La Calabria non si salva col modello Riace. I capoluoghi della regione hanno smesso di essere attrattivi non solo per gli indigeni, ma pure per gli stranieri: lo dimostrano i numeri dell’Istat, rielaborati dal Sole 24 Ore. Crotone e Reggio, anche considerando il contributo dell’«immigrazione internazionale», nel periodo 2023-2025 hanno perso rispettivamente 16,6 e 16,5 residenti ogni 1.000 abitanti.
Negativo il saldo anche di Vibo Valentia e Catanzaro. Quattro capoluoghi su cinque, ai quali tengono compagnia Napoli, Palermo, Catania, Brindisi, Nuoro, Taranto, Enna e Benevento. Tutti al Sud. Evidentemente, l’idea di importare africani per tamponare l’emigrazione interna non sempre paga.
Il modello Riace non ferma lo spopolamento del Sud
Certo, all’origine delle alterne fortune politiche e giudiziarie di Mimmo Lucano, quattro volte sindaco di Riace, oggi eurodeputato di Avs, condannato per falso in atto pubblico in Cassazione e in Corte dei Conti per 738.000 euro di danni erariali, relativi a «irregolarità nella gestione dei migranti» dal 2011 al 2012, c’era una trovata che riguardava un Comune di meno di 1.800 anime e non una metropoli.
Ed è vero che l’analisi del Sole fotografa, piuttosto che l’ormai noto esodo dalle aree interne, che il sindaco sperava di risolvere attirando residenti dal Continente nero, la «fuga dalle città». Ma il significato dei dati non cambia: se mancano lavoro ben retribuito, opportunità e servizi, un’area urbana pian piano si desertifica.
E quello che occorre al Mezzogiorno per rilanciarsi non sono braccianti da consegnare ai caporali o signore, con figli a carico, da far unire in matrimonio a qualche autoctono compiacente, per distribuire cittadinanze facili. Servono industrie, infrastrutture, welfare.
Teti: senza servizi i borghi non possono rinascere
Lo scriveva anche l’antropologo Vito Teti, originario proprio della provincia di Vibo Valentia, in un breve saggio per Einaudi del 2022, La restanza: «Senza un’offerta adeguata di servizi di cittadinanza essenziali – la scuola, la farmacia, i trasporti locali, la connessione a Internet, un presidio sanitario di prossimità – il ritorno in “vita” di qualche casa», di quelle che vengono proposte, per cifre simboliche, a chiunque si impegni a ristrutturarle, «non sarà sufficiente per consentire un’esistenza dignitosa ai residenti e per contrastare il declino».
Teti aggiungeva, giustamente, che «non può esistere un paese, anche il più piccolo, senza centri culturali, luoghi di socialità, e, soprattutto, senza scuole. Le scuole – anche con pochi alunni – devono restare aperte e funzionanti».
Un tema che era al centro anche di una pellicola di Riccardo Milani, Un mondo a parte, uscita nel 2024 e dedicata alle vicissitudini di Opi, paesino nel cuore del Parco nazionale d’Abruzzo. Dove il rimedio alla scomparsa della scuola pluriclasse veniva individuata, con cinica ironia, nel «reclutamento» dei figli dei profughi ucraini.
Pure Teti, nonostante il suo libro fosse zeppo di intuizioni brillanti, finiva per ingurgitare lo slogan di Roberto Saviano, secondo il quale «l’immigrazione, per un Paese demograficamente morto come l’Italia, è una benedizione e una necessità». Così, l’autore ravvisava, nell’abbandono dei borghi, «una formidabile occasione per accogliere immigrati e per riabitare».
L’immigrazione non basta a ripopolare le città
La realtà, adesso, emette il suo verdetto inappellabile: la sostituzione etnica non risolve lo spopolamento. Nemmeno gli stranieri vogliono stare in un’area depressa.
A meno che non si tratti di trasformare i paesi in grossi bivacchi per migranti, mantenuti a spese dello Stato. Era questa, in effetti, la prospettiva di Riace ai tempi degli Sprar, i Sistemi di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Ma allora viene spontaneo domandarsi: cosa rimane dell’identità e delle radici di un luogo, una volta che lo si è ridotto a un campo profughi?
L’immigrazione può essere una «benedizione» se è un’immigrazione di qualità; non se equivale a spalancare i confini a gente senza arte né parte, che nella migliore delle ipotesi vivrà di assistenza e nella peggiore si metterà a delinquere.
La fuga dei cervelli e gli stranieri laureati
Le statistiche sulla provenienza degli stranieri, da questo punto di vista, non sono incoraggianti: le nuove iscrizioni all’anagrafe italiana (con un saldo positivo di 328.000 persone tra il 2023 e il 2025) fanno riferimento soprattutto a individui provenienti da Sri Lanka (+153,6%), Marocco (+71,6%), Bangladesh (+44,3%), Tunisia (+33,4%), Senegal (+23,6%), Ghana (+10,7%), Egitto (+5,1%). Al contrario, crollano gli arrivi dal Regno Unito, sono in flessione quelli dalla Germania e aumentano solo di pochissimo quelli dalla Francia.
Qualche giorno fa, la Cgia di Mestre certificava che la fuga dei cervelli è bilanciata dall’ingresso di laureati stranieri: un terzo dall’Asia, il 27,6% dall’Europa, il 17,8% dal Sud America. Indovinate? Manco uno viene dall’Africa.
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