Museo dell'Immigrazione di San Paolo in Brasile
Il Museo dell'Immigrazione di San Paolo, ospitato nell'antica Hospedaria de Imigrantes (Ansa)

Nel 2019 sono stata invitata all’ambasciata brasiliana a Roma insieme ad altri intellettuali cattolici. Jair Bolsonaro si era appena insediato alla presidenza e, ci spiegarono, il nuovo Brasile desiderava costruire un rapporto più stretto con quella parte del mondo cattolico italiano con cui avvertiva una particolare sintonia.

Durante quell’incontro ci fu spiegato che il Brasile avrebbe voluto proporre all’Italia, Paese che dichiarava di avere bisogno di immigrazione, un flusso organizzato di cittadini brasiliani di origine italiana. Una disponibilità analoga, ci dissero, esisteva in Argentina.

La proposta del Brasile per gli italo-discendenti

Soltanto in Brasile vivevano allora, secondo le stime diplomatiche italiane, circa 30 milioni di italo-discendenti. È un dato che l’ambasciata italiana a Brasilia indicava già nel 2019. Persone che spesso portano cognomi italiani, conservano ricordi familiari dell’Italia e talvolta possiedono già qualche conoscenza della nostra lingua e cultura. Una parte consistente della comunità è inoltre cattolica. E anche quando l’italiano non lo parlano, partono dal portoghese o dallo spagnolo, lingue romanze relativamente vicine alla nostra.

Sarebbe stato possibile organizzare corsi di italiano prima della partenza, preparando chi desiderava trasferirsi, così da avere un’immigrazione programmata anche sulla base della possibilità di integrazione linguistica e culturale. Eppure quella strada, secondo quanto ci fu riferito, non trovò interesse politico in Italia.

La domanda resta: se un Paese decide di avere bisogno di immigrazione, perché non dovrebbe interrogarsi anche sulla facilità d’integrazione delle persone che accoglie?

La scuola non può ignorare le differenze

La questione diventa ancora più seria quando entrano in gioco i bambini. La Costituzione stabilisce che la scuola è aperta a tutti e che l’istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita. Ma perché questo diritto sia sostanziale, e non soltanto una formula scritta sulla carta, un bambino deve trovarsi nelle condizioni di comprendere l’insegnante, comunicare con i compagni e imparare.

Non può essere caricato sulle spalle di un bambino di sei anni il compito di realizzare un esperimento sociale sulla convivenza tra culture profondamente diverse. E qui la parola «straniero» serve a poco. Due bambini entrambi classificati come stranieri possono avere lingua, religione, cultura familiare e concezione dei rapporti tra uomo e donna completamente differenti.

Fingere che queste differenze non esistano non significa necessariamente combattere la discriminazione: può anche significare rifiutarsi di affrontare il problema dell’integrazione. E tra queste differenze c’è anche la religione.

L’integrazione comincia dalla scuola

Quando una parte dell’immigrazione proviene da società a maggioranza islamica, è legittimo discutere apertamente di quali valori civili debbano essere inderogabili nella scuola italiana: libertà religiosa, uguaglianza tra uomo e donna, libertà di espressione, rispetto di chi crede e di chi non crede, primato della legge civile.

Il multiculturalismo non consiste nel fingere che tutte le culture dicano la stessa cosa. Una società può accogliere persone provenienti da culture differenti, ma per restare una società deve sapere che cosa chiede a chi arriva: una lingua comune, leggi comuni e un nucleo di principi civili comuni.

E soprattutto una società deve ricordarsi che la prima elementare è il luogo dove un bambino deve imparare a leggere, scrivere e capire il mondo, non il laboratorio nel quale gli adulti verificano se una determinata teoria dell’integrazione funziona.

I numeri fotografano una difficoltà concreta. Secondo i dati Invalsi 2025, al termine del primo ciclo la dispersione scolastica implicita riguarda il 22,5% degli studenti di prima generazione immigrata contro l’11,6% dei nativi. E su 52.392 scuole italiane, 4.664 superano la soglia del 30% di alunni con cittadinanza non italiana.

Il mercato dei visti e dei nulla osta

Il passaporto italiano si fabbrica anche all’estero. Alla nostra ambasciata a Dhaka un visto italiano di lavoro arrivava, secondo quanto emerso da un’inchiesta giudiziaria, a costare tra i 7.000 e i 15.000 euro. L’inchiesta ha coinvolto anche funzionari dell’ambasciata, accusati di aver favorito il rilascio dei documenti in cambio di denaro.

È uno dei casi documentati di un fenomeno più ampio. A Piacenza sono state contestate irregolarità nella gestione dei nulla osta all’ingresso. A Matera, nell’aprile 2026, undici persone sono state poste agli arresti domiciliari e 36 sono risultate indagate per un sistema basato, secondo l’accusa, su pratiche fittizie e rapporti di lavoro inesistenti. In alcuni casi, ai lavoratori stranieri sarebbero state richieste somme fino a 10-15.000 euro.

A Bologna, da un’indagine partita da Imola, la Polizia ha ricostruito un sistema nel quale una società formalmente organizzata come Caf avrebbe presentato centinaia di domande utilizzando documenti falsi, datori di lavoro fittizi o ignari e nulla osta mai richiesti alle ambasciate. L’indagine ha portato a otto misure cautelari.

Chi paga migliaia di euro per entrare in Italia non arriva necessariamente in una condizione di libertà economica. Può arrivare indebitato, e il debito può diventare una vulnerabilità sfruttabile da caporali e organizzazioni criminali.

Poi ci sono quelli che affrontano viaggi irregolari e pericolosi dopo aver pagato migliaia di euro ai trafficanti. Sono fenomeni diversi, che non possono essere confusi con i canali legali di ingresso, ma che mostrano quanto possa essere redditizio il mercato costruito intorno alla domanda di immigrazione.

Sicurezza, espulsioni e responsabilità dello Stato

Il problema della sicurezza non coincide con quello dell’immigrazione e non può essere ridotto alla religione di chi arriva. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che il tema non esista.

Gli attentati di Londra, Madrid e Parigi hanno mostrato il volto più estremo del terrorismo jihadista. Allo stesso tempo, nelle città italiane esistono fenomeni di criminalità giovanile, aggressioni, vandalismo e violenza che non possono essere automaticamente ricondotti a un’unica origine o religione.

Lo Stato ha però il compito di intervenire quando individua persone che considera pericolose. Dal 22 ottobre 2022, secondo i dati del Viminale, sono stati 254 i soggetti rimpatriati per motivi legati a radicalizzazione ed estremismo. Nel primo semestre del 2026 le espulsioni per motivi di sicurezza dello Stato sono state 38.

La porta e la lingua

È un dato che pone una domanda politica precisa: come può essere entrata e aver ottenuto un titolo di soggiorno una persona che successivamente viene ritenuta tanto pericolosa da essere espulsa per motivi di sicurezza?

Qui il conto arriva ai bambini, e lo pagano tutti, italiani e stranieri. Se una classe presenta una concentrazione molto elevata di alunni che non conoscono ancora adeguatamente l’italiano, la scuola deve avere gli strumenti per intervenire. Non basta classificare tutti come «stranieri» e considerare risolto il problema.

La questione, dunque, è linguistica, numerica e politica. Nessun bambino impara facilmente dove una parte consistente della classe non comprende la lingua dell’insegnante. E nessuna politica migratoria può essere efficace se lo Stato non controlla davvero i propri canali d’ingresso.

Il punto forte è proprio lo Stato: canali d’ingresso che possono diventare oggetto di traffici, soglie scolastiche che rischiano di rimanere sulla carta, sicurezza gestita anche attraverso espulsioni successive all’ingresso.

Il resto, la teologia, i conflitti culturali, il velo in aula e le diverse concezioni della società, si discute meglio dopo, quando lo Stato ha ripreso il controllo delle due cose che non può permettersi di lasciare senza regole: la porta e la lingua.

Resta la domanda iniziale: perché, secondo quanto riferito all’autrice, i piani alti avrebbero mostrato poco interesse per un’immigrazione cattolica di origine italiana brasiliana e argentina? Quale potrebbe essere la motivazione?

Si può discutere di interessi economici, di scelte ideologiche e di politiche migratorie. Ma se si ipotizzano fenomeni di corruzione o rapporti impropri con potenze straniere, servono fatti e prove, non soltanto sospetti.

La questione vera, prima ancora della religione di chi arriva, è se l’Italia sia in grado di decidere chi entra, a quali condizioni, con quali strumenti di integrazione e con quali regole da rispettare.

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