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Il progetto della moschea di Mestre

Doveva essere una prova di forza per mostrare il peso della comunità bengalese di Mestre. Per ora ha dimostrato soprattutto quanto sia divisa.

Da una parte Prince Howlader, presidente dell’associazione Giovani per l’Umanità, che dopo lo stop del Comune alla moschea di via Giustizia ha in questi giorni evocato piazze, ricorsi e perfino uno sciopero capace di fermare Fincantieri, alberghi e ristoranti. Dall’altra imprenditori e rappresentanti islamici che chiedono di abbassare i toni e riaprire il dialogo con Ca’ Farsetti.

È una frattura che complica la battaglia contro il sindaco Simone Venturini e apre un secondo fronte: chi rappresenta davvero la comunità e, soprattutto, chi finanzia questo faraonico progetto da 10-15 milioni di euro?

Il caso mette in evidente imbarazzo soprattutto il Pd. A maggio i dem avevano puntato sul voto bengalese con sei candidati tra Comune e Municipalità, volantini in lingua e una campagna (fallimentare) costruita anche sulla «nuova cittadinanza» veneziana.

Tre mesi dopo, davanti alla minaccia di bloccare Fincantieri e turismo, il senatore veneziano Andrea Martella ha trovato nelle ultime ore parole durissime contro Venturini ma nessuna per gli sproloqui di Howlader (ieri La Verita ha provato a chiedere un commento al senatore Martella ma non ha ricevuto risposta).

Lo sciopero, intanto, sembra rimanere una pistola a salve. Fino a ieri sera non risultano date, proclamazioni formali né adesioni ufficiali. Anzi, la Cgil veneziana, pur criticando il sindaco, ha già messo un argine: evitare iniziative che dividano i lavoratori.

Howlader minaccia lo sciopero, ma la protesta perde forza

E nella stessa comunità non tutti sembrano intenzionati a seguire Howlader. Rhitu Miah, imprenditrice ed ex candidata alle comunali, contesta il Comune ma anche chi pretende di parlare a nome di tutti.

L’albergatore Jahangir Alam e l’imprenditore Clark Manwar chiedono un tavolo, mentre Sadmir Aliovsky, presidente della Comunità islamica di Venezia e provincia, insiste sulla via istituzionale.

Eppure Howlader aveva cercato di costruire la risposta a Venturini proprio sulla forza numerica ed economica dei bengalesi: se ci fermiamo noi, è il ragionamento, si ferma una parte della città.

Ma la minaccia funziona soltanto se dietro al portavoce c’è davvero una comunità compatta. E per ora questa compattezza non si vede.

Howlader, 33 anni, cittadino italiano di origine bengalese e fino a pochi mesi fa vicino a Fratelli d’Italia (fu escluso dalla candidatura alle comunali e non è più iscritto), non è nuovo alle mobilitazioni.

Nel 2021 organizzò un corteo a Mestre dopo la morte di Mosheur Rahman, mettendo insieme centinaia di persone. Il suo nome riappare poi nella battaglia di Monfalcone contro l’allora sindaca leghista Anna Maria Cisint.

Il 23 dicembre 2023 era tra i manifestanti arrivati da fuori città per il grande corteo contro la chiusura di due centri islamici. Nel luglio 2024 Howlader fu invece tra i promotori di un sit-in a Marghera in solidarietà con il Darus Salaam di Monfalcone. Oggi Cisint lo attacca per le minacce di sciopero a Mestre.

Moschea da 15 milioni: chi finanzia il progetto?

Dietro lo scontro politico resta poi il capitolo dei soldi. L’ex segheria Rosso dove dovrebbe sorgere la moschea misura circa ottomila metri quadrati. Nel 2025 il preliminare prevedeva 150.000 euro di caparra su un prezzo di 1,5 milioni.

Il progetto viene oggi valutato tra 10 e 15 milioni e comprende, oltre alla sala di preghiera, spazi culturali e servizi. Su come venga finanziato, però, le informazioni sono ancora frammentarie.

Nell’aprile 2024 Howlader spiegava che la raccolta sarebbe passata da offerte dei fedeli, crowdfunding, eventi, sponsorizzazioni e piattaforme internazionali come LaunchGood. Nel marzo 2025 La Nuova Venezia parlava di appena 50.000 euro raccolti e riferiva che la comunità cercava risorse anche in Bangladesh.

Dalla politica ai soldi, tutti i nodi del centro islamico

Adesso si parla di 15 milioni «raccolti interamente dalla comunità». Ma da dove arrivano questi soldi? In Italia esistono precedenti documentati. Nel 2022 l’Ucoii confermò anni fa finanziamenti di Qatar Charity per decine di centri islamici italiani.

I bilanci britannici di Nectar Trust – ente benefico britannico che fino al 2017 si chiamava Qatar Charity UK e che dichiara una partnership strategica con Qatar Charity di Doha -, hanno riportato contributi destinati anche a strutture a Verona, Roma e Catania. Un rapporto ufficiale del ministero dell’Interno francese del 2025 cita inoltre finanziamenti kuwaitiani all’Istituto Bayan nel Veronese.

E a Venezia il tema era già comparso nel 2014, quando un diverso progetto di moschea aveva individuato come possibile sponsor un non meglio precisato principe saudita.

Anche gli apparati di intelligence italiani hanno negli anni monitorato i flussi di denaro diretti ai luoghi di culto islamici.

Il Viminale aveva confermato in Parlamento controlli su capitali provenienti dall’estero, precisando però che non erano emerse automaticamente finalità illecite. Il vero nodo è l’opacità delle donazioni: non è chiaro quanto sia stato raccolto davvero, attraverso quali conti né chi siano i finanziatori, soprattutto per eventuali contributi arrivati dall’estero, da fondazioni, associazioni o privati.

Venturini, per ora, non apre il tavolo e chiede prima segnali sull’integrazione. Howlader risponde promettendo di mostrare quanto la città dipenda dai bengalesi.

Ma la partita rischia di giocarsi altrove: non soltanto su quanti scenderanno in piazza, ma su quanti riconoscano davvero Prince come portavoce e su quanto sia trasparente la macchina economica costruita per realizzare il centro islamico. La moschea, prima ancora di essere costruita, ha già prodotto le sue prima crepe.

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