Gruppi Web e comizi. Così i medici «no Cpr» tramavano la rivolta
Nel riquadro Nicola Cocco (Ansa)

Un indirizzo email, [email protected], era la porta d’ingresso per aderire alla rete, ricevere le informazioni, partecipare agli incontri, reperire i link delle assemblee online. E ottenere l’accesso a un gruppo ristretto denominato «NoCprSalute»: un canale di raccolta e coordinamento rivolto ai sanitari.

La Procura di Ravenna è concentrata sulle «modalità di interazione utilizzate dagli indagati». E nel decreto di perquisizione emesso la scorsa settimana, quello contenente l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’emissione di false inidoneità al trattenimento nel Cpr, elencava, tra le condotte, «la pianificazione di specifici interventi propagandistici sui social» e la promozione di incontri in rete per organizzare «le modalità di realizzazione dei falsi» certificati. Ma che cosa si muove, concretamente, dietro quella casella di posta?

La vita della community, come è in grado di ricostruire la Verità, si sviluppa su due livelli distinti: il primo, quello principale, riguarda l’elaborazione di strategie di sensibilizzazione e di comunicazione (gli incontri avvengono online ogni martedì sera); il secondo settore è quello di «NoCprSalute» ed è un gruppo (con annessa mailing list) riservato all’organizzazione della rete e a soli medici, psicologi, infermieri e studenti di medicina (questo team virtuale si ritrova online un lunedì al mese). Si presenta come una piattaforma con diversi canali di conversazione. Il tema più chiacchierato sono le comunità ristrette da cui transitano gli immigrati irregolari sottoposti a espulsione. Situazioni igienico-sanitarie, denunce su abusi di psicofarmaci, asserite assenze di protocolli e di trasparenza o di garanzie e isolamento sono i leitmotiv del network. L’obiettivo dichiarato è quello di creare un ponte tra attivisti, medici, operatori sanitari e associazioni come la Simm, la Società italiana di medicina delle migrazioni, che tra gli attivisti può contare su Nicola Cocco, indicato nell’inchiesta come il promotore della presunta associazione a delinquere, e l’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

Tra le email scambiate dagli attivisti No-Cpr ce n’è una, del 19 novembre 2023, che sembra assumere un certo rilievo: «L’idea è quella di cominciare quanto prima a sperimentare l’utilizzo del modulo di supporto che abbiamo ideato per chi vuole accompagnare la propria valutazione di inidoneità con un documento che la motivi con ragionamenti argomentati». Il modulo non viene descritto come un certificato alternativo, ma come un documento destinato ad affiancare la valutazione del medico e a sostenerla con una motivazione già strutturata. È proprio la disponibilità di questo strumento e la sua circolazione tra realtà ospedaliere diverse dal Santa Maria delle Croci di Ravenna (ospedale dal quale è partita l’attività investigativa) ad aver destato in modo particolare l’interesse degli investigatori. L’ordine di perquisizione cerca anche «documentazione riconducibile alla Simm, nonché ad altre associazioni» che, attraverso «vademecum e prestampati», avrebbero esortato i medici a esprimere un parere negativo sull’idoneità dello straniero al Cpr.
E in una email dello stesso periodo compare un vademecum che in un passaggio sembra andare oltre la semplice discussione politica. Alla domanda «la polizia può ignorare il mio certificato?» segue questa risposta: «No, la polizia deve attenersi al certificato perché esprime una valutazione medica che esce dalle competenze di un agente o di un funzionario. Il certificato può essere messo in discussione esclusivamente da un giudice attraverso una contro-valutazione eseguita da personale medico da discutere in sede giudiziaria». Il documento, quindi, non si limita a suggerire come motivare una non idoneità, ma fornirebbe anche una linea di comportamento nel caso in cui il certificato venisse contestato dalle forze dell’ordine. «Gli facciamo il culo a ’sti sbirri maledetti», aveva commentato in una chat sequestrata proprio Cocco.

Il contesto, insomma, appare come molto militante. Come provano le accuse ai decreti sicurezza e al decreto Cutro. E anche gli attacchi alle forze dell’ordine per l’uso dei taser. Dalla stessa area, dopo le perquisizioni, sono partite le attestazioni di solidarietà nei confronti dei perquisiti e le proteste contro la pm titolare delle indagini, Angela Scorza. Come anticipato da questo giornale giovedì scorso, infatti, l’inchiesta sui medici anti-Cpr è finita anche nelle sale di Palazzo dei Marescialli. Proprio al Csm si è aperto un fronte di scontro tra chi ha preso le difese della collega e chi l’ha ignorata. Magistratura indipendente, corrente tradizionalmente moderata, si era schierata al fianco della pm, proponendo l’apertura di una pratica a tutela. Dalle correnti più progressiste, quelle di Magistratura democratica e Area, solitamente compatte nel sostenere i colleghi quando di mezzo c’è l’indipendenza dell’azione della magistratura, era arrivato addirittura un rifiuto. Il nostro articolo deve aver smosso le acque. E, ieri, 12 consiglieri hanno chiesto ufficialmente l’apertura, in seno al Csm, di una pratica a tutela per la Scorza.

Nella nota dal titolo «Critiche sì, delegittimazione no», i firmatari difendono «l’attività di inquirenti impegnati ad accertare ipotesi di reato» colpita da «affermazioni che non esprimono un dissenso nel merito, ma si traducono in una denigrazione generica della funzione giudiziaria».

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