Avevamo scritto e detto che dopo Ceuta sarebbe cambiato tutto, che quell’exclave spagnola in terra marocchina sarebbe stata una specie di detonatore per l’Europa dei trattati e dei burocrati e che avrebbe fatto esplodere tutte le contraddizioni.
Dopo Ceuta l’Italia aveva sospeso Schengen mettendosi sulla linea di altri Paesi che, quel trattato, lo stanno «interpretando» a loro modo da anni.
Ceuta fa saltare il modello europeo
Del resto solo gli aperturisti come Pedro Sánchez e la compare Elly Schlein con tutto il centrosinistra italiano potevano pensare che quell’invasione non contenesse un segnale politico preciso, una specie di avvertimento per cui le migrazioni sarebbero tornate a essere un’arma pesante di ricatto, in un contesto di tensioni internazionali e squilibri importanti. Un’arma contro la quale o si presta il fianco debole (come ha fatto la Spagna) o si risponde con politiche severe, rigide, di chiusura delle frontiere o di centri come quelli in Albania.
E infatti il premier italiano, Giorgia Meloni, e il suo ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, non hanno perso un secondo nel mandare quel tipo di messaggio politico ai trafficanti di esseri umani e ai loro registi: sospensione di Schengen, ripristino dei controlli anche all’interno della Ue e tolleranza zero.
Chi capisce al volo la gravità della situazione è la premier danese, Mette Frederiksen, che converge sulle posizioni della Meloni rispetto al controllo dei flussi migratori. Così, davanti ai suoi deputati, la Frederiksen usa un linguaggio senza compromessi, fa un discorso «nazionalista»: «L’arma più efficace di cui disponiamo in Danimarca è il controllo delle frontiere», grazie a cui «siamo riusciti a fermare dei criminali». Arrivando ad aggiungere che «potrebbe trattarsi di estendere i controlli di frontiera che abbiamo già oggi, cioè in ultima istanza di chiuderle completamente, con poche ore di preavviso, in modo che la polizia controlli tutti coloro che entrano in Danimarca».
Meloni e Frederiksen sulla linea dei confini
Insomma, una posizione nuova, ferma, che arriva da quel Nord Europa sempre visto come modello di welfare inclusivo e che ora invece sta mandando in corto circuito la sinistra europea, nettamente divisa tra il pragmatismo scandinavo e la bella retorica mediterranea, il cui campione Sánchez ha appena regolarizzato 600.000 irregolari, esponendo quindi il proprio Paese (e non solo) a ciò che poi è accaduto a Ceuta, ovvero una invasione in piena regala.
Alla questione Schengen si è poi aggiunta quella dei cosiddetti dublinanti, cioé di quei migranti arrivati in Europa e le cui pratiche devono essere svolte e definite, per effetto appunto del trattato di Dublino, dal Paese di primo approdo. E com’è noto, negli anni quando governava il centrosinistra o i governi «tecnici», molti immigrati sono arrivati in Europa sbarcando in Italia. Quindi oggi ci ritroviamo con quei numeri per lo più eredità del centrosinistra, altro che «il boomerang per la Meloni», come hanno dichiarato la Schlein e il Pd, partito che prima combina i danni e poi pretende di cambiare le cose: dall’immigrazione al lavoro…
La rivolta europea sui dublinanti
Il primo ad aprire il fonte dei dublinanti è stato il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il quale, nel giro di poche settimane, deve affrontare due tornanti elettorali assai insidiosi, dove Afd rischia di prendersi addirittura il primo Länder e dove la Csu rischia di uscire complessivamente sottodimensionata. Da qui la posizione dura che porta a galla il malessere anche tedesco, oltre che il lento rilascio della famosa e storica apertura di Angela Merkel a favore di un milione di profughi (dopo la quale la Ue chiuse un accordo assai costoso con la Turchia per bloccare la rotta balcanica).
La mossa di Merz però ha lasciato il segno e contro l’Italia si sono recentemente esposti anche Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi (alcuni hanno già aperto le pratiche dei rimpatri, altri le hanno solo annunciate). Poi restano Francia e Spagna, che sono Paesi di primo approdo come l’Italia, e quindi si tengono i posizioni più neutrali, non fosse altro per convenienza diplomatica reciproca.
Per completare il quadro europeo va infine guardato il caso dell’Ungheria, che non è più governata dal cattivo Viktor Orbán, cioè il nemico dell’Europa politica e, di contro, l’amico di Vladimir Putin; no, oggi il governo di Budapest è guidato da Péter Magyar, il quale dopo la vittoria era salutato dagli europeisti con grande entusiasmo, tanto da voler riaprire i rubinetti dei finanziamenti. Ebbene, cos’ha appena dichiarato il buon Magyar? Che l’Ungheria non rimanda indietro nessuno solo perché mantiene la linea di «tolleranza zero» ereditata dal predecessore.
Tornando dunque a Ceuta, quell’invasione di persone, quelle immagini devastanti sotto ogni punto di vista e quel che è successo dopo, hanno cambiato l’intero scenario, hanno rotto la membrana sottile di una Europa che ha pensato di dare risposte politiche con la debolezza dei burocrati, e non con la realtà di chi invece deve governare i processi sociali interni e prendersi i voti. I confini sono tornati forse perché non se ne sono mai andati davvero.
Ecco la vera lezione di questa estate, dove l’Unione europea perde altro terreno politico e si consegna a logiche mercatiste che virano a favore del mercato delle armi. Se ci pensate è scandaloso: quando chiedevamo di spendere per pattugliare il Mediterraneo e controllarlo dai trafficanti di esseri umani, dicevano che non si poteva e che non c’erano soldi; adesso invece si spende in armi che è una bellezza.
Ma sempre senza chiedere al popolo cosa ne pensa. Per la signora Von der Leyen e i suoi commissari è tutto più facile: loro mica devono scendere in mezzo al popolo, mica devono fare i conti con la rabbia di città piene di migranti. A differenza loro, invece, i governanti lo devono fare perché le regole della democrazia prevedono questo.
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