La macchina dei rimpatri funziona: due clandestini su tre via senza Cpr
Ansa

C’era una volta la retorica del fallimento. C’è ancora, a dire il vero, diligentemente impacchettata nei dossier delle organizzazioni non governative che confondono l’ideologia con la logistica. L’ultimo esempio è il nuovo report sulle espulsioni firmato dalla ong ActionAid e dall’Università di Bari, pubblicato insieme con l’aggiornamento della piattaforma open data Trattenuti, che fotografa i dati sui rimpatri in Italia tra il 2015 e il 2025.

Nelle intenzioni degli estensori, le cifre dovrebbero dimostrare l’inefficacia delle politiche governative. Nella realtà dei fatti e dei numeri, se letti senza il filtro del pregiudizio, emerge una storia completamente diversa: quella di uno Stato che sta progressivamente registrando importanti segnali di efficacia operativa.

Il ruolo dei Cpr nella gestione dei migranti

Partiamo dal dato che la narrazione immigrazionista brandisce come un’accusa: la maggioranza dei rimpatri forzati avviene senza che i soggetti transitino dai Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). A fronte di 55.128 rimpatri forzati complessivi, 28.449 sono stati eseguiti direttamente, senza alcun passaggio nei Cpr.

Per ActionAid è il segno dell’inutilità delle strutture, per chiunque analizzi la realtà con pragmatismo è l’esatto contrario: significa che la macchina dello Stato ha funzionato a monte, grazie ad accordi bilaterali migliori con i Paesi d’origine.

In un sistema perfetto, anzi, l’obiettivo ideale sarebbe raggiungere la totalità dei rimpatri diretti, con un rapporto di uno a uno. Se si arrivasse a questo traguardo, i Cpr si potrebbero, paradossalmente, anche chiudere.

Pur convergendo sull’auspicio che il tempo trascorso all’interno dei Cpr sia ridotto al minimo, le ong lo pretendono per una pregiudiziale avversione alla detenzione amministrativa degli irregolari nei centri, considerati come «lager», lo Stato lo persegue perché la struttura ha un’unica, specifica finalità transitoria, il rimpatrio.

Il complesso problema degli immigrati clandestini

L’obiettivo delle istituzioni non è trattenere le persone a tempo indeterminato, ma eseguire l’espulsione nel minor tempo possibile. E chi contesta la volontà politica di aumentare i Cpr, domandandosi perché si investa in queste strutture se i rimpatri diretti funzionano bene, ignora volutamente la complessità del problema. Il passaggio nei centri rimane, per una quota di irregolari, un percorso obbligato.

Non è possibile disporre istantaneamente di collegamenti aerei verso ogni destinazione per ciascun decreto emesso, né si può prescindere da tempi tecnici di identificazione. I Cpr non sono prigioni, sono centri di transito finalizzati esclusivamente al rimpatrio.

C’è poi il capitolo dei costi. I 217 milioni spesi tra il 2018 e il 2025 evidenziati nel report includono oltre il 53% di allestimenti e manutenzione straordinaria. È un indicatore contabile che non dimostra quanto costi marginalmente un rimpatrio né quanto costerebbe allo Stato ottenere lo stesso risultato senza quelle strutture. Presentarli come «costo dei rimpatri» è dunque fuorviante: la cifra è vera, ma il modo in cui la si fa parlare può diventare molto meno innocente.

I risultati del governo sul rimpatrio dei clandestini

I progressi recenti balzano agli occhi quando si esamina il rapporto cardine tra flussi d’ingresso e uscite. I dati del triennio recente segnano una svolta netta. Nel 2023, a fronte di 157.651 arrivi, i rimpatri si sono attestati a 4.796, pari al 3%. Nel 2025 lo scenario è cambiato: con gli sbarchi scesi a 66.316 unità, i rimpatri complessivi sono saliti a 6.772. La percentuale di efficacia esecutiva calcolata sugli arrivi è così balzata al 10,2% in soli due anni.

Naturalmente, non significa che la macchina sia perfetta o che l’azione di governo sia esente da ostacoli. La diplomazia delle migrazioni è un terreno scivoloso e i rovesci politici sono sempre dietro l’angolo.

Il report evidenzia, ad esempio, le difficoltà registrate nel corso del 2025 sul fronte tunisino, dove le decisioni unilaterali delle autorità locali hanno messo a dura prova la continuità delle operazioni via charter verso Tunisi, crollate da 1.705 a soli 360. È una criticità oggettiva, che dimostra quanto la stabilità degli accordi con i Paesi terzi sia cruciale e richieda una manutenzione diplomatica quotidiana.

Il legame con l’inchiesta sui medici anti Cpr

A questa complessità geopolitica si sommano le resistenze delle reti «no cpr». Le inchieste della Verità hanno svelato il «modello Ravenna», un sistema di attivismo ideologico in cui una fitta rete di camici bianchi è finita sotto indagine della Procura per aver firmato falsi certificati di inidoneità medica per impedire, con ogni stratagemma burocratico, l’ingresso dei clandestini nei centri.

Non solo: alcune sezioni della magistratura hanno sistematicamente ostacolato le procedure bloccando i trattenimenti con ordinanze creative basate su interpretazioni forzate delle norme Ue. La macchina delle espulsioni deve dunque costantemente fare i conti con l’intralcio burocratico e ideologico di chi tenta di depotenziare la portata dei Cpr.

Nonostante il fuoco incrociato, i dati di ActionAid dimostrano alla fine che la linea del rigore e della semplificazione delle procedure sta portando i suoi frutti.

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