Medici, dovete suicidarli. In modo tempestivo, nell’ambulatorio più comodo, senza obiezione di coscienza. È l’ordine perentorio dei radicali pro morte che sta dietro la vicenda giudiziaria legata al caso di Sibilla Barbieri, l’attrice e regista romana affetta da tumore incurabile che nell’ottobre 2023 fu accompagnata in Svizzera dal figlio Vittorio Parpaglioni, da Marco Cappato e i suoi boys per concludere l’esistenza terrena.
Ora il tribunale della capitale ha indagato 10 medici della Asl Roma 1 per «omissione e rifiuto di atti d’ufficio» riguardo a una legge che neppure esiste, quella sul suicidio assistito. Carte bollate ma soprattutto un gesto politico; la mossa spinge ancora di più i tribunali verso l’obiettivo finale dell’Associazione Luca Coscioni: l’approdo all’eutanasia senza l’intervento del parlamento. Basterebbe la giurisprudenza.
Dopo la sorprendente spallata della Regione Veneto voluta da Luca Zaia, ecco un’ulteriore accelerazione in direzione della cosiddetta «buona morte» all’olandese o alla canadese.
Il gip Marisa Mosetti ha ammesso l’opposizione della famiglia Barbieri all’archiviazione chiesta dalla Procura e ha fissato l’udienza di merito al 16 dicembre; si dovrà decidere se procedere con l’archiviazione, proseguire le indagini o ordinare un rinvio a giudizio di massa.
La Corte Costituzionale e il «trattamento di sostegno vitale»: il nodo che ha negato l’accesso a Sibilla
Con alla sbarra le persone che negarono alla donna l’accesso al suicidio assistito perché non sussisteva il requisito della dipendenza da «trattamento di sostegno vitale». È uno dei quattro pilastri decretati dalla Corte Costituzionale (la famosa sentenza 242 del 2019) per intervenire senza il rischio di essere perseguiti penalmente. Gli altri sono l’irreversibilità della patologia, le sofferenze fisiche o psicologiche che il malato reputa intollerabili e la capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.
Secondo i legali dell’Associazione Coscioni che rappresentano la famiglia Barbieri, le condizioni della malata peggiorarono, lei era diventata «totalmente dipendente da ossigenoterapia e da farmaci antalgici in forte dosaggio» ma l’Asl non rivalutò la sua posizione.
E Sibilla si fece accompagnare il Svizzera per morire. Spiega l’avvocato Filomena Gallo, segretaria dell’associazione: «Il punto è semplice. Quando una persona malata chiede l’accesso al suicidio medicalmente assistito, il Servizio sanitario nazionale deve verificare le sue condizioni in modo completo e tempestivo.
Se quelle condizioni peggiorano, come accadde a Sibilla, la verifica deve essere aggiornata. I diritti riconosciuti dalla Corte costituzionale non possono essere svuotati da omissioni, ritardi o interpretazioni restrittive».
«Rivalutazione tempestiva» e Comma 22: i medici rischiano comunque di essere perseguiti
Poiché in Italia il suicidio assistito non è normato per legge, l’eutanasia è illegale, la Consulta pone come condizione dirimente il «trattamento di sostegno vitale» e la Regione Lazio non ha deliberato alcun protocollo sanitario d’ingaggio sul fine vita, la procura aveva chiesto l’archiviazione del caso.
Ora la mossa del gip Mosetti dà all’intera faccenda un tocco surreale: se direttori sanitari e medici avessero operato in assenza di un requisito formalmente indispensabile avrebbero rischiato la denuncia, visto che non l’hanno fatto hanno ricevuto comunque la denuncia. Come si muovono sbagliano, un Comma 22 in purezza.
Ecco perché alcune regioni hanno voluto o dovuto stilare un protocollo «tecnico» per garantire a direttori sanitari, medici, tecnici un ombrello protettivo di legalità che impedisca indagini come queste. A questo punto sarà interessante la dissertazione leguleia in tribunale attorno alla «rivalutazione tempestiva».
Senza una legge del Parlamento, sono i giudici a decidere sul fine vita: il corto circuito dell’Italia
Ancora una volta sarà un giudice a decidere su una materia eminentemente etica. E il paradosso è che, in assenza di una norma del legislatore, oggi si viene indagati per effetto di una sentenza della Corte Costituzionale che aveva come scopo quello di indicare la strada alla politica.
Non solo, ma i 10 medici rischiano il processo in nome di altre leggi, per altri reati (l’omissione di atti d’ufficio) poiché – non esistendo il suicidio assistito nell’ordinamento italiano – non esistono neppure i decreti attuativi.
Un corto circuito evidente che aumenta le pressioni sul Parlamento, quasi a dire: se non ci pensate voi, si arriva allo stesso risultati a colpi di sentenze. Anche perché l’impressione è i tribunali non vedano l’ora di riempire i «vuoti» con le più disparate sensibilità (progressiste). E con tutte le conseguenze del caso.
Dal Veneto al caso Barbieri, cresce la pressione sull’eutanasia: l’allarme del Patriarca di Venezia
Dopo il discusso voto regionale in Veneto, un commento del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia aveva centrato il cuore del problema. «In tal modo si affermano un modello culturale e un modello di sanità che possono portare a una deriva difficilmente controllabile.
Di volta in volta le situazioni in cui sarà consentito intervenire con il suicidio assistito tenderanno a moltiplicarsi. L’auspicio è che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita». Per ora è garantita solo la disobbedienza civile (aiutare a morire in assenza di una legge nazionale che lo consenta). Tutto il resto è punibile.
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