Niente moschea? La comunità bengalese di Venezia minaccia il blackout lavorativo. Da Mestre alla Fincantieri di Marghera, «se non lavoriamo noi si ferma tutto», tuona Prince Howlader, presidente dei «Giovani per l’umanità», forte di una comunità musulmana che nell’area conta circa 40.000 fedeli. Un ricatto che se da un lato sfida l’amministrazione della città, dall’altro manda in tilt i sindacati, che chiedono che «si evitino scioperi che possono dividere i lavoratori».
Dopo anni a favore di sanatorie, ius soli, pause lavorative pro Ramadan e manifestazioni di piazza contro l’Islamofobia, ora tocca trovare una quadra. E non è facile, vista la sempre maggiore saldatura politica tra stranieri e sindacati, in particolare la Cgil, dove i lavoratori immigrati sono ormai il 14% dei tesserati occupati. Non resta dunque che ricorrere, nella migliore delle tradizioni sindacali, alla concertazione. «Si riapra il dialogo», auspica in una nota Daniele Giordano, segretario della Cgil di Venezia, chiedendo alla comunità bengalese che tutte le parti lavorino per un confronto prima di annunciare scioperi e blocchi della città. Il rispetto è dovuto da tutti verso tutti». Onde evitare il crinale del cortocircuito interno occorre però puntare il dito contro l’amministrazione di centrodestra e la decisione del sindaco di Venezia, Simone Venturini, «reo» di aver subordinato la concessione della moschea al raggiungimento di una maggiore integrazione da parte della comunità bengalese. Dal rispetto delle norme sui rifiuti alla conoscenza della lingua italiana al tema delle donne. «Lo scambio che si sta tentando di veicolare in queste ore», ha chiosato Giordano, «regole civili in cambio di concessioni sulla libertà di culto è indegno di una città e di uno Stato che sancisce nella propria Costituzione la libertà religiosa come diritto inviolabile. Il rispetto delle regole non è merce di scambio e non dipende dalla fede professata da chi lo osserva». Per poi prendersela con le aziende «che si arricchiscono grazie al lavoro povero e irregolare di chi oggi viene messo sotto accusa per la propria fede».
«Il sindaco forse dimentica», ha continuato il segretario regionale, «che è in corso un processo sullo sfruttamento dei lavoratori negli appalti Fincantieri e sembra non vedere il lavoro nero che attraversano il settore turistico cittadino». Amnesie e miopie che non sembrano risparmiare in primis il sindacato, visto che ad oggi non ha mai preso chiare posizioni sull’immigrazione irregolare, carburante essenziale del bacino di manodopera sfruttata e a basso costo, salvo poi invocare sanatorie e diritti per gli irregolari ormai in Italia. Tasto su cui preme Howlader, che ribadisce di voler «semplicemente esercitare i nostri diritti fondamentali e praticare la nostra religione». Liberà di culto già pienamente garantita, com’è normale che sia, visto che centri di preghiera regolari e funzionanti in zona non mancano, come quello di Via Monzani a Marghera. Ma a quanto pare non bastano. Perché la comunità bengalese pensa in grande. Un luogo in cui pregare ma anche una scuola e un auditorio, oltre a un parcheggio sotterraneo di almeno 250 posti. Di lì la decisione di acquistare il terreno. Un milione e mezzo di euro sborsati nelle scorse settimane per 8.000 metri quadrati nei pressi di Via Giustizia a Mestre. Salvo poi apprendere dall’attuale amministrazione che il terreno è attualmente destinato ad attività artigianali e produttive e che non è prevista alcuna variante urbanistica a «zona f», ossia per edifici di culto. Una decisione che avrebbe colto di sorpresa la comunità bengalese, visto che, a quanto racconta Howlader, il terreno glie lo avrebbe indicato proprio il sindaco precedente, Luigi Brugnaro, nella cui giunta Venturini era assessore alla coesione. Sarebbe stato sempre l’ex primo cittadino a metterlo in contatto con i proprietari. Poi la scorsa primavera si era interrotto tutto, tra elezioni amministrative e la vicenda che aveva visto coinvolto lo stesso Howlander, la cui possibile candidatura a consigliere comunale nelle file di Fdi era stata successivamente bloccata dal partito.
Sempre in accordo con la predente amministrazione, rende noto Il Gazzettino, sarebbe stato messo a punto il progetto, riducendo i piani da cinque a tre, eliminando cupole e minareto e predisponendo sermoni multilingue con tanto di traduzione simultanea in italiano, francese e inglese. «Se non è integrazione questa…», argomenta Howlader, che per ora, punta dritto allo scontro. «Siamo stanchi di essere presi in giro e siamo pronti a tutto, ad andare per vie legali o ad appellarci al presidente della Repubblica Sergio Mattarella». Altro che dialogo.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >