L’Europa è in trappola, anzi, è una trappola. Mentre la crisi energetica, la seconda in quattro anni, fa alzare i prezzi di carburanti, gas ed elettricità, le regole fiscali europee sono sempre in vigore e i loro guardiani alla Commissione europea perennemente vigili.
Così come sono ben svegli i funzionari della Banca centrale europea, prontissimi a sollevare nuove ipotesi di rialzo dei tassi di interesse di fronte all’aumento dei prezzi indotto dalla crisi energetica.
La pessima gestione Ue della crisi energetica
Il governo dell’Eurozona è rapido ed efficiente quando si tratta di frenare l’economia e latitante quando si tratta di farla crescere. Del resto, è proprio questo il difetto di origine della traballante costruzione europea.
L’esperienza del 2022 sembra non avere insegnato nulla e si pensa ancora di rispondere a una crisi di offerta aumentando il costo del denaro. Tra luglio di quell’anno e settembre 2023 la Bce attuò dieci rialzi consecutivi dei tassi, fino ad arrivare al 4% del tasso sui depositi.
La combinazione di crisi energetica e stretta monetaria provocò una recessione in Germania e una stagnazione nell’area euro. In compenso fu proprio l’inflazione a far scendere il rapporto debito/Pil dell’Eurozona, perché l’aumento dei prezzi gonfiò il Pil nominale.
Ora, dopo i due rialzi di giugno e settembre a 2,50% (con inflazione al 3,2%), di fronte al caro carburanti in Bce si torna a parlare di aumento dei tassi. Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della Banca centrale, ieri ha detto: «Siamo preoccupati per l’inflazione e questo è il motivo per cui abbiamo ritenuto necessario intervenire».
Su Hormuz, Schnabel ha detto: «Inizialmente, ci si chiedeva se si trattasse di un evento di breve durata, ma purtroppo abbiamo dovuto constatare che il problema è molto più persistente».
Le conseguenze dell’aumento dei prezzi dell’energia
Sulla stessa linea l’economista capo della Bce, Philip Lane, che ha dichiarato: «Riteniamo che questa seconda ondata di aumenti dei prezzi dell’energia porterà a un’inflazione più elevata e persistente, prima di una diminuzione verso il nostro obiettivo a partire dalla metà del 2027».
A suffragare i timori di inflazione vi è l’andamento dell’economia tedesca, che quest’anno si avvia a un inatteso +1%, miglior risultato dal 2022. Anche l’indice Ifo tedesco (fiducia delle imprese) si è attestato ieri a 89,9, in crescita per il quinto mese consecutivo sui massimi dell’anno. Certo, su questo miglioramento pesano gli aiuti fiscali decisi da Berlino nei mesi scorsi.
Mentre il braccio monetario dell’Unione si prepara a colpire, la crisi energetica innescata dal Green deal, che ha lasciato l’Europa senza investimenti sufficienti in gas e raffinazione, e peggiorata prima dalla vicenda del gas russo nel 2022 e poi dalla guerra in Iran dallo scorso marzo, appare ancora senza soluzioni.
I prezzi dei carburanti restano su livelli record e aleggia la minaccia di un blocco dell’export di gasolio dagli Stati Uniti, che si tradurrebbe in un disastro per l’Europa. La Casa Bianca si è affrettata a smentire la possibilità di un blocco delle esportazioni, ma ormai la notizia aveva fatto il giro del mondo.
Lo stesso Donald Trump e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si sono scambiati reciproche minacce dal podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, mentre non cessano i bombardamenti ucraini sulle raffinerie russe.
Il mito distopico del Green deal
Le importazioni di gasolio Usa nell’Ue sono cresciute per compensare le mancanze dovute al conflitto in Medio Oriente, e oggi gli Stati Uniti sono il primo fornitore estero di gasolio dell’Ue, mentre vi è l’embargo sui prodotti russi.
L’Europa ha cavalcato il Green deal nell’illusione di una indipendenza energetica raggiunta con l’elettrificazione a base di fonti rinnovabili, senza curarsi di mantenere alternative solide e di dare tempi ragionevoli. Obiettivi, tempi e modi con cui la transizione energetica è stata portata avanti da Bruxelles segnalano il suo fallimento, a partire dal sistema Ets, nato per tassare le emissioni, rendendo così più cara tutta l’energia, non solo quella fossile.
L’Ets 2, che dal 2027 avrebbe fatto pagare agli europei una tassa aggiuntiva su benzina, gasolio e gas da riscaldamento, è stato solo rinviato al 2028. La trappola europea è tutta qui, tra crisi energetica indotta e tassi di interesse in crescita che conducono alla stagnazione.
Nel 2022 e 2023 i governi europei dovettero mettere sul tavolo tra 600 e 800 miliardi di euro per attutire il disastro sui prezzi del gas, dopo che Bruxelles lanciava in sequenza il piano Fit for 55 e il REpowerEU, recentemente bocciato anche dalla mite Corte dei Conti europea. Eppure, l’articolo 194 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea indica tra gli obiettivi della politica energetica dell’Unione quello di garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico.
Mentre gli stoccaggi di gas in Germania sono paurosamente semivuoti, pare che le scelte energetiche dell’Unione non abbiano garantito alcunché, se non l’usuale sfacciataggine tedesca, prezzi più alti e una dipendenza spostata dalla Russia agli Stati Uniti.
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