A Ceuta migranti stuprati da altri migranti
Ansa

A Ceuta i numeri cambiano più rapidamente delle misure di protezione. Lunedì 31 agosto, la Procura aveva inizialmente portato da 16 a 21 gli episodi di violenza sessuale registrati dopo l’arrivo eccezionale di migranti dalla frontiera con il Marocco.

Poche ore più tardi, però, il bilancio è stato nuovamente aggiornato: 23 aggressioni, cinque delle quali con penetrazione, e nove vittime minorenni tra i 14 e i 17 anni. Tutte le persone colpite sarebbero donne o ragazze, tranne un uomo appartenente alla comunità Lgbt. Gli otto presunti responsabili identificati risultano essere quattro cittadini marocchini, tre spagnoli e un belga. Si tratta di indagini in corso: le responsabilità individuali dovranno essere accertate dai giudici. La continua revisione delle cifre non è un dettaglio burocratico.

Mostra quanto sia ancora incompleta la ricostruzione di ciò che è avvenuto negli alloggi d’emergenza, negli insediamenti informali e nelle strade della città autonoma. La Procura sta esaminando referti sanitari e verbali delle forze dell’ordine che potrebbero far emergere ulteriori casi. In un contesto segnato da paura, isolamento e ostacoli linguistici, inoltre, la denuncia formale rappresenta soltanto la parte visibile del fenomeno.

Il telefono spagnolo 016 aveva ricevuto sedici chiamate pertinenti e quattro contatti via WhatsApp, ma nessuno risultava direttamente collegato all’emergenza di Ceuta. Il ministro dell’Uguaglianza, Ana Redondo, ha avvertito che questo silenzio non dimostra l’assenza di abusi. Per una ragazza appena arrivata, senza documenti, interprete o luogo sicuro in cui dormire, raccontare una violenza può significare esporsi allo stigma, alle ritorsioni o al timore di compromettere il proprio percorso migratorio. È qui che l’inchiesta giudiziaria incontra una questione politica: chi avrebbe dovuto impedire che persone vulnerabili restassero in luoghi incapaci di proteggerle? Nella città risultano accolti 1.478 minorenni migranti.

Secondo i dati comunicati al Parlamento dal ministro della Gioventù e dell’Infanzia, Sira Rego, 760 sono ragazze e 233 hanno meno di 12 anni. Molte donne e adolescenti sono state sistemate provvisoriamente nel quartiere di El Príncipe, in spazi che le organizzazioni umanitarie hanno giudicato inadeguati. Il trasferimento verso strutture più controllate, compreso un capannone nei pressi di El Tarajal, è cominciato soltanto dopo settimane di allarmi. Il 1º settembre sono state spostate le prime 65 ragazze. Circa 500 attenderebbero ancora una ricollocazione in altre regioni. Rego ha chiesto alle Comunità autonome di condividere l’onere, sostenendo che la tutela dell’infanzia non possa dipendere dal punto in cui passa una frontiera. Ma i trasferimenti richiedono intese amministrative e il consenso delle autorità locali: una catena decisionale lenta, mentre il pericolo è immediato.

Il procuratore generale, Teresa Peramato, ha disposto l’invio di tre magistrati aggiuntivi, portando a 12 l’organico impegnato nell’enclave. Il rafforzamento conferma la pressione subita dagli uffici giudiziari dopo il flusso di fine luglio. Resta, tuttavia, una risposta successiva ai fatti: aumenta la capacità di indagare, ma non chiarisce perché la prevenzione non abbia funzionato. La tensione non riguarda soltanto i reati sessuali. A Loma Colmenar, la polizia ha esploso colpi di avvertimento in aria per contenere un tentativo di ingresso in un centro d’accoglienza, dopo che alcune persone erano riuscite a superarne il perimetro. Le autorità segnalano anche episodi contro il patrimonio e resistenza agli agenti. Inserire tutto sotto un’unica etichetta di «emergenza migratoria», però, rischia di confondere vittime, sospettati e migliaia di persone prive di qualsiasi coinvolgimento criminale.

La crisi di Ceuta sta aprendo una crepa all’interno del Psoe. Almeno 36 sindaci socialisti si preparano a partecipare alle mobilitazioni sulla situazione della città autonoma, nonostante la contrarietà della direzione nazionale del partito. Il fenomeno è particolarmente evidente in Andalusia, dove gli amministratori socialisti che hanno annunciato la loro partecipazione sono già 13. Alla protesta si stanno aggiungendo anche sindaci di altre aree del Paese, tra cui León, Mérida e la Comunità Valenciana. In alcuni casi, l’iniziativa coinvolge inoltre esponenti di Izquierda Unida. Come scrive El País, la mobilitazione nasce dalle crescenti preoccupazioni per la pressione migratoria su Ceuta e per le conseguenze che l’emergenza sta producendo sui servizi locali. La Federazione spagnola dei Comuni e delle Province (Femp) ha promosso una manifestazione, ma il Psoe ha invitato i propri amministratori a non aderire, accusando l’opposizione di voler trasformare la questione in un attacco politico al governo di Pedro Sánchez. Diversi sindaci hanno, però, scelto una strada diversa, mettendo davanti alle indicazioni della dirigenza nazionale le esigenze dei propri territori. È questo l’aspetto più delicato per il premier spagnolo. La protesta non proviene, infatti, soltanto dal Partido Popular e da Vox, tradizionali avversari del governo sulla politica migratoria, ma coinvolge una parte dello stesso fronte progressista. I Comuni chiedono più risorse e un maggiore sostegno di Madrid nella gestione dei migranti. La protesta di Ceuta rischia così di diventare un problema nazionale per Pedro Sánchez, mettendo alla prova sia la politica migratoria spagnola sia l’unità del Psoe, sempre più in affanno.

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