo 10.000 potenziali ingressi dai partner dell’Unione europea. Vista l’evoluzione della vicenda, è plausibile che il titolare del Viminale non si limiti a un bilaterale con l’omologo tedesco, Alexander Dobrindt. Piantedosi ha sottolineato che, «di 50 richieste» pervenute, «solo tre persone risultano essersi presentate in Italia». Dal ministero, poi, sono trapelati commenti a loro modo eloquenti: «Non andrà sottovalutato», hanno notato fonti accreditate, «che molto probabilmente la maggior parte di questi dublinanti potrebbe avere una storia personale che li vede poco disponibili a tornare e rimanere in Italia e che, pertanto, gli stessi potrebbero autonomamente cercare di ritornare nei Paesi da cui provengono». Leggasi tra le righe: nella peggiore delle ipotesi, le nostre autorità potrebbero chiudere un occhio sui «movimenti secondari» dei migranti rimpallati. Se gli altri giocano sporco, lo faremo anche noi. Benvenuti nell’Ue: europea, sì, ma ben poco Unione.

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