L’Europa impone folli regole green. Risultato: le violano tutti i 27 Paesi
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Ieri la Commissione europea ha spedito ai governi degli Stati membri ben 156 lettere di messa in mora per il mancato recepimento di direttive su otto dossier, dal mercato elettrico al diritto alla riparazione, dall’antiriciclaggio alla tratta di esseri umani.

In sei casi su otto gli Stati inadempienti sono almeno 18. Spiccano la direttiva sui mercati del gas e dell’idrogeno, con 26 Stati su 27 sotto procedura, perché soltanto l’Italia ha comunicato il recepimento integrale entro il 5 agosto, e quella sulle emissioni industriali e degli allevamenti, dove la bocciatura è per tutti.

Sull’energia green l’Ue è in crisi

A luglio era toccato alla direttiva Case green, con 27 lettere su 27, mentre al 1° settembre 20 Paesi, Italia compresa, non avevano consegnato la bozza del piano previsto dal regolamento sul ripristino della natura, tanto che la Commissione, ammettendo che il testo è «nuovo e complesso» (sic), per ora ha rinunciato alle infrazioni.

Per le imprese il testo più indigesto è quello sulle emissioni, che obbliga le autorità a fissare i limiti all’estremo più severo delle migliori tecniche disponibili e rende vincolanti anche le soglie di consumo di acqua e materie prime.

Ciascuno degli oltre 50.000 stabilimenti industriali soggetti alla direttiva dovrà dotarsi di un sistema di gestione ambientale con l’inventario delle sostanze chimiche, mentre ai settori energivori si chiedono piani di trasformazione verso la neutralità climatica. Il perimetro si allarga fino a comprendere le fabbriche di batterie e un numero molto più alto di allevamenti di suini e pollame.

A rendere il quadro surreale c’è il fatto che nel dicembre 2025 la stessa Commissione ha proposto di modificare la direttiva con il cosiddetto omnibus ambientale, cancellando i piani di trasformazione e togliendo dal sistema di gestione l’obbligo dell’inventario chimico.

Al Parlamento europeo gli eurodeputati hanno approvato emendamenti che riportano le soglie per gli allevamenti ai valori del 2010. Agli Stati, insomma, si chiedeva di recepire entro il 1° luglio regole che Bruxelles stessa stava già smontando.

Come l’Europa sta smantellando le sue filiere

Nella direttiva gas e idrogeno, il cuore del problema è l’impalcatura di un mercato dell’idrogeno costruita da zero, con gestori delle reti separati dalla produzione e dalla vendita e collocati in società distinte da quelli del metano. Ai distributori del gas si chiede inoltre di preparare piani di dismissione delle reti locali, e dal 2049 non si potranno più stipulare contratti di lungo termine sul gas fossile.

L’Italia, che aveva avviato l’iter già a marzo, si è messa in regola con il decreto legislativo 136 del 3 luglio, che alle vecchie leggi sul gas aggiunge un titolo di trentaquattro articoli dedicato a un mercato dell’idrogeno che nel nostro Paese non esiste. Né esiste altrove in misura percettibile.

Peraltro, l’idrogeno, dopo aver perso la partita dell’automobile, sta perdendo anche quella dei treni. In Germania, dove Alstom aveva lanciato i primi convogli a idrogeno, gli operatori puntano ormai sui treni a batteria.

Le direttive europee passano in Consiglio a maggioranza, sicché un governo può ritrovarsi a recepire norme che ha respinto (sulle Case green l’Italia votò contro), eppure nascono altrove, nel lento lavorio di uffici e comitati dove la norma si compone per stratificazioni tecniche successive, al riparo, come direbbe Mario Monti, dal processo elettorale.

Quando poi quel diritto senza terra (per usare un’idea cara a Natalino Irti) discende nelle capitali, incontra ciò che a Bruxelles era rimasto fuori dal calcolo, ovvero i cittadini, e mette in difficoltà i governi che a quei cittadini devono rispondere politicamente.

Alla Commissione, istituzione autoreferenziale che nessuno ascolta più, non resta che spedire missive di messa in mora, ridotte ormai a una routine che non impensierisce alcun governo, a difesa di testi che restano lettera morta.

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