La nave Humanity 1 attraccata al porto di Ravenna
Nella prima mattinata è arrivata nel porto di Ravenna la nave Humanity 1, della ong tedesca Sos Humanity, che nei giorni scorsi ha tratto in salvo 73 persone nel mar Mediterraneo, nel corso di due operazioni di salvataggio avvenute l'8 e il 13 agosto, 18 agosto 2026. ANSA/Fabrizio Zani

Davvero la Germania avrebbe il coraggio di rimandarci due o tre immigrati «dublinanti»? Ieri, intanto, ce ne ha scaricati 73, tra cui 17 minori, dei quali 14 non accompagnati, raccolti nel Mediterraneo l’8 e il 13 agosto dalla nave Humanity 1, della Ong tedesca Sos Humanity.

L’imbarcazione è arrivata a Ravenna nonostante le proteste della sinistra, campionessa di retorica sull’accoglienza, purché non nel suo giardino. Il sindaco dem, Alessandro Barattoni, aveva ingannato l’attesa dell’attracco sottolineando che la città non era «il porto più vicino» e che il viaggio per raggiungere l’approdo, assegnato dal governo, sarebbe stato «disagevole» e «disumano».

Ancora più infastidito era apparso il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale: «È il ventottesimo sbarco a Ravenna», ha sbuffato qualche giorno fa. «Ogni volta abbiamo dovuto attrezzare un hub temporaneo con la Croce rossa e la polizia per i controlli, una volta di 30 persone, una volta di 15, per un totale complessivo di circa 2.500 persone».

Capita, quando non tutta la pressione viene scaricata su Lampedusa e sugli altri scali siciliani. Ma in fondo, per de Pascale, la quota di stranieri accolti a Ravenna è stata «infinitesimale rispetto alle più di 300.000 persone arrivate da quando Giorgia Meloni è a Palazzo Chigi. Un record assoluto, forse il suo fallimento più oggettivo». A parte che, come certificato dal Viminale, gli arrivi sono in calo, sorprende che, per la coalizione progressista, all’improvviso sia diventato urgente limitare i flussi.

Per dire: il vicepresidente di Italia viva, Davide Faraone, era uno che si scattava i selfie con Carola Rackete a bordo della Sea Watch; adesso rinfaccia al premier il suo «disastro», le frontiere chiuse con la Spagna, la Germania che «vuole rimandare indietro 60.000 migranti», mentre «altri sette Paesi vogliono fare lo stesso».

La Svizzera prepara i primi voli per l’Italia

In verità, sul tavolo non c’è solamente l’asse incrinato con Berlino. Ieri, la Svizzera ha comunicato che intende riprendere i trasferimenti degli stranieri sbarcati in Italia e che poi hanno attraversato i confini elvetici, dopo quattro anni di blocco delle procedure. «I primi voli sono stati prenotati», ha confermato la portavoce della Segreteria di Stato della migrazione (Sem), Magdalena Baker, precisando che i decolli inizieranno entro agosto, anche se si tratterà di casi isolati.

Pure la Germania pretende di cominciare riconsegnandoci solo una somala, un’irachena e un afghano. Il punto è che la Sem avrebbe già preso accordi con le nostre autorità. Un’intesa alla quale, comprensibilmente, Roma non aveva dato particolare enfasi pubblica. «È nell’interesse della Svizzera», ha concluso la funzionaria di Berna, «che la ripresa sia gestita in modo sostenibile per entrambe le parti, affinché il sistema funzioni in modo duraturo e non venga sovraccaricato».

L’Europa cerca una nuova gestione dei migranti

Segnatevi quelle parole: «In modo duraturo». Al di là dei singoli episodi, è questo il risvolto davvero preoccupante della faccenda. Adesso, gli irregolari che ci verrebbero restituiti si conterebbero sulle dita di una mano.

Ma dov’è che i Paesi nostri partner – la Svizzera non è nell’Ue, ma ha un accordo di cooperazione nel quadro della Convenzione di Dublino – vogliono arrivare? La sensazione è che la strada sia ormai segnata: tutte le opinioni pubbliche del Vecchio continente esigono dai loro governi un cambio di passo.

Ciò può significare che emergeranno forme di cooperazione inattese, tipo quella tra la Meloni e l’omologa danese, la socialdemocratica Mette Frederiksen, che si è beccata una reprimenda da Pd e socialisti spagnoli. Ma le circostanze lasciano presupporre anche che ogni nazione cercherà di liberarsi di più zavorre possibili, a costo di affibbiarle ai Paesi vicini, qualora i rimpatri verso Africa, Medio Oriente e Sud Est asiatico non procedano abbastanza spediti.

Italia e Germania trattano sui trasferimenti

Sono le ragioni per cui l’Italia – che ha scelto di reagire a muso duro ai pasticci di Pedro Sánchez, la cui regolarizzazione di massa ha propiziato l’invasione di Ceuta – nei confronti di Friedrich Merz, alleato politico, si sta invece sforzando di trovare una mediazione.

Il punto di caduta potrebbe essere una formula 2-1: un migrante resta in Germania, due tornano qui. Ad esempio, Faduma, la ventiduenne somala il cui trasferimento in Italia era previsto per oggi alle 4.30, ha ricevuto asilo da una chiesa evangelica di Norimberga. Benché l’associazione di attivisti che la segue faccia notare che il provvedimento di allontanamento «non è stato finora revocato», lei si è detta «molto felice di essere al sicuro». E ha aggiunto: «Ho paura di tornare in Italia».

Certo, se le disposizioni di Dublino sono ineludibili, dovrebbe esserlo anche il problema delle Ong che continuano ad assediare il nostro Paese. E per le cui imprese doveva essere già stata condivisa da Merz la prospettiva di un meccanismo di compensazione. Per definire i dettagli di un patto tra galantuomini, presto dovrebbero parlarsi i ministri dell’Interno, Matteo Piantedosi e Alexander Dobrindt. Ma l’interlocuzione non avverrà questa settimana ed è ancora da stabilire se si tratterà di una videoconferenza o di un bilaterale in presenza. I tedeschi, scommettiamo, non hanno fretta.

Da non perdere